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Sciopero 6 settembre della Cgil, un giorno di ordinario compiacimento

Lo sciopero indetto dalla Cgil giorno 6 è stata una bufala incontenibile, un'azione inutile che non ha scalfito gli attori del potere centrale e dominante o la sua fitta relazione con l'invasiva e soffocante economia capitalista. Non si tratta di esprimere un giudizio aprioristico, né una posizione di rinuncia, piuttosto voglio esprimere tutta la mia rabbia ed il mio disagio di fronte all'establishment, al potere politico-finanziario, che dirige non solo l'Italia, ma l'intero mondo.

Un potere che, oltre alle sue forme di controllo prestabilite ed ordinate, fa uso della speculazione linguistica. L'uso delle parole finalizzato al condizionamento ed al controllo della società costituisce la corazza stessa dell'apparato antidemocratico, per giustificare ogni violenza sulla società. Ciò che conta dunque è sottrarre l'uomo all'apparato che lo controlla e lo dirige verso i bisogni fittizi e che, a tal fine, ne perpetua la schiavitù. Rendere l'uomo assolutamente libero, questa la giustificazione della lotta concreta, per realizzare la libertà quale ambiente naturale di un nuovo organismo non più capace di adattarsi alla competizione del benessere, né di tollerare l'aggressività e la bruttezza del modo di vita imposto dall'establishment (l'organizzazione del potere), ma in grado di rifiutare la società attuale, una società moralista e consumistica, nella quale l'alienazione globale è un fattore imprescindibile per la sua stessa esistenza.

Quindi, l'uomo deve riscoprire il rifiuto alla sua disumanizzazione e per esprimersi in tal modo deve disobbedire, deve contrapporsi ai poteri di morte dello Stato-azienda moderno, al processo di costruzione della vita su scala neofeudale. La liberazione dell'uomo non è possibile senza infrangere le catene della paura e dell'oscurantismo imposte dalla società neoliberista. Secondo il linguaggio preordinato (politica linguistica) del potere e dall'establishment la parola d'ordine per il mondo sviluppato è la crescita della ricchezza, mentre il mondo meno sviluppato sprofonda nella fame, nella miseria, nella malattia, nella tirannide. Ma anche all'interno delle singole società all'accrescimento della ricchezza e dei beni disponibili, non sempre corrisponde un allargamento dei diritti sociali e politici di cittadinanza. Anzi, le richieste di maggiore benessere sembrano essere in concorrenza con le esigenze della giustizia e dell'equità.

Ecco quindi che il conflitto sociale si sposta, nel mondo intero, verso altri obiettivi, fra coloro che vogliono incrementare la ricchezza e coloro che si dedicano all'affermazione dei diritti civili. Allora, nella condizione attuale della società italiana, aggredita dal capitale e dai flussi finanziari, i quali per esistere ed accrescersi devono persino mortificare i lavoratori e renderli sempre più schiavi, come i servi della gleba, è necessario imporre un netto rifiuto alla mercificazione dell'uomo, alla sempre maggiore riduzione del lavoro come categoria di soddisfacimento solo dei bisogni del sistema. Il nodo centrale della questione comincia così ad allargarsi, attraverso la disobbedienza rispetto alla penetrazione del controllo sociale sull'esistenza dell'uomo usata dalla tirannia del capitale e dal dispotismo della democrazia indiretta, che sono gli strumenti sui quali fondano il loro potere le minoranze che governano i popoli del mondo.

Dunque, affinché possa realizzarsi tutto questo è necessario agire in maniera diversa, al di fuori delle convenzioni, è giusto opporre il rifiuto e la disobbedienza, non più solo con la protesta o semplicemente opponendosi, ma mediante la ribellione contro ogni marchingegno escogitato dall'establishment. In definitiva, lo sciopero di oggi è stato inattuale, perchè con esso i lavoratori non hanno opposto un rifiuto, né disobbedito, non c'è stata ribellione. Gli obiettivi della protesta di oggi, per quanto importanti, sono solo il prodotto non notevole di un processo totalizzante, con cui questa società postindustriale disarma la coscienza dell'individuo e lo confonde sui temi della razionalità e della dignità, inibisce la volontà dell'uomo di sottrarsi alla sofferenza e di prevalere con la sua sfera interiore sulle regole del mercato.

Non esiste libertà senza liberazione!

 

Libera riflessione da alcuni passi dei libri scritti da:

1) Erich Fromm - La disobbedienza ed altri saggi;

2) Herbert Marcuse - Saggio sulla liberazione;

3) Ralf Dahrendorf - Il conflitto sociale nella modernità

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