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Leggi per Robot | Sulla personalità giuridica di robot e intelligenze artificiali

Le leggi della robotica pensate da Asimov stanno per diventare realtà: una raccomandazione del Parlamento Europeo si esprime sul riconoscimento della personalità giuridica di robot e intelligenze artificiali.

Il Parlamento Europeo ha pubblicato una bozza di rapporto passato inosservato (ma che la BBC ha recuperato da poco), che dovrebbe farci riflettere su una questione già affrontata in letteratura e al cinema: noi esseri umani dovremmo considerare i robot come una forma di vita e, in caso positivo, loro dovrebbo avere diritti e doveri propri?

Il Comitato Affari Legali del Parlamento Europeo pensa di sì: suggerisce, infatti, di creare lo status di persona elettronica (a p. 12) e cita espressamente (a p. 4) le tre leggi della robotica di Asimov (Circolo vizioso, 1942).

Anticipavo l'argomento in Cultura digitale (2008). Adottare termini come "noi" e "loro" conferisce alle macchine una soggettività impensabile prima dell'avvento dell'Information and Communication Technology (ICT). Abituarci ad usare le modalità comunicative proposte con i media digitali, d'altra parte, ci (ha) impegna(ti) a costruire relazioni, anch'esse, impensabili prima dell'avvento dell'ICT: Sherry Turkle (Insieme ma soli, 2012), sottolinea come i social network ci portino sempre più facilmente a (voler) comunicare con tante (sempre più) persone, ma nella solitudine che ricerchiamo per usare smartphone, tablets, ecc.

Un'abitudine (paradossale) che ci ha fatto sviluppare un tipo tutto nuovo di relazione: quella con le macchine. Possiamo veramente affermare che il medium è il messaggio, come sosteneva McLuhan (Gli strumenti del comunicare, 1964), perché i media ci parlano sempre più autonomamente e ciò perché siamo sempre più propensi a riconoscerli come attori sociali dotati di soggettività, che il Parlamento Europeo, per l'appunto, pensa di dover accordare. E come potrebbe negarla quando interagiamo con software che superano il test di Turing (v. Cultura digitale), quando pensatori di tutto il mondo speculano da decenni sul problema (v. Hofstadter & Dennet, L'io della mente, 1981) e i robot facilitano l'interazione con i soggetti autistici (divertitevi a cercare in rete)?

Questo riconoscimento d'identità, d'altra parte, incentiva le persone a pensare se stesse come macchine (da cui il sottotitolo del mio libro citato: Wii like it): i media "ci piacciono", ma anche "siamo come loro". Un assioma di reciprocità che il pensiero duale (tipico dell'essere umano) coglie quasi automaticamente.

Torniamo quindi al rapporto del Parlamento Europeo che, per un verso, suggerisce di riconoscere la personalità giuridica dei robot più evoluti (con i diritti e i doveri del caso), ma che, per altro verso, suggerisce anche d'integrare un interruttore della morte (kill switch, a p. 18), proprio per contrastare la possibilità che le intelligenze artificiali (IA) sorpassino la cpacità intellettiva umana (a p. 4), con tutte le conseguenze potenzialmente catastrofiche della singolarità tecnologica (tipo Terminator, Matrix e Lei - Her).

Quel pensiero duale tipico dell'i/o umano, a questo punto, rischia di registrare un cortocircuito: l'Europa, sempre schierata contro la pena di morte, s'ingegna subito a predisporre il sistema più rapido per uccidere quella nuova soggettività che ha deciso di riconoscere!

"Ma uccidere una macchina non equivale a uccidere una persona", potrebbe obiettare qualcuno. "Uccidere", però, ha senso solo nei riguardi della "vita"; quindi quei robot sono vivi, se dispongono di un "kill switch". Il Parlamento Europeo, d'altra parte, avrebbe dovuto pensare a un interruttore che "spegnesse" i robot senzienti, ma non avrebbe potuto riconoscerne la soggettività...

Il cortocircuito, insomma, c'è!

 

Foto: Richard Clifford/Flickr

Questo articolo è stato pubblicato qui

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