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La scuola sotto assedio: la deriva bellicista dell’istruzione

La scuola sotto assedio: la deriva bellicista dell’istruzione e la scommessa pedagogica dell’educazione alla pace nella rigorosa analisi di Laura Tussi (Sante Cavalleri con un disegno di Angela Belluschi)

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sui sistemi d’istruzione in Italia si è arricchito di una riflessione critica dai toni sempre più accesi e preoccupati. Al centro di questa disamina, portata avanti con rigore analitico dagli scritti di Laura Tussi, anche in collaborazione con studiosi come Michele Lucivero, vi è la progressiva penetrazione della cultura bellica all’interno delle scuole e delle università.

Questa trasformazione, strisciante ma pervasiva, non rappresenta un semplice mutamento nei contenuti didattici, bensì una vera e propria riconfigurazione simbolica e strutturale dell’istituzione scolastica. La scuola pubblica, storicamente concepita come presidio di neutralità, pensiero critico e convivenza democratica, rischia di convertirsi in una cassa di risonanza per la legittimazione dell’apparato militare e dell’industria bellica.

La normalizzazione della retorica bellica nei contesti formativi

Il primo snodo concettuale denunciato nei testi dell’autrice Laura Tussi riguarda la stipula di precisi protocolli d’intesa tra le istituzioni preposte all’istruzione e gli organismi della Difesa. Attraverso questi accordi quadro, rappresentanti delle Forze Armate fanno il loro ingresso ordinario nelle aule scolastiche, presentandosi non soltanto come custodi della sicurezza, ma come esperti formativi legati a settori chiave quali la cittadinanza, la tecnologia e l’orientamento professionale.

“La gravità di tale fenomeno – spiega Laura Tussi – risiede nel fatto che la narrazione militare viene veicolata priva di qualsivoglia contraltare critico, imponendosi come un modello culturale neutrale, quando in realtà promuove una visione gerarchica, securitaria e risolutiva dei conflitti basata sulla forza d’urto.

Parallelamente, si assiste all’estensione di questa logica all’ambito dei Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, l’ex alternanza scuola-lavoro, unitamente a un programma sempre più fitto di visite guidate. Studenti e studentesse vengono sistematicamente condotti all’interno di caserme, basi NATO e persino poli industriali legati alla produzione di armamenti”.

Trasformare la visita a un sito militare o l’esperienza formativa presso un’azienda bellica in un’opportunità di apprendimento “ordinaria” produce, sottolinea la Tussi, “un effetto pedagogico devastante: la desensibilizzazione verso gli strumenti di distruzione e la normalizzazione della guerra come settore produttivo o sbocco professionale desiderabile, del tutto dissociato dalle sue tragiche implicazioni umane ed etiche”.

Il contrasto con i principi costituzionali e la funzione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

Tale deriva entra in collisione frontale con i principi fondamentali della Carta costituzionale italiana. L’articolo 11, che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, costituisce la pietra angolare su cui dovrebbe reggersi l’intero edificio dell’istruzione pubblica.

Sostituire la difesa dei valori costituzionali di solidarietà e cooperazione internazionale con la retorica della cosiddetta “Cultura della Difesa” significa snaturare la vocazione emancipativa della scuola. Quest’ultima, da luogo eletto per la maturazione del libero pensiero e della coscienza critica, rischia di scivolare verso una funzione puramente conformista e apologetica degli assetti geopolitici correnti.

In questo scenario, assume un ruolo cruciale l’azione di contro-narrazione promossa dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Sostenere il lavoro dell’Osservatorio non significa soltanto svolgere un’opera di monitoraggio e denuncia sui territori, ma ricucire una rete di resistenza culturale tra docenti, studenti e famiglie.

La mobilitazione studentesca, ampiamente documentata nelle cronache dei movimenti per la pace, testimonia una forte vitalità sociale e la volontà di non rassegnarsi all’assoggettamento culturale delle aule. La resistenza studentesca diventa così un fattore attivo di democratizzazione, capace di interrogare le istituzioni educative sulla coerenza tra le finalità dichiarate e i percorsi effettivamente proposti.

Ripensare la scuola: la prospettiva della pedagogia nonviolenta

Di fronte all’avanzare della mentalità bellicista, la risposta proposta da Laura Tussi non si limita alla contestazione dell’esistente, ma propone una profonda rifondazione dell’agire educativo mediante l’introduzione quotidiana di prassi nonviolente.

“L’educazione alla pace – avverte la pedagogista e scrittrice – non deve essere intesa come una disciplina accessoria, una semplice parentesi teorica o un modulo estemporaneo da erogare in occasione di particolari ricorrenze. Essa deve configurarsi come la lente epistemologica attraverso cui rileggere l’intero curricolo scolastico, dall’insegnamento della storia a quello delle scienze, dalla letteratura alla filosofia”.

Ripensare la scuola in chiave nonviolenta implica dunque “la decostruzione strutturale dei linguaggi d’odio, la critica ai modelli imperniati sulla competitività esasperata e la valorizzazione del dialogo interculturale come strumento primario di risoluzione dei conflitti”.

Occorre dunque riaffermare che l’unica vera sicurezza per le comunità umane risiede nella tutela dei diritti fondamentali, nella giustizia sociale e nella cura dell’ambiente. Custodire il sistema scolastico come spazio autenticamente democratico vuol dire, in ultima analisi, conclude Laura Tussi, “garantire alle nuove generazioni il diritto di immaginare e costruire un futuro svincolato dalla grammatica della guerra, riappropriandosi di una capacità di visione teorica e pratica radicata nel rispetto della vita e della dignità umana”.

 

Sante Cavalleri

Nella foto: un disegno di Angela Belluschi, che soffre di Alzheimer, madre della nostra giornalista Laura Tussi, con la presenza di Nora Romero e Johanna Aguilar che insieme costituiscono un autentico presidio creativo e artistico di arte terapia a supporto delle sindromi neurodegenerative al di fuori di un contesto ospedalizzato, ma all'interno dell’ambito familiare

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