Rischio climatico: entro il 2050 fino a 18 miliardi l’anno di danni alle infrastrutture
Il cambiamento climatico non va ad incidere soltanto sull’ambiente, ma va a condizionare sempre più le infrastrutture, la disponibilità idrica, le produzioni agricole, il turismo, la salute, la produttività del lavoro e la stabilità delle finanze pubbliche.

(Foto di WWF)
A metterlo in evidenza è il recente rapporto “Rischio climatico in Italia: scenari, costi e opzioni di risposta”, che propone una lettura integrata del problema, combinando proiezioni climatiche ad alta risoluzione, analisi degli impatti settoriali e modelli macroeconomici e finanziari. Il Rapporto, pubblicato su Zenodo, è firmato da Matteo Calcaterra, ricercatore del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC); Jacopo Cammeo, research associate presso il Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto universitario europeo; Simone Borghesi, direttore della Florence School of Regulation – Climate, professore all’Istituto universitario europeo e all’Università di Siena; Carlo Carraro, rettore emerito dell’Università Ca’ Foscari Venezia e tra i fondatori del CMCC; e Massimo Tavoni, direttore dello European Institute on Economics and the Environment del CMCC e professore ordinario di Economia del cambiamento climatico al Politecnico di Milano. “Il cambiamento climatico, si legge nel Rapporto, produce già oggi perdite economiche misurabili e, nei prossimi decenni, tenderà ad amplificarle attraverso canali diversi ma interconnessi: danni fisici agli asset, interruzioni operative, perdita di produttività, scarsità idrica, minore attrattività turistica, aumento del rischio di credito e maggiori pressioni sui prestiti”. Per quanto riguarda le infrastrutture, il rapporto mostra che i danni diretti annui alle infrastrutture potrebbero aumentare da circa 0,4 miliardi di euro nella baseline storica a circa 2 miliardi entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050. Considerando gli effetti indiretti, interruzione dei servizi, impatti sulle catene di fornitura, il costo totale stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050. Cambia inoltre la composizione del rischio, con rischi di siccità e ondate di calore che si affiancano a quelli storicamente rilevanti dalle esondazioni fluviali.
Per quanto riguarda il settore agricolo, le stime disponibili indicano una possibile perdita del valore della produzione agricola pari a circa 12,5 miliardi di euro al 2050 in uno scenario compatibile con forte mitigazione, fino a 30 miliardi di euro in uno scenario ad alte emissioni. A questi impatti si aggiungono possibili deprezzamenti del valore fondiario, stimati fino al 16% nelle aree più esposte a fine secolo. Il turismo vedrà, invece, una riallocazione strutturale tra stagioni, territori e segmenti di mercato. Anche se questa non comporterà un calo uniforme dei flussi turistici, comporterà costi elevati e distribuiti in modo diseguale. Si prevede una contrazione della domanda turistica fino all’8,9% negli scenari con forte aumento della temperatura media e perdite dirette stimate fino a 52 miliardi di euro, erosione della maggior parte delle spiagge italiane e crisi di sostenibilità del turismo montano legata alla riduzione del manto nevoso. Per ciò che attiene alla produttività del lavoro, le ondate di calore incidono direttamente sulla capacità di lavorare, soprattutto nei settori esposti all’aperto o in ambienti non climatizzati: edilizia, agricoltura, logistica, turismo, servizi pubblici e alcune attività manifatturiere. A scala europea, le proiezioni indicano perdite di produttività fino al 5% nell’Europa meridionale entro la seconda metà del secolo. Per l’Italia, dopo il terzo giorno consecutivo di ondata di calore, ogni giornata aggiuntiva con temperatura pari o superiore a 30°C si associa a una riduzione di 0,56 punti percentuali dei tassi di occupazione provinciali.
Per la prima volta per l’Italia, le stime di questo Rapporto evidenziano una perdita potenzialmente rilevante per un’economia caratterizzata da un basso tasso di crescita: fino a circa il 15% della crescita economica annuale media 2025–2050 potrebbe essere perduta. “Il rischio climatico, si legge nel Rapporto, è un rischio sovrano per l’Italia, in quanto moltiplicatore di vulnerabilità preesistenti. Con un debito corrente di oltre 3000 miliardi di euro, l’Italia è particolarmente sensibile a riduzioni di una crescita economica già anemica. I rischi climatici macroeconomici si propagano alle finanze pubbliche, agendo da moltiplicatore su una vulnerabilità preesistente. Le tre dimensioni di trasmissione del clima al bilancio pubblico – debito, spread climatico e compressione dello spazio fiscale – interagiscono in modo non lineare e si amplificano reciprocamente. Lo spread climatico aumenta il servizio del debito, potenzialmente innestando effetti retroattivi sulla crescita. Il policy maker si trova davanti a un trade-off di fondo, ossia da un lato salvaguardare la traiettoria del debito richiederebbe un taglio alla spesa pubblica discrezionale fino a circa un quinto, con notevoli ripercussioni sociali e politiche, mentre dall’altro preservare il livello della spesa lascerebbe invece deteriorare il rapporto debito/PIL, gli interessi e lo spread sovrano, portando la probabilità di sforamento della soglia del 200% al 39-44% nelle combinazioni più severe”.
Qui il Rapporto: https://zenodo.org/records/20353948.
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