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Memoria, accusa e profezia in “Non io America” di David Maria Turoldo

La poesia civile del Novecento italiano trova in David Maria Turoldo una delle sue espressioni più intense, laceranti e profetiche.

di Laura Tussi su FARO DI ROMA

La sua voce poetica sa confrontarsi con i grandi eventi della storia contemporanea senza mai cedere alla retorica celebrativa e senza separare la riflessione storica dalla dimensione etica e spirituale. Composta in occasione dello sbarco sulla Luna del 21 luglio 1969, l’elegia “Non io America” si configura come un severo atto d’accusa contro la hybris tecnologica della superpotenza statunitense, contrapponendo al trionfo della conquista spaziale la memoria irrinunciabile degli oppressi, dei vinti e dei dimenticati della storia. L’evento epocale dello sbarco lunare non viene negato nella sua realtà materiale e scientifica, ma viene radicalmente privato di qualsiasi valore salvifico: diventa, piuttosto, il prisma attraverso cui Turoldo mette a nudo le profonde contraddizioni di una potenza fondata, nella sua lettura, su una lunga storia di violenza, dominio ed esclusione.

La struttura del testo si regge sull’anafora insistita e martellante “Non credere, America”, che scandisce il ritmo di un’invettiva profetica e intransigente. Turoldo assume la voce di una coscienza collettiva ferita e si pone non come un giudice esterno, ma come un fratello che rifiuta qualsiasi forma di connivenza con il mito americano del progresso illimitato. Fin dalle prime strofe, i “tre fanciulli mostruosamente alati”, identificati negli astronauti dell’Apollo 11, vengono rappresentati mentre muovono i primi passi in un deserto incontaminato, “ove solo il silenzio di Dio / fino a ieri regnava inviolato”. La conquista scientifica e tecnologica, pur espressione di una straordinaria capacità umana, viene così investita da una domanda radicale sul senso del progresso: dietro gli strumenti della tecnica e la celebrazione della potenza scientifica, il poeta scorge il rischio di una nuova forma di dominio, legata alla logica imperialista ed economica che ha violato l’armonia originaria del creato.

Il fulcro dell’argomentazione poetica risiede nel cortocircuito temporale e spaziale operato da Turoldo. Mentre il mondo intero osserva con stupore le immagini televisive della conquista lunare, la memoria storica si riaccende attraverso gli occhi delle vittime. La proiezione verso il futuro dello spazio viene immediatamente contraddetta dal ritorno spettrale del passato: “tutti gli occhi degli indiani uccisi / brillavano lucidamente coscienti / dai vetrini dei tuoi mille apparecchi”. L’impresa tecnologica diventa così anche un dispositivo della memoria, capace di riportare alla luce le vittime che la narrazione del progresso rischia di cancellare.

Nella visione radicale di Turoldo, l’America diviene dunque il simbolo di una modernità attraversata da profonde contraddizioni. La voce del poeta si trasforma in un coro delle vittime: egli si fa interprete della memoria degli indigeni sterminati, delle vittime di Hiroshima e Nagasaki, degli afroamericani privati dei propri diritti, dei campesinos latinoamericani sfruttati e delle vittime della guerra del Vietnam. La poesia assume così una dimensione universale: non parla soltanto dell’America, ma interroga il rapporto tra potere, progresso, violenza e responsabilità nella storia contemporanea.

La critica di Turoldo si sviluppa inoltre sul piano religioso e spirituale. Il poeta denuncia la strumentalizzazione della fede e del “libro sacro di Dio” quando vengono utilizzati per legittimare il potere economico e militare. Il cristianesimo americano viene rappresentato, nella sua invettiva, come un sigillo apparentemente sacro posto sui forzieri del capitalismo, mentre il volto di Cristo rischia di essere separato dalla sofferenza dei poveri, degli affamati e degli esclusi. È una critica che nasce dall’interno della tradizione cristiana e che assume il Vangelo come criterio radicale di giudizio nei confronti di ogni potere che pretenda di rivestirsi di una legittimazione religiosa.

Il riferimento ai Kennedy, “John e di Bob, altri figli uccisi da te”, amplia ulteriormente il quadro drammatico. Anche all’interno della stessa società americana, secondo la lettura di Turoldo, la violenza può rivolgersi contro i propri figli e contro quelle figure che sembrano incarnare una possibilità diversa. La morte di John e Robert Kennedy diventa così, nella costruzione poetica, il simbolo di una società incapace di liberarsi dalle proprie contraddizioni e dalla spirale della violenza.

“Non io America” non è, dunque, soltanto un libello politico contro gli Stati Uniti. È soprattutto un’elegia civile e spirituale, una poesia della memoria e della responsabilità. Turoldo rifiuta qualsiasi idea di progresso separato dalla giustizia e mette in discussione la possibilità di celebrare le conquiste della tecnica quando esse vengono utilizzate per occultare o rimuovere le sofferenze prodotte dalla storia.

Il messaggio conserva una forza profetica proprio perché pone una domanda ancora attuale: quale valore può avere il progresso quando non è accompagnato dalla dignità umana, dalla giustizia e dalla pace? Per Turoldo nessuna conquista tecnologica, per quanto straordinaria, può cancellare il debito contratto nei confronti delle vittime della storia. La memoria diventa allora una forma di resistenza alla rimozione e la poesia si trasforma in una voce che interroga il potere.

L’orizzonte conclusivo è segnato da immagini di cenere e di fuoco, nelle quali la grandezza materiale della potenza americana vacilla di fronte alla domanda di giustizia degli ultimi della terra. È qui che la poesia di Turoldo acquista la sua dimensione più autenticamente profetica: non basta conquistare nuovi mondi se l’umanità continua a produrre oppressione, guerra e disuguaglianza. Il vero progresso, sembra suggerire il poeta, non può essere misurato soltanto dalla capacità dell’uomo di raggiungere la Luna, ma dalla sua capacità di riconoscere nell’altro, soprattutto nell’ultimo e nel perseguitato, la propria stessa umanità.

Laura Tussi

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