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 Home page > Tempo Libero > Musica e Spettacoli > LA DANZA GIAPPONESE DELLA SCUOLA YAMAMURA AL TEATRO GOLDONI

LA DANZA GIAPPONESE DELLA SCUOLA YAMAMURA AL TEATRO GOLDONI

Danze musiche e canti di Osaka

Uno spettacolo delizioso per cercare di far capire ad un pubblico occidentale e conoscere più da vicino l’animo e il carattere del Giappone. Sembra una cosa molto difficile a parole, eppure, in un teatro Goldoni quasi al completo, l’esperimento può dirsi riuscito. Il ringraziamento principale, oltre che all’Istituto interculturale di studi musicali comparati della Fondazione Cini, va al professor Bonaventura Ruperti, stimato specialista della cultura nipponica, nonché insegnante di giapponese e Arti, letteratura e spettacolo del Giappone, presso il Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa mediterranea, dell’Università Ca’Foscari di Venezia, il quale ha organizzato il tour italiano di due giovani maestri : il danzatore Yamamura Wakahayaki, che, come dice il cognome d’arte (in Giappone il cognome è sempre al primo posto), appartiene alla scuola Yamamura e il musicista Kikuo Yuji.  

 Con una tradizione di oltre 210 anni, la scuola Yamamura ha inizio con il coreografo Yamamura Tomogoro I (1781-1844), capace di unire i versanti del teatro Kabuki e delle danze femminili per i quartieri di piacere. Il fondatore è noto anche per il ruolo avuto nel creare le coreografie per il più fulgido attore del Kabuki di Osaka, Nakamura Utaemon III (1778-1838).

Nel ricchissimo universo di arti dello spettacolo del Giappone, un posto speciale occupano la “danze del Kamigata” (Kamigata Mai). Il nome Kamigata Mai identifica le danze nate nella zona occidentale del Giappone e, nel caso della scuola Yamamura, in particolare nella città di Osaka. Legate per lo più non tanto al Kabuki (il famosissimo teatro popolare), quanto alla cultura dei quartieri di piacere, sono danze di intrattenimento prettamente femminili, concepite per le sale dei conviti (zashiki mai), dunque per spazi e dimensioni assai ridotte, in un’atmosfera di intimità ed essenzialità decisamente dissimile dal fulgore e dal virtuosismo esteso dei palcoscenici Kabuki. Sono danze di intrattenimento che si distinguono per la sensibilità nel rappresentare il volgere delle stagioni, le emozioni e i sentimenti celati in una storia, attraverso eleganti movenze e un uso raffinatissimo del ventaglio.

Al Goldoni sono state eseguite cinque danze e due brani strumentali cantati. La prima, “Kane ga misaki” (il promontorio della campana), interpretata da Yamamura Wakahayaki, ha ripreso il celebre atto danzato “Dojoji”, legato alla storia della fanciulla, innamoratasi di un giovane monaco, il quale, per sfuggirle, si nasconde sotto una campana di un tempio buddista, il Dojoji. Lei però lo insegue e, trasformatasi in serpente, lo incenerisce avvolgendo la campana tra le sue spire. In questo brano, la fanciulla ritorna. Esprime il suo risentimento verso la campana e verso il giovane, ma poi la danza si sviluppa in un’evocazione dei quartieri di piacere del Giappone. E’ accompagnata musicalmente da Kikuo Juji al canto (Jiuta) e allo shamisen, un liuto a tre corde, pizzicate con un grande plettro dalla forma particolare e da Kikuoda Yukari al Kokyu, una specie di viella a tre corde suonate mediante un archetto dotato di setole naturali. A seguire, il primo brano strumentale, “Kuro Kami” (capelli neri) per skamisen e kokyu. Grazie ai sopratitoli in italiano si riesce a seguire il ricordo di una notte d’amore, in versi che dimostrano la sottile capacità di far capire lo stato d’animo di chi narra cantando il rimpianto di una felice, ma trascorsa, storia d’amore. “Kyo no shiki” (Le quattro stagioni a Kyoto) conclude la prima parte. E’ eseguita dalla danzatrice Ishimura Masami, che rappresenta le quattro stagioni : primavera con i ciliegi notturni a Higashiyama ; l’estate con il rinfrescarsi sulle rive del fiume; l’autunno con il vento fresco, l’ombrello bagnato dalle piogge e gli aceri di Chorakuji; l’inverno con la neve, il Kotatsu (una forma antica di riscaldamento a carbone, che permane tuttora, pur se in versione elettrica) e il sake sul Maruyama, viste dalle prospettive delle giovani danzatrici (maiko) di Kyoto.

La seconda parte si apre con “Edo miyage" (ricordi di Edo, il nome antico di Tokyo), interpretato da Yamamura Wakahayaki, con un kimono lilla e un ventaglio bianco e verde, con Kikuo Juji (canto e shamisen). E’ una riscrittura per danza di sala di una coreografia di metamorfosi inscenata dal famoso attore kabuki Nakamura Utaemon III. Yamamura danzando raffigura sette ruoli diversi : la cortigiana d’alto rango (keisei) al risveglio; la vivacità di Echigo Jishi (danza in cui si manovra la testa del leone); un cieco con il suo bastone; l’eleganza del nobile poeta di corte Ariwara no Narihira; la possanza del monaco guerriero Benkei; una pescatrice di Sagami che raccoglie molluschi sulla spiaggia; il rosso prode Shoki che scaccia i demoni. Di nuovo una danzatrice, Tsuji Yuka, -accompagnata da Kikuo Yuji (canto e shamisen), e da Kikuoda Yukari (kokyu) dietro al palcoscenico – esegue “Fumizuki”, (il mese delle lettere). Viene evocata l’atmosfera della festa estiva del Tanabata : lo stato d’animo di una cortigiana che invidia gli amanti; la stella tessitrice (Vega) e del mandriano (Altair) – che secondo la leggenda almeno la notte del settimo giorno del settimo mese si possono congiungere attraverso la via Lattea -; la nostalgia e il trepidare nell’attesa dell’amato al calar del sole; il sogno di condurre una felice vita di coppia, sentimenti intessuti di richiami ai luoghi salienti del quartiere di Yoshiwara.

La terza e conclusiva parte si apre con il secondo brano strumentale, “Tsuru no sugomori” (le gru nel nido), un sorprendente assolo di Kikuo Yuji al kokyu. Continuando a suonare lo strumento, scende dal palco e si dirige verso la platea dimostrando bravura tecnica e gestuale. Sarà anche il fascino dei costumi, fatto sta che il pubblico rimane in silenzio, nemmeno un colpo di tosse, sforzandosi di trattenere il respiro ( a proposito, la musica si basa sul ritmo binario del respiro e non sul battito cardiaco) per non spezzare l’incantesimo. . Considerato per la sua difficoltà un brano di tradizione segreta, raffigura la vita delle gru (uccello simbolo in Giappone) che, in primavera, danzando formano una coppia, costruiscono il nido, allevano i piccoli, e questi a loro volta crescono, s’esercitano al volo e si rendono autonomi, e dopo il distacco dai genitori s’avviano in volo alla propria vita. La serata si conclude con “Yashima”, protagonista Yamamura Wakahayaki ,(canto e shamisen Kikuo Yuji), il quale veste un kimono viola e dispone di due ventagli. E’ la rielaborazione in forma di danza di sala, di un famoso dramma di Zeami per il teatro No. La piccola isola è il luogo di una celebre battaglia. Un giorno di primavera, un monaco in pellegrinaggio, in memoria di quella guerra, la visita e chiede alloggio per una notte in una capanna di pescatori. Nella notte gli appare in sogno lo spettro del generale Minamoto no Yoshitune. Attraverso i ricordi del protagonista di quegli eventi la danza, dopo un inizio d’atmosfera serena tra figure di pescatori intenti alla pesca al crepuscolo, con impeto rievoca gli epici scontri (1180-1185) tra i guerrieri del clan dei Minamoto e dei Taira per la conquista del potere nell’impero, mentre il ventaglio di volta in volta si trasforma in attrezzi o armi. Al sopraggiungere dell’alba, lo spettro del generale svanisce con il vento del mattino.

Per concludere è importante sottolineare come questo tipo di danze abbiano a che fare con lo Sciamanesimo: lo spirito vola in viaggio per incontrare la divinità e si distacca dal corpo. Si può volare in cielo o agli inferi comunicando con forza con presenze soprannaturali, spiriti, divinità e fantasmi. E’ una danza d’estasi, di possessione e invasamento in cui si richiamano gli spiriti o le divinità a scendere, tramite danza, musica ed oggetti sul corpo delle Miko, sciamane-sacerdotesse investite di poteri magici, di evocazione, invasamento, vaticinio e comunicazione con le divinità e gli spiriti. E’ una danza totalmente diversa da ciò che si è abituati a vedere in Occidente. Molto enfatizzata, dotata di movimenti lenti e precisi, in cui ogni minimo particolare nasconde un significato da scoprire. Fa piacere che un Paese che si penserebbe immerso nella tecnologia, abbia la volontà di salvaguardare le proprie numerose tradizioni – vedi anche la magia dei grandi tamburi – e che accanto a giovani vacui che ignorano e si disinteressano delle tradizioni, esistano esempi come Yamamura e Kikuo in grado, anche attraverso l’insegnamento, di mantenere in vita una serie di Arti che rischierebbero di andar perdute.

Davvero bravo Kikuo Yoji, un solista e virtuoso che non abbisogna di spartito e che padroneggia ugualmente la voce e lo strumento riuscendo ad indirizzare lo spettatore verso un mondo così lontano, stimolandone la curiosità e fermandone l’attenzione.

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