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Kurdistan iracheno: l’aviazione turca contro le baracche dei profughi

«Immagina che c’è la guerra e tutti si girano dall’altra parte»

di Gianni Sartori

 

Riprendo testuale la frase pronunciata da compagni curdi il 15 dicembre: «Immagina che c’è la guerra… e tutti si girano dall’altra parte». Chiaro, no?

Nella notte del 13-14 dicembre l’aviazione turca ha attaccato le baracche dei profughi curdi di Mexmûr. Situato nel Kurdistan iracheno, il campo profughi dal 1998 è posto sotto la tutela dell’Onu (almeno in teoria). Quattro uccise: una madre, sua figlia, sua nipote e un’altra donna che qui veniva ospitata (*).

Negli ultimi mesi è il terzo attacco aereo contro questo campo profughi e nel corso di ogni azione si contano diverse vittime. Sia tra le Unità di Autodifesa, sia tra i civili.

La maggior parte dei residenti di Mexmûr vengono dal Kurdistan del nord (Bakur, sotto l’amministrazione di Ankara) dai villaggi di Colemêrg (Hakkari), Şirnex (Şırnak) e Van. Per lo più sono persone che hanno rifiutato di diventare collaborazionisti in veste di “Guardiani di villaggio”. Le loro case sono state incendiate; ognuno di loro annovera tra i familiari qualche vittima della repressione statale.

Contemporaneamente veniva attaccata e bombardata anche la yazida – ezida, come dicono i curdi – Şengal. Forse non casualmente le bombe sono state lanciate proprio alla vigilia della festa Êzî, quando la popolazione era impegnata nei preparativi per i festeggiamenti.

L’eterno calvario di Guernica (Gernika, il dsuo nome basco). Ancora. Sempre.

In che altra maniera classificare l’atteggiamento del regime turco contro yazide e yazidi se non come puro e semplice odio?

Forse Erdogan vuole completare l’opera avviata dallo “Stato islamico” contro tale popolazione?

Non dimentichiamo quali furono le prime località contro cui si scagliò l’IS dopo la presa di Mosul. Si trattava proprio di Mexmûr e Şengal, abitate da yazidi. Dove incontrò comunque – va ribadito – la coraggiosa resistenza dei guerriglieri curdi del PKK. E’ lecito sospettare che questi attacchi siano in parte una ritorsione per tale resistenza.

All’assordante silenzio dell’ONU, dei Paesi occidentali – e in particolare degli USA – si è prontamente associato quello dei governi iracheno e regionale (del Kurdistan del sud).

Pavidità, indifferenza o forse sostanziale complicità con gli assassini e genocidi di Ankara.

Secondo le organizzazioni curde «non è possibile che gli attacchi (nella notte del 13-14 dicembre) contro Mexmûr e Şengal siano avvenuti senza l’assenso degli USA e sicuramente non è sbagliato pensare che gli USA, anche se non apertamente, hanno partecipato alla pianificazione. Questa decisione non può essere vista come un fatto disgiunto dalla decisione degli USA di emettere un mandato di cattura contro tre quadri dirigenti del Movimento di Liberazione Curdo».

In passato gli Stati Uniti non lesinavano nell’utilizzare le brigate curde come carne da macello, sul terreno, contro gli integralisti. Ma ora applicano la solita tattica … dell’USA e getta.

Sugli attacchi contro Mexmûr, Şengal e anche il Rojava (Kurdistan siriano) è intervenuto il Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) dichiarando che tali efferati bombardamenti «su zone abitate prevalentemente da civili servono allo scopo di tenere in piedi il regime fascista nello Stato turco».

Per continuare, lapidariamente: «Lo Stato turco dalla fondazione costruisce la sua esistenza su un genocidio fisico e culturale nei confronti di popoli e comunità religiose».

E intanto anche «il nord e l’est della Siria sono minacciati di un’invasione militare».

Secondo il KCK, lo Stato turco vorrebbe «occupare la Siria del nord e dell’est per distruggere la vita democratica, libera e basata sulla parità dei diritti costruita insieme dai popoli. Per chi è fascista la democrazia, la libertà, la parità e la pace rappresentano una minaccia. Lo Stato turco sa che il fascismo in Turchia non può reggere se in Siria nasce un ordine democratico. Per tenere in piedi il fascismo, in Siria si vuole mantenere uno stato di guerra permanente. Il fascismo vive di sangue e inimicizia».

Come ha commentato il KCK: «La gente sa benissimo che questo attacco non è solo contro i curdi ma contro la vita democratica e libera costruita insieme». Nel mirino di Ankara, soprattutto minoranze e comunità religiose che hanno dimostrato con i fatti di volersi autodeterminare. Un atteggiamento che non è esclusivo del popolo yazida, ma anche di aleviti, kakai, suryote, cristiani…

E infatti gli attacchi turchi non sono rivolti soltanto contro i curdi.

Resistere è colpa imperdonabile agli occhi di Erdogan.

In qualche modo si vuol ripercorrere la strada lastricata di sangue già intrapresa all’epoca della Prima Guerra Mondiale. Quando le persecuzioni e lo sterminio operati dalla Turchia contro le popolazioni minorizzate non avvenivano sicuramente all’insaputa delle potenze internazionali.

Come è noto lo spazio aereo iracheno è oggi sotto il controllo degli Stati Uniti e senza il loro permesso gli attacchi non sarebbero nemmeno ipotizzabili. Stesso discorso, come già detto, sia per il governo iracheno che per il governo regionale.

(*) I funerali si sono svolti il 14 dicembre. In migliaia hanno accompagnato i corpi di Eylem Muhammed Emer, 23 anni, Asya Ali Muhammed, 73, sua figlia Narinc Ferhan Qasim, 26 e la nipote Evin Kawa Mahmud, di 14 anni. I presenti si sono poi recati in corteo – per protestare – all’ufficio Onu del campo.Alle esequie erano presenti vari rappresentanti di partiti curdi e iracheni, tra cui il Puk e il Partito comunista iracheno.

Foto: Darren Flinders/Flickr

Questo articolo è stato pubblicato qui

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