In Cina è entrata in vigore la legge sull’unità etnica
Il 1° luglio è entrata in vigore in Cina la Legge sull’unità etnica, con gli ostentati obiettivi di “rinvigorire” la comune identità nazionale, far progredire gli ambiziosi progetti della dirigenza del Partito comunista e promuovere il “Pensiero di Xi Jinping”.

La legge vieta azioni che possano “compromettere l’unità nazionale o creare divisioni etniche”: questa formulazione, del tutto generica, apre la strada a un’applicazione arbitraria.
Il Consiglio di stato ha anche sottolineato che alcune parti della legge potranno essere applicate anche oltre i confini della Cina, a conferma della dimensione transnazionale della repressione orchestrata dal governo di Pechino, che si avvale della collaborazione di ambasciate e consolati all’estero, che spesso premono sui governi locali affinché espellano (dunque, riconsegnino alla Cina) persone dissidenti e attiviste della diaspora.
L’accanimento nei confronti delle minoranze, in nome della cosiddetta “unità etnica”, non è una novità. Casi come quello del docente universitario uiguro Ilham Tohti, dell’antropologa ed etnologa uigura Rahile Dawut e del leader religioso tibetano Choktrul Dorje Ten Rinpoche illustrano bene come pacifiche attività accademiche, culturali o religiose siano ampiamente criminalizzate.
L’espressione “unità”, dunque, non significa armonia tra comunità diverse in nome di valori comuni: dev’essere correttamente tradotta in allineamento ideologico forzato al Partito comunista.
Questo articolo è stato pubblicato quiLasciare un commento
Per commentare registrati al sito in alto a destra di questa pagina
Se non sei registrato puoi farlo qui
Sostieni la Fondazione AgoraVox







