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Internet: la stampa ora si paga

Il 25 marzo gli inglesi Times e Sunday Times hanno annunciato l’inizio dell’era pagante per l’accesso al loro sito Internet. E non si tratta di casi isolati. Quali modelli deve pensare la stampa su Internet per sopravvivere?

Internet: la stampa ora si paga

Dal 29 marzo prossimo il sito Internet de Le Monde non sarà più gratuito.
 
Solamente pochissimi articoli saranno consultabili on line, mentre la maggior parte sarà riservata ai soli abbonati. Dal mese scorso anche un altro quotidiano francese ha fatto la stessa scelta: Le Figaro ha optato per un’informazione a tre livelli, con un primo accesso gratuito per le news, e i successivi due paganti secondo i servizi richiesti. La decisione dei due quotidiani francesi si inscrive nell’onda della dichiarazione fatta da Robert Murdoch lo scorso agosto: “Il giornalismo di qualità costa, e un’industria che regala i suoi prodotti sta cannibalizzando il fare buon giornalismo”. All’epoca Murdoch pensava al Wall Street Journal, ma il primo passo è invece stato fatto il 25 marzo scorso da altri due suoi giornali. Da giugno prossimo gli inglesi Times e Sunday Times saranno a pagamento: una sterlina per la consultazione quotidiana, due per l’intera settimana, riporta il quotidiano inglese The Guardian.
 
La notizia è stata data da Rebekah Brooks, amministratore delegato del gruppo New International, che assicura che la scelta sarà applicata anche al Sun e al New of the World. La Brooks ha sostenuto: “Si tratta di un passo cruciale per fare i modo che il mercato delle notizie torni ad essere (economicamente) interessante. Siamo orgogliosi del nostro giornalismo e non ci vergogniamo di dire che ha valore”. L’onda dell’accesso a pagamento non finisce qui: il gruppo francese Hersant ha annunciato che le notizie sul sito Internet svizzero arcinfo.ch, che riunisce i giornali L’Express e l’Impartial, saranno a pagamento a più tardi a partire dall’inizio del 2011.
 
L’amministratore delegato di Hersant, Jacques Richard, ha così giustificato la scelta: “Il mercato pubblicitario non è in grado di sostenere le spese di un sito Internet”, e continua, “oggi nessuno guadagna su Internet, bisogna trovare una modo di renderlo proficuo”. John Humphrys, 63enne giornalista inglese, veterano della Bbc ha dichiarato, il 26 marzo su The Sun: “Il buon giornalismo si paga, così come paghiamo un idraulico per aggiustarci una fuga d’acqua”. Humphrys dichiara di spendere ogni anno oltre cinquecento sterline nella stampa. Il caso di Humphrys è ovviamente isolato. Quanti cittadini comprano più quotidiani al giorno? Quanti tutti i giorni?
 
Ed è ancora colpa di Google
 
E le voci contro Google sono sempre di più. Ancora una volta è Rupert Murdoch il precursore: nel novembre scorso ha dichiarato che i siti dei suoi giornali sarebbe scomparsi dagli aggregatori di notizie (Google News in primis) poiché questi ultimi guadagnano (in pubblicità) senza pagare per le notizie che, invece, per i giornali sono un costo. Stesso mese: la Fieg (Federazione italiana editori di giornali) ha denunciato Google Italia all’antitrust per, ancora una volta, Google News. L’accusa? Abuso di posizione dominante, creando una distorsione del meccanismo della pubblicità on line. Ed è ora il turno della Spagna: il 23 marzo Antonio Fernández Galiano, Presidente dell’associazione spagnola degli editori stampa (Aede) ha sostenuto la necessità che « Google News cambi completamente il suo modello economico ». Secondo Galiano: "Approfitta del lavoro e della crisi della stampa per guadagnare, non rispettando la legge che difende gli editori contro gli abusi dei guadagni di terzi in Internet".
 
Alla ricerca di un nuovo modello
 
Se la stampa si rende ora conto che un sito non può vivere solo grazie alla pubblicità, non tutti tornano al modello a pagamento tout court. Alcuni seguono le evoluzioni tecnologiche: Pedro J. Ramírez, direttore dello spagnolo El Mundo ha lanciato, due settimane fa, il prodotto Orbyt. Per 15 euro mensili si ricevono contenuti differenziati (e più multimediali) di quelli che si trovano sul sito. È un sistema pensato per i nuovi prodotti come I-Phone, I-Pad e Tablet Pc. Ramírez ha dichiarato: “I problemi che la tecnologia ci sta ponendo, la tecnologia ce li risolverà (…) Sono convinto che presto o tardi rivivremo un’epoca d’oro del giornalismo e che saremo ancora in grado di assumere giornalisti”.
 
Altra possibilità: si chiede al lettore di contribuire (economicamente). Il quotidiano on line francese Rue89 lo ha fatto con il suo wall (chiunque può acquistare un mattone sullo sfondo del sito dove far apparire la sua pubblicità) o con tutta una serie di gadget con il logo del giornale. Se il lettore si identifica con il prodotto sarà anche disposto a pagare. Un’altra scelta ancora è quella del “crowdfunding”: sul modello dell’americano Spot us, in Italia è nato You Capital. Come funziona? È il lettore stesso che finanzia progetti di suo interesse. Secondo le parole del fondatore, Antonio Rossano "La piattaforma Youcapital consentirà a giornalisti ed operatori del settore di pubblicare progetti, raccogliere adesioni e sostegno, ma soprattutto il finanziamento proveniente da donazioni ed erogazioni liberali".
 
Per finire c’è il modello, ancora una volta francese, di Mediapart. Sito fondato dall’ex giornalista de Le Monde, Edwy Plenel nel 2008, è completamente a pagamento, ad esclusione dei blog. Con un abbonamento mensile di nove euro, Plenel sostiene che si avranno “degli abbonati che saranno sì dei lettori, ma anche dei contributori. (…) Abbiamo unito tutti gli elementi della contribuzione on line. È l’idea del partecipativo di qualità: il lettore si può impossessare di Mediapart come di un luogo di riferimento per far uscire, lui stesso, gli argomenti che gli interessano”. 
 
Vedremo se il modello a pagamento sopravviverà o se semplicemente riverserà i lettori verso i siti concorrenti che restano gratuiti. La stampa cerca un modo per sopravvivere in un momento in cui la condivisione della notizia è alla base della sua diffusione. Le notizie a pagamento sono, ad esempio, escluse dai social network. A questo si può opinare che la televisione a pagamento, che si differenzia enormemente da quella gratuita per la qualità dei contenuti e per la personalizzazione della scelta ha invece avuto successo.
 
Staremo a vedere.

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