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Il giudice meschino: Intervista a Mimmo Gangemi

Nel 2010 la ‘ndrangheta non vive più nel silenzio. Adesso fa notizia: in Calabria arrivano gli inviati dei quotidiani nazionali, si accendono le telecamere dei programmi tv, escono addirittura i romanzi per grandi case editrici. Sul finire dello scorso anno è stato “Il giudice meschino” (Einaudi) a svelarci il talento narrativo di Mimmo Gangemi, ingegnere di 60 anni, nato a Santa Cristina d’Aspromonte ma residente a Palmi, in provincia di Reggio Calabria. Posti bellissimi ma da sempre costretti a convivere con la criminalità organizzata e la mentalità mafiosa.
 
Gangemi, dopo vari romanzi usciti per piccoli editori, ha avuto finalmente la possibilità di farsi conoscere dal grande pubblico con un libro diventato un caso editoriale, giunto in breve alla terza ristampa. “Il giudice meschino” è un noir bellissimo che, oltre a tutti gli ingredienti del genere, contiene elementi di grandissima attualità come, ad esempio, una storia sul traffico e lo smaltimento illegale di rifiuti radioattivi. Ma il romanzo racchiude anche una formidabile descrizione della società e della mentalità calabresi, della ‘ndrangheta e delle sue relazioni pericolose con il mondo dell’imprenditoria e della politica, ma anche con i poteri forti: massoneria e servizi segreti deviati. Il famoso “terzo livello” su cui sembra che stia finalmente indagando la magistratura.
 
In un’uggiosa domenica di novembre ho incontrato Mimmo Gangemi nel suo studio di Palmi impregnato dall’acre odore dei sigari, laddove prendono forma i suoi romanzi.
 
Come è nato “Il giudice meschino”?
Qualche anno fa lessi, in un articolo apparso su “L’espresso”, le dichiarazioni del pentito Fonti. Parlava di scorie radioattive depositate in un capannone dell’Enea e di un accordo tra parti deviate dello Stato e la ‘ndrangheta per lo smaltimento delle stesse. Da lì scattò la scintilla per scrivere questo romanzo che ha quindi attinenza stretta con la cronaca, al punto che è in corso un processo in cui sono coinvolti tre dirigenti di quegli stabilimenti Enea di Rotondella. Come al solito, iniziai a scrivere senza sapere dove sarei andato a finire. Il risultato è “Il giudice meschino”.
 
Uno degli elementi principali del romanzo è la descrizione di uno spaccato sociale: la ‘ndrangheta, con i suoi simboli e rituali, ma anche la mentalità di una società che la ‘ndrangheta convive da sempre…
Il romanzo descrive la condizione sociale del popolo calabrese, particolarmente reggino, dove sono in pochi a decidere il destino di tutti. La ‘ndrangheta, da un punto di vista prettamente operativo, è un fenomeno circoscritto a una percentuale minima della popolazione. Non è questa la componente difficile da sconfiggere, più complicato è estirpare la mentalità intrisa di ’ndrangheta che si è costruita nel corso dei decenni. In questo ci sono grosse responsabilità da parte dello Stato che per lunghissimo tempo ha lasciato che determinate zone della Calabria, in particolare l’Aspromonte, fossero di fatto una zona franca dove tutto era lecito e possibile. Questo ha consentito alla ‘ndrangheta di occupare spazi che dovevano essere dello Stato e di ottenere forti consensi nella popolazione, almeno fino alla fine degli anni Sessanta. Nel suo modo, selvaggio e contorto, la ‘ndrangheta esercitava giustizia e una larga fetta della popolazione si riconosceva in questa forma di giustizia, in questo anti-Stato che diventava Stato. Nel corso degli ultimi decenni la ‘ndrangheta ha perso i suoi elementi di “onorata società”, ma la mentalità intrisa di mafiosità è rimasta, seppure il consenso, inteso come affiliazione ideologica, sia scemato, ed è dura a morire…
 
L’altro elemento forte del libro sono i personaggi, il loro mondo interiore, la loro psicologia: il boss don Mico Rota, il giudice incorruttibile Giorgio Maremmi, il magistrato scansafatiche e sciupafemmine Alberto Lenzi (“Il giudice meschino” è lui), il suo amico aristocratico e bon vivant Lucio Cianci Faraone. Personaggi che, immagino, nascono da un’attenta osservazione della realtà che la circonda…
Ovviamente. Personaggi come don Mico Rota si possono trovare in molti paesi della Calabria. È un mafioso vecchio stampo, appartenente all’onorata società, che si è riciclato per mantenere il potere e non soccombere alle nuove leve che scalpitavano e che non hanno avuto e non hanno scrupoli a trafficare con la droga o con le scorie radioattive, come si racconta nel mio romanzo. Io individuo il passaggio epocale da onorata società a ’ndrangheta nell’uccisione del vecchio capobastone Zi ‘Ntoni Macrì di Siderno, che si opponeva a quei traffici e all’idea che per denaro fosse tutto lecito. Non per questo lo assolvo, dico soltanto che siamo passati dal tifo al colera. Anche personaggi come Lucio Cianci Faraone sono piuttosto comuni nei nostri paesi, rampolli di famiglie nobili che si sono messi i mafiosi in casa per garantirsi nelle proprietà, con il risultato che quasi sempre si sono ritrovati senza terre e senza palazzi…
 
La ‘ndrangheta ha sempre prosperato nel silenzio, infiltrando le istituzioni e la società civile. Come spiega tutto questo interesse mediatico nei confronti dell’organizzazione criminale calabrese nell’ultimo anno?
Lo spiego con l’errore commesso dalla ‘ndrangheta all’inizio dell’anno, con l’attentato alla Procura di Reggio Calabria dei primi di gennaio. In precedenza – a parte l’assassinio del giudice Scopelliti (1991), realizzato, a quanto pare, dalla ‘ndrangheta per uno scambio di favori con Cosa Nostra – l’organizzazione calabrese ha sempre agito nell’ombra e nel silenzio, senza stuzzicare le istituzioni. Dall’inizio dell’anno qualcosa è cambiato. Le indagini di una Procura finalmente attiva ed efficiente hanno spaventato l’organizzazione, che per la prima volta ha alzato il tiro, provando così a incutere una paura che arginasse i risultati della Giustizia, specialmente i sequestri di beni (questi sì deleteri per gli ’ndranghetisti), come già aveva fatto Cosa Nostra, a Palermo e in tutta la Sicilia.
Dirò di più: secondo me, più che la ’ndrangheta, si è spaventato il terzo livello, quello dei colletti bianchi che utilizzano la criminalità organizzata come il loro braccio armato. Le indagini della magistratura possono aver sfiorato, anche più che sfiorato, gli intoccabili e allora è stata allertata la ‘ndrangheta affinché colpisse e intimidisse i magistrati, lanciando un segnale preciso: che chiunque può essere colpito in qualsiasi posto, in qualsiasi momento.
 
 
Il finale de “Il giudice meschino”, pur positivo nella risoluzione del caso delle scorie radioattive, lascia intaccato il potere del “terzo livello”. Abbandonando la fiction e guardando la realtà, è ottimista sul fatto che la ‘ndrangheta possa essere sconfitta oppure ritiene che la metastasi nel corpo della società calabrese, e italiana, sia in uno stadio troppo avanzato?
Il finale del libro non è positivo – al solito, restano impigliati i pesci piccoli, seppure sullo sfondo traspaia il terzo livello – ma io non sono pessimista come il giudice Gratteri quando afferma che ’la ndrangheta finirà quando finirà l’uomo. Per sconfiggerla bisogna sconfiggere la mentalità intrisa di ’ndrangheta. L’unico mezzo è investire pesantemente nella cultura, mettere in campo risorse e idee che riescano a cambiare i pensieri delle nuove generazioni, far capire loro che la ‘ndrangheta non è un modello da seguire, ma il male assoluto, un’organizzazione criminale che si maschera dietro parole false e vuote quali “onore” e “rispetto”, smentite dalle nefandezze di cui si macchia ogni giorno.
 
Veniamo a Mimmo Gangemi autore. Come mai è arrivato a pubblicare per una grande e prestigiosa casa editrice come Einaudi a 59 anni?
Lo devo all’incontro casuale con Giancarlo De Cataldo. Gli diedi una copia di un mio romanzo, “Quell’acre odore di aglio”. Non credevo che lo avrebbe letto. Invece lo fece e lavorò nell’ombra: parlò di me alla Einaudi e un giorno mi telefonò per dirmi che il mio prossimo libro sarebbe uscito per la casa editrice torinese. La particolarità più curiosa è che la chiamata di De Cataldo arrivò in un momento in cui io avevo smesso di credere di poter essere pubblicato da un grande editore. E penso ai tanti talenti che ci sono eppure non riescono a emergere, perché senza i contatti giusti nessuno li degna di lettura. Devo molto anche a Severino Cesari, condirettore della collana Stile Libero di Einaudi, che ha sua volta ha creduto in me. Quello che ha fatto De Cataldo per le mie opere spero, un giorno, di poterlo fare io per un giovane di talento.
 
Ha mai pensato di fare di Alberto Lenzi un personaggio alla Montalbano, protagonista di una serie di romanzi e magari di una fiction?
Sì, ci ho pensato, dato che il personaggio Lenzi è piaciuto. E ho iniziato un’altra indagine con lo stesso protagonista. Sono ancora agli inizi, avrò scritto una trentina di pagine e, in genere, so che finirò un libro quando sarò arrivato a sessanta, settanta pagine…
Quanto alla fiction, i diritti de “Il giudice meschino” sono stati opzionati dalla società di Luca Barbareschi. Speriamo che la cosa vada in porto.
 
Progetti futuri, a parte quelli a cui accennava prima?
Quello più immediato è l’uscita del mio prossimo romanzo, “La signora di Ellis Island”, una saga familiare che sarà in libreria ai primi di gennaio, sempre per Einaudi Stile Libero.

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