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  Home page > Attualità > Cultura > Il giudice meschino: Intervista a Mimmo Gangemi
di Roberto Calabrò (sito) mercoledì 10 novembre 2010 - 0 commento oknotizie
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Il giudice meschino: Intervista a Mimmo Gangemi

Nel 2010 la ‘ndrangheta non vive più nel silenzio. Adesso fa notizia: in Calabria arrivano gli inviati dei quotidiani nazionali, si accendono le telecamere dei programmi tv, escono addirittura i romanzi per grandi case editrici. Sul finire dello scorso anno è stato “Il giudice meschino” (Einaudi) a svelarci il talento narrativo di Mimmo Gangemi, ingegnere di 60 anni, nato a Santa Cristina d’Aspromonte ma residente a Palmi, in provincia di Reggio Calabria. Posti bellissimi ma da sempre costretti a convivere con la criminalità organizzata e la mentalità mafiosa.
 
Gangemi, dopo vari romanzi usciti per piccoli editori, ha avuto finalmente la possibilità di farsi conoscere dal grande pubblico con un libro diventato un caso editoriale, giunto in breve alla terza ristampa. “Il giudice meschino” è un noir bellissimo che, oltre a tutti gli ingredienti del genere, contiene elementi di grandissima attualità come, ad esempio, una storia sul traffico e lo smaltimento illegale di rifiuti radioattivi. Ma il romanzo racchiude anche una formidabile descrizione della società e della mentalità calabresi, della ‘ndrangheta e delle sue relazioni pericolose con il mondo dell’imprenditoria e della politica, ma anche con i poteri forti: massoneria e servizi segreti deviati. Il famoso “terzo livello” su cui sembra che stia finalmente indagando la magistratura.
 
In un’uggiosa domenica di novembre ho incontrato Mimmo Gangemi nel suo studio di Palmi impregnato dall’acre odore dei sigari, laddove prendono forma i suoi romanzi.
 
Come è nato “Il giudice meschino”?
Qualche anno fa lessi, in un articolo apparso su “L’espresso”, le dichiarazioni del pentito Fonti. Parlava di scorie radioattive depositate in un capannone dell’Enea e di un accordo tra parti deviate dello Stato e la ‘ndrangheta per lo smaltimento delle stesse. Da lì scattò la scintilla per scrivere questo romanzo che ha quindi attinenza stretta con la cronaca, al punto che è in corso un processo in cui sono coinvolti tre dirigenti di quegli stabilimenti Enea di Rotondella. Come al solito, iniziai a scrivere senza sapere dove sarei andato a finire. Il risultato è “Il giudice meschino”.
 
Uno degli elementi principali del romanzo è la descrizione di uno spaccato sociale: la ‘ndrangheta, con i suoi simboli e rituali, ma anche la mentalità di una società che la ‘ndrangheta convive da sempre…
Il romanzo descrive la condizione sociale del popolo calabrese, particolarmente reggino, dove sono in pochi a decidere il destino di tutti. La ‘ndrangheta, da un punto di vista prettamente operativo, è un fenomeno circoscritto a una percentuale minima della popolazione. Non è questa la componente difficile da sconfiggere, più complicato è estirpare la mentalità intrisa di ’ndrangheta che si è costruita nel corso dei decenni. In questo ci sono grosse responsabilità da parte dello Stato che per lunghissimo tempo ha lasciato che determinate zone della Calabria, in particolare l’Aspromonte, fossero di fatto una zona franca dove tutto era lecito e possibile. Questo ha consentito alla ‘ndrangheta di occupare spazi che dovevano essere dello Stato e di ottenere forti consensi nella popolazione, almeno fino alla fine degli anni Sessanta. Nel suo modo, selvaggio e contorto, la ‘ndrangheta esercitava giustizia e una larga fetta della popolazione si riconosceva in questa forma di giustizia, in questo anti-Stato che diventava Stato. Nel corso degli ultimi decenni la ‘ndrangheta ha perso i suoi elementi di “onorata società”, ma la mentalità intrisa di mafiosità è rimasta, seppure il consenso, inteso come affiliazione ideologica, sia scemato, ed è dura a morire…

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di Roberto Calabrò (sito) mercoledì 10 novembre 2010 - 0 commento oknotizie
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