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 Home page > Attualità > Mondo > Il genocidio del Ruanda e le lezioni che non abbiamo appreso

Il genocidio del Ruanda e le lezioni che non abbiamo appreso

Sono iniziati il 6 aprile in Ruanda 100 giorni di commemorazioni del genocidio, di cui ricorre quest’anno il venticinquesimo anniversario.

Come tragicamente noto, in soli 100 giorni tra aprile e luglio del 1994 furono uccise oltre 800.000 personein maggioranza tutsi, nel tentativo del governo ruandese in carica di eliminare quel gruppo etnico. Tra le vittime vi furono anche hutu che si opponevano al genocidio.

Quel genocidio fu pianificato. Il governo ad interim che assunse il potere dopo che l’aereo del presidente Juvenal Habyarimana esplose in volo sui cieli della capitale Kigali, demonizzò intenzionalmente la minoranza tutsi, scegliendo di manipolare ed esacerbare le tensioni già in atto e ricorrendo all’odio nel tentativo di rimanere al potere.

All’indomani del genocidio i tribunali di comunità, conosciuti come gacaca, hanno processato oltre due milioni di persone.

Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda ha condannato 62 persone, tra cui ex alti funzionari del governo e altre persone che ebbero un ruolo di primo piano nel genocidio.

Dopo il genocidio in Ruanda il mondo concordò che l’odio e le politiche divisive non sarebbero mai più stati tollerati. In realtà, lo aveva concordato già dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Invece, solo un anno dopo ci fu il nuovo “genocidio più veloce della storia”, quello di Srebrenica in Bosnia. Il “mai più” ha dimostrato tutta la sua inutilità coi massacri in Siria e col genocidio degli yazidi perpetrato nel 2014 dallo Stato islamico.

Nel 2017 poi, in Myanmar, oltre 700.000 persone di etnia rohingya sono state costrette a fuggire in Bangladesh a seguito di una crudele campagna di pulizia etnica portata a termine dalle forze armate. Migliaia di esse sono state uccise, stuprate, torturate e sottoposte a ulteriori violazioni dei diritti umani.

Nei 25 anni successivi al genocidio del Ruanda il mondo ha dunque assistito a innumerevoli crimini di diritto internazionale, spesso provocati dalle stesse politiche di esclusione e demonizzazione usate nel 1994 dal governo ruandese.

L’affermazione di quelle politiche erode sempre più pericolosamente i diritti umani. Esponenti politici che cercano di vincere le elezioni a ogni costo inventano in modo cinico e sistematico capri espiatori sulla base dell’identità – religiosa, etnica, razziale o sessuale – spesso per distrarre l’opinione pubblica dall’incapacità dei governi di garantire quei diritti umani che assicurerebbero la sicurezza economica e sociale.

Questo ha dato luogo a pericolose narrative del “noi contro loro”, instillando paura e repressione a scapito dell’umanità e del rispetto per i diritti umani.

In definitiva, dalla “lezione” del genocidio del Ruanda abbiamo appreso ben poco.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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