Il femminicidio e la paura dell’uomo della solitudine
La domanda che circola dopo dopo ogni femminicidio è sempre la stessa: perché l’amore si trasforma in morte? La risposta risiede nella storia e nei miti che gli umani hanno assimilato. Non c’entra nulla la religione, come dicono i benpensanti, ma c’entra la dipendenza affettiva e la paura della solitudine che accompagna gli addii.

La paura di perdere qualcosa che amiamo è vecchia quanto il mondo. Gli antichi greci lo hanno raccontato nelle narrazioni epiche. Ade rapisce Persefone perché non sopporta la solitudine. Orfeo si volta per controllare Euridice e la perde per sempre. Apollo insegue Dafne che si salva diventando albero. Sono storie antiche che trovano applicazione nella vita moderna. Perché quegli archetipi hanno costruito un modello che identifica l’amore con compagnia e l’abbandono come solitudine e fallimento.
L’uomo, condizionato anche da precetti religiosi, ha imparato che una relazione dovrebbe durare per tutta la vita. "Finché morte non vi separi” recita il sacramento del matrimonio. Un precetto giusto e normale. Ma che succede raramente. Perché le separazioni, precedute da rapporti dove mancano amore e rispetto, sono diffuse e hanno favorito nelle persone la paura della solitudine, del vuoto e della sconfitta. Si resta sgomenti nel pensare che i fidanzamenti di oggi, a differenza del passato, durano di più e creano matrimoni che durano poco, rispetto ai nostri nonni.
Il retaggio religioso, in questo, non c’entra niente. C’entra la cultura di una società dove gli uomini sono mossi dal timore di perdere ciò che hanno conquistato, reagendo con metodi così violenti da portare al delitto. E questa mentalità che fortunatamente riguarda solo pochi uomini e non certo l’intero universo maschile ha conseguenze pericolose. Conseguenze contro cui non serve la repressione, perché molti uomini non sopportano la libertà dell’altra persona e identificano sé stessi con quella relazione, con quella conquista, con quella vittoria che vedono svanire. E allora, nella loro mente distorta, preferiscono distruggere piuttosto che rimediare.
C’è una via d’uscita? Credo di no. A meno che il matrimonio non subisca delle modifiche legislative. Come ha pensato qualcuno che ha proposto matrimoni a contratto da rinnovare o da disdire ogni anno. Questo però si ripercuoterebbe sui figli che vedrebbero in questo contratto una spada di Damocle puntata sulla loro testa e non su quella dei genitori. Perché a pagare il prezzo dei divorzi e delle separazioni non sono solo i grandi, ma anche i piccoli. Forse, l’unica via d’uscita è di ordine mentale: coltivare un po’ di autostima e amor proprio e lasciare che ognuno prosegua la propria strada. Nessuno dev’essere così importante da diventare indispensabile. Solo allora l’uomo smetterà di avere paura della fine di un rapporto. E finalmente potrà rinascere come quello che dovrebbe essere da sempre: non una persona fallimentare, ma un essere libero che può tornare a volare, anche da solo.
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