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 Home page > Tribuna Libera > I (no)social e l’altro da abbattere

I (no)social e l’altro da abbattere

 

«Non sarà possibile, dunque, evitare di cogliere, nei social, il loro lato più attrattivo, vale a dire l’essere e il loro funzionare alla stregua di un ‘teatro dell’apprendimento’: per intenderci, un luogo mobile e dinamico, ricco e contraddittorio anche, dentro il quale è messo continuamente in scena l’apprendimento».

Leggo queste righe nel pezzo I social educativi, del 29 maggio 2017, di Roberto Maragliano (http://bit.do/MARAGLIANO), pezzo che ha stimolato qualche neurone, troppo spesso assopito (e di questo ringrazio il collega).

Faccio allora la parte dell’advocatus diaboli (sennò che gusto c’è?), advocatus, peraltro, dubbioso e senza certezza alcuna.

Siamo sicuri, mi chiedo, che il mondo dei social crei, squaderni davanti ai nostri occhi miniere, orizzonti di pensiero anticonformista e critico?

Capita, penso, a tutti noi, di imbatterci continuamente in siti, forum, ecc. frequentati da chi in quei luoghi cerca solo conferma a giudizi maturati prima di addentrarsi in essi.

Non dispongo di studi né di statistiche a riguardo ma ho l’impressione che i social siano talvolta (spesso?) non granché dissimili dalle sezioni dei Partiti-chiesa di un tempo.

Il compagno usciva dalla fabbrica o dall’ufficio, andava in sezione dove veniva rassicurato della bontà della linea politica e dell’approssimarsi della società senza classi e se ne tornava a casa sereno.

Lo stesso accadeva all’elettore democristiano, che in verità la messa la poteva ascoltare direttamente in chiesa oltre che nel suo surrogato partitico.

Pure il missino in uno scantinato, con la serranda bene abbassata per non farsi vedere, un camerata pronto a giurargli sul busto del duce che il fascismo sarebbe risorto più antiplutocratico e romano di prima lo trovava eccome…

Ora, poteva un missino arrischiarsi di varcare la soglia di una sezione del Pci, così, solo per intavolare un sereno scambio di vedute? E il compagno tentare lo stesso tra i camerati? Ovviamente, no.

Bene, la musica non mi sembra sia cambiata.

Provate a frequentare un forum NoVax, avanzando sommessamente, senza spocchia, la tesi che la correlazione tra autismo e vaccinazioni sia scientificamente infondata. Lo sapete, vi faranno il culo come un secchio.

Le stesse dinamiche si ripetono anche in social abitati da noi, da accademici raffinati e ragionanti.

Provate, se nutrite simpatie hayekiane, a frequentare un club keynesiano o, al contrario, se keynesiano siete, a bussare alla porta di un social liberista. Il risultato sarà sempre lo stesso: calci in culo.

Con una differenza, che, forse, davanti a un materialissimo caffè o a un boccale di birra, di fronte a un sorriso, a una battuta autoironica, a un “guarda, non intendo ridere di te ma sorridere con te della pochezza mia prima che della tua”, cose che puoi fare solo se hai l’interlocutore di fronte a te, in carne ed ossa, l’aggressività la puoi mettere in fuga o comunque contenere, confinare in quarantena.

Sui social, no. L’interlocutore non lo vedi, quindi perde la sua umanità, diventa troppo spesso solo un avversario da abbattere.

Accade così quel che viene raccontato da Lussu in Un anno sull’altipiano: «io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferrai il fucile del caporale. [...] L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, ch’era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato a pensare. [...]. Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. […] Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo... come su un cinghiale! Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: “Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io t’uccido” è un’altra. E’ assolutamente un’altra cosa. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa».

Nei social, in coloro che non la pensano come te, non intravedi la sagoma di un uomo ma di un cinghiale e apri il fuoco…

 

 

Commenti all'articolo

  • Di Roberto Maragliano (---.---.---.84) 30 gennaio 2018 15:28

    Dipende, caro Luca. Dipende da come uno vive gli ambienti social. Vero è che possono essere casse di risonanza del medesimo suono, ma è altrettanto vero che, se uno vuole e ha la pazienza di dedicarcisi, trova infinite dissonanze con le quali intavolare confronti. Da ultimo difficilmente contestabile, e dunque sufficientemente vero è che fidandosi di altri media, come i giornali e le tv, capita di non intercettare fenomeni sotterranei, come quelli che hanno portato a Trump e alla Brexit. Comunque grazie dell’occasione di dialogo che mi offri, Roberto

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