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HIKIKOMORI: adolescenti chiusi in un mondo di solitudine

Hikikomori in giapponese significa letteralmente “stare in disparte”. Questo termine viene utilizzato per riferirsi a tutti quei soggetti che si ritirano dalla vita sociale per un tempo piuttosto lungo, che può variare da alcuni mesi fino a diversi anni. Questo fenomeno è oggi molto diffuso in Giappone, soprattutto tra gli adolescenti i quali decidono, per vari motivi, di chiudersi nella propria stanza evitando qualsiasi tipo di contatto diretto con il mondo esterno. È un fenomeno questo che riguarda giovani tra i 14 e i 30 anni principalmente di sesso maschile, anche se è in forte crescita anche il numero delle ragazze, che vede i suoi primi casi sin dagli anni ’80 

Oggi in Giappone ci sono oltre 500.000 casi accertati, ma secondo le associazioni che se ne occupano il numero potrebbe arrivare addirittura a un milione, che corrisponde alll’1% dell’intera popolazione nipponica (https://www.agi.it/cronaca/hikikomo...). L’hikikomori, è identificata ormai come una sindrome culturale, ma sembra non essere esclusivamente giapponese, infatti anche in Italia sta aumentando sempre di più l’attenzione nei confronti di questo fenomeno. Si manifesta in realtà come un disagio sociale che riguarda tutti i paesi economicamente sviluppati (http://www.hikikomoriitalia.it/p/ch...).

Non si può negare che la cultura giapponese sia caratterizzata storicamente da molti fattori che aumentano la portata del fenomeno, tra i quali rientrano anche il sistema sociale e scolastico ultra competitivo così come la figura paterna spesso assente a causa di orari di lavoro estenuanti. Anche in Italia, sebbene vi siano grosse differenze rispetto al Giappone, le pressioni sociali sono molto forti. Oggi si ritiene che nel nostro Paese vi siano almeno 100 mila casi. Già a partire dal 2007 sembrano essere determinanti: il calo delle nascite con un conseguente aumento dei figli unici, sottoposti di norma a pressioni maggiori; la crisi economica che ha determinato una maggiore difficoltà di entrare nel mondo del lavoro; l’espandersi di una cultura dell’immagine, esasperata inoltre dalla grande diffusione dei social network. In Italia, a differenza del Giappone, questa sindrome sociale sembra colpire anche un discreto numero di hikikomori di sesso femminile, con un rapporto di 70 a 30 rispetto ai maschi. Crepaldi (2011) spiega che “Per una questione culturale le famiglie considerano, tuttavia, la reclusione della figlia come un problema minore probabilmente perché la vedono come una futura casalinga o sperano che un domani si sposi ed esca di casa”.

Inoltre nella realtà italiana sembrano emergere differenze sostanziali anche tra una regione e l’altra, infatti gli Hikikomori sembrano avere caratteristiche diverse tra il Nord e il Sud (https://it.businessinsider.com/hiki...).

La maggior parte dei ragazzi Hikikomori passano spesso tutta la giornata chiusi nella propria stanza, interrompono le proprie attività solo per i bisogni fisiologici. Un tale comportamento risulta molto grave soprattutto perché in questo modo vengono compromesse tutte le normali abitudini, la scuola, le amicizie e tutte le relazioni sociali (http://www.adolescienza.it/dizionar...). Trascorrono le loro giornate tendenzialmente a leggere, disegnare, giocare ai videogiochi o navigando su internet, evitando qualsiasi contatto con il mondo esterno, escludendo spesso i familiari stessi (Redazione AdoleScienza.it).

I primi segnali di allarme si manifestano generalmente nel periodo di passaggio dalle scuole medie inferiori alle scuole superiori, o al termine di queste ultime. Sono momenti in cui i giovani si trovano a confrontarsi con gli altri, nuovi insegnanti e compagni di classe, un periodo in cui si devono affrontare nuove sfide oppure ci si trova a dover decidere per il proprio futuro.

La chiusura solitamente non avviene in modo repentino, ma ha inizio con il rifiuto di andare a scuola via via sempre più sistematico e con la preferenza per attività solitarie rispetto a quelle che prevedono un contatto diretto con il mondo esterno. Si assiste ad un ritiro sociale che può manifestarsi a vari gradi, fino a quello più grave in cui vi è il trascorrere quasi la totalità del tempo rinchiusi in casa o esclusivamente nella propria stanza. Gli unici rapporti con il mondo esterno si intrattengono attraverso le nuove tecnologie e il mondo virtuale che diventano strumento di compensazione con una valenza positiva. Spesso non risulta semplice per questi ragazzi esprimere il loro disagio e tirare fuori ciò che sentono dentro; i familiari, di contro, non sempre si accorgono di cosa stia accadendo al proprio figlio, per questo si ritrovano a vivere una silente sofferenza che sembra avere l’isolamento come unica soluzione.

L’hikikomori sembra essere dunque una malattia vera e propria, non una scelta, e bisogna fare attenzione a non scambiarla con altri tipi di disturbi. Infatti si corre il rischio di confonderla con il disturbo d’ansia, con la depressione o la dipendenza da Internet e dai videogiochi, che invece potrebbero rappresentare una conseguenza dell’isolamento stesso (Redazione AdoleScienza.it).

Come si è visto, questo tipo di isolamento ha una sua forma specifica, infatti concorrono al suo manifestarsi una serie di cause, tra cui: caratteristiche caratteriali, gli hikikomori sono ragazzi intelligenti, ma spesso molto introversi e sensibili, il che contribuisce ad avere grosse difficoltà nell’instaurare relazioni intime e soddisfacenti, così anche nell’affrontare con efficacia i vari ostacoli che si incontrano nella vita. Cause familiari: spesso si riscontra l’assenza emotiva del padre e un eccessivo attaccamento con la madre, inoltre è frequente che i genitori non riescano a relazionarsi con il figlio, anche perché spesso lui stesso rifiuta qualsiasi tipo di aiuto.

Possono concorrere anche cause legate al mondo scolastico che viene vissuto come particolarmente ostile. Non è raro infatti che dietro all’isolamento si celino episodi di bullismo. Infine altre cause sono quelle sociali: gli hikikomori cercano di sfuggire dalla società e soffrono particolarmente la pressione della realizzazione sociale, e quasi sempre hanno una visione molto negativa della stessa (http://www.hikikomoriitalia.it/p/ch...).

Dunque l’isolamento in questo particolare caso sembra una strategia messa in atto da questi giovani come una sorta di meccanismo di difesa, che protegge dal temuto sguardo degli altri, evita loro di mostrarsi ed esporsi ritirandosi così in una prigione tecnologica permettendo così di avere relazioni virtuali che non necessitano ovviamente di un’esposizione fisica (Redazione AdoleScienza.it).

Diventa sempre più importante, in questo scenario sensibilizzare il più possibile, cercando inoltre di accendere una riflessione critica sul fenomeno che sta sempre più prendendo piede, evitando la stigmatizzazione e il giudizio. 

 

Tirocinante: Emanuela D’Alessio

Tutor: Fabiana Salucci

Questo articolo è stato pubblicato qui

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