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De bello ucraìno

Sintesi e ripasso dei Fondamentali

L’invasione di un altro Stato sovrano è un attentato alla Pace.

L’invasione di un altro Stato sovrano è un atto di violenta sopraffazione nei confronti di un altro popolo.

L’invasore è, per definizione, animato da una volontà imperialistica di dominio.

Il responsabile della guerra

Pochissimi sono riusciti a definire correttamente l'identità della persona responsabile della guerra in Ucraina. La comprensione dell'identità e delle convinzioni del responsabile di questa guerra è fondamentale per capire gli avvenimenti in corso.

Vladimir Putin è stato, in qualità di agente segreto in servizio in Germania Est, un servitore del fallito impero sovietico. È arrivato al potere dopo la grave crisi economica dalla quale la Russia fu colpita negli anni novanta. Il messaggio politico da lui scodellato nelle teste dei russi è un messaggio di rivincita nazionalistica e di ritorno al prestigio imperiale dell'era sovietica.

Ricorda, per caso, qualcun altro con lo stesso percorso biografico e politico? Non è difficile da individuare.

Si tratta di Adolf Hitler. Era stato, come caporale in servizio sul fronte occidentale durante la Prima guerra mondiale, un servitore del fallito impero germanico. Arrivò al potere nel corso della gravissima crisi economica iniziata nel 1929. Scodellò nelle teste dei tedeschi un messaggio di rivincita nazionalistica e di ritorno ai fasti imperiali (il famoso Terzo Reich era il Terzo Impero, ossia l’erede del Sacro Romano Impero Germanico e dell’Impero Germanico degli Hohenzollern).

Se approfondiamo questa analogia, si osserva che chiamiamo impropriamente Prima e Seconda guerra mondiale i due tempi della Guerra anglo-tedesca dei Trent’anni, iniziata nel luglio del 1914 e finita nel maggio del 1945. Hitler e la Germania nazista vollero a tutti i costi il secondo tempo della guerra tra l’imperialismo tedesco e quello britannico, e furono travolti non solo dagli inglesi, ma soprattutto dalle emergenti potenze americana e sovietica. Alla Guerra anglo-tedesca dei Trent’anni è seguita l’ultraquarantennale Guerra Fredda tra USA e URSS, iniziata nel 1947 e terminata nel 1991 con la dissoluzione dello Stato sovietico. La Guerra Fredda, se esaminata con più distacco, sembra essere stata solo il primo tempo del confronto tra le potenze russa e americana. Dopo un armistizio di trent’anni, paragonabile a quello ventennale firmato a Versailles nel 1919, sta infatti emergendo una volontà russa di rivincita analoga a quella potentemente esplosa in Germania negli anni trenta, poiché Putin e il coro dei nazionalisti russi non si rassegnano all’irreversibile ridimensionamento (e democratizzazione) della potenza russa, ma pretendono di ribaltare l’esito della Guerra Fredda.

Farei notare tutte queste similitudini ai sedicenti esperti di geopolitica pavlovianamente scattati, come un comunista degli anni cinquanta, ad addossare alla NATO la responsabilità del conflitto in Ucraina.

L’ingresso dell’Ucraina nella NATO, per dirla con le parole pronunciate dal cancelliere tedesco Scholz pochi giorni prima dell’inizio dell’invasione russa, non era all’ordine del giorno. Vi si opponevano, sbagliando, la Germania, la Francia e l’Italia. Ammesso e non concesso che l’adesione ad un’alleanza militare difensiva possa costituire una ragione di avvio delle ostilità, quell’adesione non c’è mai stata e, non essendoci stata, non può in alcun modo giustificare l’aggressione subita dal popolo ucraino.

Chi, delirando, imputa all’Alleanza atlantica la responsabilità di questa guerra non solo litiga con i fatti, ma non si rende nemmeno conto di negare il diritto di un popolo di aderire all’alleanza ritenuta più conveniente e di essere un sostenitore a scoppio ritardato della Dottrina Breznev sulla sovranità limitata degli Stati confinanti con l’ex-URSS.

Tutto ciò doversosamente puntualizzato, non si riesce a capire perché tanti esitino ancora nell’attribuire al rinato e barbaro imperialismo russo la responsabilità della guerra iniziata il 24 febbraio 2022.

 

I putiniani travestiti da pacifisti

Ancor meno comprensibili sono i dubbi sul doveroso sostegno militare da fornire all’Ucraina. Questi dubbi non dovrebbero sussistere, dal momento che non si può e non si deve esitare di fronte alla richiesta di aiuto di uno Stato democratico aggredito, che vuole anche aderire all’Unione europea (di cui, lo ricordo, l’Italia è stata fondatrice). Secondo me, chi si oppone all’invio di aiuti militari all’Ucraina è un putiniano, perché vuole permettere alla Russia di far valere la sua superiorità bellica e d’impossessarsi rapidamente di tutto il territorio ucraino. L’invio di armi alla Resistenza ucraina è, infatti, l’unico strumento a nostra disposizione per contrastare l’imperialismo russo ed evitare un conflitto atomico con le forze armate di Putin.

Assodato che il sostegno militare agli ucraini è un dovere morale, si resta sconcertati quando si ascoltano le banali e ambigue parole dei rappresentanti d’istituzioni chiamate svolgere un ruolo di guida morale.

Stupisce che il vescovo di Roma non sia capace di riconoscere, additare e denunciare il Male rappresentato dalla violenza assassina e sopraffattrice dell’invasore russo. Sconcerta la sua ostinazione a non nominare il responsabile (Putin) di tanto dolore e tanta violenza. Sconvolgono i suoi gratuiti insulti ad un’alleanza di Stati democratici come la NATO, da lui oltraggiosamente paragonata ad un cane abbaiante alle porte della Russia.

Imbarazzante è la contrarietà dell’ Associazione Nazionale Partigiani (o putiniani?) d'Italia al sacrosanto invio di armi alla Resistenza ucraina. Ma hanno capito cosa è stata la Resistenza e a cosa si è resistito? Beh, sarebbe ora di ricordare e chiarire loro che si resistette, con le armi degli Alleati, alla violenza assassina e sopraffattrice dell’invasore tedesco. L’ipocrita ambigiuità dell’ANPI è forse spiegata dal fatto che un terzo della Resistenza italiana prendeva ordini da Mosca e voleva sostituire la dittatura fascista con una dittatura comunista agli ordini del compagno Stalin. A quanto pare, il vizietto di prendere ordini da Mosca non è mai scomparso in una parte minoritaria della sinistra italiana, anche se a Mosca i comunisti non sono più al potere da almeno trent’anni.

Si deve purtroppo prendere atto che le parole ambigue, ipocrite e banali del vescovo di Roma e dell’ANPI rispecchiano il becero, rozzo e volgare antiamericanismo ancora troppo diffuso in ampi settori della società italiana. Sono anche un sintomo della pavidità e della pochezza morale di gran parte del popolo italiano, peraltro confermate dai sondaggi che danno in maggioranza i contrari all’invio di armi ai resistenti ucraini.

 

Gli errori degli occidentali

Tralasciando il deprimente cortiletto italico e le idiozie antiamericane dei filoputiniani, si può imputare qualche e indiretta responsabilità della guerra in corso alle democrazie occidentali limitatamente al passaggio della Russia all’economia di mercato. Com’è noto, la fine del comunismo pose, nel corso degli anni novanta, il problema del superamento dell’economia pianificata. Quel passaggio fu malgestito e la Russia di Eltsin fu malconsigliata da certi soloni ultraliberisti delle università americane. La precipitosa e traumatica transizione all’economia di mercato determinò una grave crisi economica in Russia, su cui si è innestato il risentimento nazionalistico, amplificato e pilotato dalla propaganda putiniana. Si determinò una situazione molto simile a quella della Germania dei primi anni trenta, piagata dalla gravissima crisi economica del 1929 e sedotta dal desiderio hitleriano di rivincita. Qualcuno fa anche illuministicamente notare che sarebbe stato necessario un sostegno economico simile al Piano Marshall di cui fruirono le democrazie europee dopo la Seconda guerra mondiale. L'aiuto occidentale alla Russia di Eltsin, infatti, avrebbe alleviato la crisi economica dell'ultimo decennio del Novecento e impedito l'involuzione nazionalistica del putinismo. È un'obiezione fondata, a patto che si noti anche che la Russia eltsiniana, diversamente dall'Europa occidentale della seconda metà degli anni quaranta, non subiva l'attrazione di un'altra grande potenza. Gli americani si decisero ad aiutare economicamente gli europei per evitare che finissero nell'orbita sovietica; mentre il blocco occidentale non fu indotto a concedere aiuti economici ai russi negli anni novanta, a causa dell’insussistente eventualità che la Russia di Eltsin finisse in un’altra sfera d’influenza.

 

Ciò che non abbiamo voluto vedere

L’Alleanza atlantica, dopo il 1991, si è allargata a seguito della libera adesione di Stati precedentemente assoggettati alla dominazione sovietica ed impauriti dalla potenza russa. A spingere questi Stati nella NATO è stata la stessa paura che ha spinto Svezia e Finlandia a chiedere nelle scorse settimane l’adesione all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Non c’è mai stato e non ci può essere un preordinato disegno d’indebolimento della Russia dietro queste libere richieste di adesione.

Dal canto suo, la Russia è altrettanto liberamente riuscita ad espandere la propria influenza geopolitica, creando l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC) nel 2002 e l’Unione Economica Eurasiatica (UEE) nel 2014. Una piccola Unione sovietica, egemonizzata dalla Russia, è stata di fatto ricreata, dal momento che della OTSC fanno parte sei repubbliche ex-sovietiche (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan) e alla UEE aderiscono cinque (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan e Kirghizistan) dei 15 Stati in passato federati nell’URSS.

E’ pertanto falso e fuorviante rappresentare la Russia come uno Stato isolato, circondato e assediato da una NATO in continua espansione.

E’ invece vero che l’approccio della Russia putiniana verso l’Europa è stato molto simile a quello avuto in passato dall’URSS. Se i sovietici si servivano dei partiti comunisti per influenzare gli Stati europei, la Russia di Putin ha usato e pagato i partiti sovranisti per disintegrare l’Unione europea. Se i sovietici usavano i terroristi rossi e i pacifisti a senso unico per azioni di sabotaggio/boicottaggio negli Stati europei, la Russia di Putin ha creato al loro interno un occulto e remunerato sistema di propaganda molto attivo in Rete e sulle piattaforme di socializzazione, e contro cui bisogna iniziare ad intervenire per evidenti ragioni di sicurezza nazionale.

A tutto ciò dobbiamo aggingere la scelta di diversi Stati UE di accrescere la propria dipendenza energetica dalla Russia, aumentando le importazioni di gas russo. Praticamente, l’Europa non solo si è fatta infestare di sovranisti e propagandisti digitali al soldo di Mosca, ma è anche andata volontariamente a mettere la propria testa nelle fauci dell’Orso russo!

Non ci resta che ammettere di aver gravemente sottovalutato la pericolosità del regime putiniano e iniziare a rimediare ai gravi errori commessi.

Io stesso, nel mio piccolo, speravo, fino alla sera del 23 febbraio scorso, che la cosiddetta operazione militare speciale si sarebbe limitata alla sola invasione delle autoproclamate repubblichette russofone di Donetsk e Lugansk. Un’invasione circoscritta e limitata alle due repubblichette russofone avrebbe prodotto effetti analoghi all’invasione della Crimea, avvenuta nel 2014, e sarebbe stata diplomaticamente gestibile. Putin è andato oltre, molto oltre, questo limite di tolleranza e di sopportazione, e ci sta costringendo a fargliela pagare. Il prezzo da far pagare alla Russia deve e dovrà essere molto alto. Solo un altissimo costo della guerra in corso, infatti, può dissuadere i russi dal riprovarci. Siamo stati messi nella condizione di non poter decidere diversamente.

 

La disastrosa fine del merkelismo e le opportunità per l’Europa

Questa guerra archivia 16 anni di scelte errate fatte dalla Germania e da essa imposte all’Europa. Il lungo cancellierato della signora Merkel (2005-2021) è stato retto da quattro convinzioni crollate con l’invasione russa dell’Ucraina:

1) basse spese militari e cinico sfruttamento della protezione offerta dagli USA;

2) aumento della dipendenza dal gas importato dalla Russia;

3) difesa a oltranza dell’elevato avanzo commerciale tedesco;

4) imposizione delle controsanzioni di Versailles agli altri Stati europei attraverso una stupida e cieca politica di rigore finanziario (solo in parte attenuata dalla politica monetaria espsansiva di Draghi).

La Germania e l’Europa non possono più permettersi d’ignorare il tema della sicurezza militare. Forse non lo abbiamo capito fino in fondo: dobbiamo ringraziare la Sorte per la presenza di un democratico interventista come Joe Biden alla guida degli Stati Uniti in questo momento drammatico! Un presidente (come Trump, per esempio) più sensibile alle ricorrenti tentazioni isolazioniste dell’opinione pubblica americana si sarebbe disinteressato della difesa dell’Ucraina e non avrebbe garantito la protezione di uno o più membri della NATO eventualmente aggrediti dalla Russia. Non possiamo far dipendere la nostra sicurezza dai cangianti umori dell’opinione pubblica americana. Dobbiamo essere in grado di respingere da soli minacce imperialiste, come quella russa, capaci di mettere in pericolo l’integrità e la libertà di un qualunque Stato europeo. La Difesa comune europea è pertanto una necessità storica da fonteggiare con massicci investimenti. E’ ora di prenderne atto e agire di conseguenza.

Aver attaccato il sistema produttivo tedesco, il più grande d’Europa, alla canna del gas russo è stato un gravissimo errore strategico. Anche noi, in Italia, abbiamo commesso lo stesso errore, ma forse stiamo riuscendo a rimediarvi più velocemente dei tedeschi. Stupisce che sia stata proprio la Germania a fare un così grossolano errore. I tedeschi, infatti, sono i maestri riconosciuti nei campi assicurativo, riassicurativo e della gestione dei rischi. Evidentemente la loro ossessione per l’avanzo della bilancia commerciale, cui il basso costo del gas russo contribuiva, ha fatto loro dimenticare la buona prassi della diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico con cui si riducono i rischi per un sistema economico.

Se continua a pensare come Arpagone, l’Unione europea non va da nessuna parte.

Abbiamo bisogno d’investire massicciamente nella sicurezza comune e nelle fonti rinnovabili.

Per esempio, servirebbe all’Europa una superportaerei come l’americana Gerald Ford, prossima all’entrata in servizio. Ad una simile e favolosa macchina da guerra potremmo dare il nome di Robert Schuman, il ministro degli Esteri francese che, col suo famoso discorso del 9 maggio 1950, diede avvio al processo di unificazione europea.

Non più prorogabili sono i grandi investimenti nelle fonti alternative di energia. La massiccia installazione di pale eoliche galleggianti, la produzione su larga scala di idrogeno verde e la prossima realizzazione dei primi reattori a fusione nucleare sono traguardi tecnicamente a portata di mano. Neutralità climatica e autarchia energetica sono ormai sinonimi. Non possiamo più continuare ad alterare il clima del nostro piccolo pianeta e non dobbiamo più subire il ricatto energetico dei Putin di oggi, dei Saddam di ieri o degli Yamani dell’altro ieri.

Gli investimenti nella difesa comune e nell’autarchia energetica richiedono l’emissione di nuovo debito federale europeo, come quello emesso durante la pandemia. Il nuovo debito federale deve servire anche a finanziare la ricostruzione dell’Ucraina devastata dall’aggressione militare russa. Chi si oppone a questa prospettiva, come l’attuale ministro delle Finanze tedesco Lindner, dimostra di non aver capito niente del nuovo corso iniziato il 24 febbraio 2022 e di voler perseverare nei disastrosi errori del periodo merkeliano.

Questa guerra genererà inevitabilmente una controspinta verso un’Europa più grande e più forte. Qualcosa di simile accadde nel 1992, quando si fece nascere la moneta unica col Trattato di Maastricht, non casualmente sottoscritto pochi mesi dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica.

Un’Europa più grande e più forte non è solo un’Europa capace di allargarsi e d’indebitarsi per investire in sicurezza militare e neutralità climatica, ma è anche un’Europa in grado di superare l’asfissiante regola dell’unanimità. L’ha capito perfettamente la presidente Ursula von der Leyen, cui la guerra in Ucraina sta dando l’opportunità di rivelare le sue virtù di statista lungimirante.

La Turchia tra il sogno di un nuovo sultanato e l’incubo di Sèvres

Uno spettatore molto interessato della guerra in corso è certamente la Turchia. Il suo presidente, Erdogan, vorrebbe avere delle mire imperialistiche. Punterebbe alla ricostituzione di una specie di sultanato, con l’unione degli Stati turcofoni (Turchia, Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan e Kirghizistan). Non è un’impresa facile da realizzare e, attualmente, parrebbe un proposito molto velleitario, soprattutto perché due degli Stati turcofoni (Kazakistan e Kirghizistan) da far rientrare in un nuovo ipotetico sultanato turco sono membri delle organizzazioni internazionali (OTSC e UEE) egemonizzate dalla Russia. Se il progetto di unione degli Stati turcofoni dovesse decollare, verrebbe immediatamente percepito dalla Russia come un pericolo per i suoi interessi, molto più insidioso dell’allontanamento dell’Ucraina dalla sua sfera d’influenza. Nell’Asia centrale si determinerebbe una situazione d’instabilità inedita e molto imprevedibile.

Ovviamente l’unione degli Stati turcofoni è incompatibile anche con l’appartenenza della Turchia alla NATO, come sarebbe incompatibile con l’appartenenza alla NATO un autentico veto turco all’ingresso di Svezia e Finlandia. Abbandonando l’Alleanza atlantica, i turchi perderebbero la protezione loro garantita contro le pretese russe sugli Stretti tra Mar Nero e Mar Mediterraneo, dovrebbero fronteggiare l’agguerrito irredentismo curdo nel sud-est e magari fare anche i conti con eventuali rivendicazioni greche di controllo delle rive occidentali degli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Uscendo dalla NATO, la Turchia rischierebbe uno smembramento molto simile a quello deciso a Sèvres nel 1920. Il presidente Erdogan, pertanto, fa solo scena con il suo finto veto contro l’ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia, perché sa benissimo che il nuovo sultanato turco è qualcosa di ancora impalpabile, mentre l’incubo di Sèvres è ancora molto concreto.

 

Il perimetro del tavolo negoziale

Non è difficile tracciare il perimetro di un eventuale tavolo negoziale. Basta fare l’elenco delle cose possibili volute dalle parti belligeranti. L’Ucraina vuole l’ingresso nella NATO e nell’Unione europea. La Russia, se avesse pretese realistiche, rivendicherebbe la propria sovranità sulla Crimea (già invasa e annessa nel 2014) e sulle due repubblichette russofone di Lugansk e Donetsk, che occupano circa un terzo della regione ucraina del Donbass.

Superabili sono le resistenze russe all’ingresso dell’Ucraina nell’UE e le obiezioni ucraine alla cessione della Crimea alla Russia.

L’inistenza russa nel demonizzare l’ingresso dell’Ucraina nella NATO difficilmente potrà portare, per via diplomatica, al passaggio di sovranità delle repubbliche di Lugansk e Donetsk. Il veto russo all’ingresso dell’Ucraina nella NATO è uguale e contrario al veto ucraino sulla cessione delle due repubblichette russofone. Una possibile via d’uscita potrebbe essere rappresentata dall’adesione “alla francese” dell’Ucraina alla NATO, cioè senza la presenza di truppe americane sul suo suolo.

Se l’Ucraina non entra nella NATO, può cedere alla Russia solo il territorio della Crimea e deve comunque beneficiare di garanzie internazionali di sicurezza in grado di prevenire e scoraggiare future invasioni.

Questo è il perimetro del tavolo negoziale e della soluzione diplomatica.

Purtroppo le parti non vogliono sedersi e trattare veramente. La Russia, infatti, vuole annettersi tutto il Donbass e Kharkiv, non ha rinunciato alle sue pretese su Odessa e ha provato a conquistare Kiev. Gli ucraini, sempre meglio armati ed equipaggiati dagli occidentali, vogliono legittimamente provare a riprendersi quel quinto del loro territorio attualmente occupato dai russi.

Il primo dei belligeranti a volersi sedere al tavolo della trattativa sarà quello per il quale la guerra si rivelerà più onerosa. Non escludo possa essere la Russia, le cui risorse per fronteggiare lo sforzo bellico non dovrebbero durare per più di due anni. Sarà il campo di battaglia a selezionare il belligerante più debole e più deciso alla soluzione diplomatica. Se il belligerante più debole dovesse decidersi troppo tardi, alimenterebbe nell’altro contendente il desiderio di una vittoria netta e incondizionata.

Funziona così e non ha senso spacciare la soluzione diplomatica se le parti in conflitto non vogliono trattare. Chi la spaccia nell’attuale situazione recita, peraltro in maniera penosa, la parte del grande Totò impegnato a vendere la Fontana di Trevi.

 

Per la loro e per la nostra libertà

Tanta retorica alimenta ancora il mito della Resistenza italiana. Escludendo i partigiani dell’ultimo mese di guerra (aprile 1945), furono circa 120.000 i combattenti italiani nella guerra di liberazione. Un terzo erano comunisti desiderosi di replicare in Italia la dittatura sovietica, un terzo erano soldati fedeli ad un re “immemore” della sua precedente alleanza con l’invasore tedesco e un terzo erano dei sinceri democratici inquadrati nelle formazioni partigiane azioniste, socialiste, cattoliche e autonome. Diedero un contributo rilevante, ma non decisivo per la liberazione dell’Italia dall’invasore tedesco. La retorica resistenziale, invece, minimizza il contributo decisivo degli eserciti alleati. Addirittura ignorato è l’apporto degli uomini venuti dall’Europa orientale. Mi riferisco ai soldati polacchi impegnati nella guerra di liberazione italiana. Furono principalmente impiegati sul versante adriatico, entrarono per primi in città importanti come Ancona e Bologna. Furono i colori bianco e rosso della bandiera polacca a sventolare per primi sulla collina di Montecassino, al termine della lunga e sanguinosa battaglia che, nel maggio del 1944, aprì agli Alleati la strada verso Roma. Combatterono molto valorosamente per la loro e per la nostra libertà. Oggi sono ucraini gli uomini dell’Europa orientale impegnati a combattere per la loro e per la nostra libertà. La consistenza e la determinazione della Resistenza ucraina sono sbalorditive. Non arretrano di fronte ad un invasore barbaro e spietato soprattutto nei confronti della popolazione civile. Nessuno aveva previsto la capacità di difesa dimostrata dagli ucraini. E nessuno può contestare che, senza eserciti alleati al loro fianco, stanno facendo da diga e da barriera contro la probabile invasione russa di un altro Stato europeo. Non si può che provare per loro stima, ammirazione e gratitudine.

Commenti all'articolo

  • Di paolo (---.---.---.49) 22 luglio 08:12

    Bene. Adesso veda anche di trovare il tempo per scrivere un "De Bello vietnamita", un "De bello iracheno" , un "De bello afgano", un "De bello slavo", un "De bello libico" ecc....... elenco sarebbe troppo lungo.

    Nel frattempo le suggerisco di armarsi perché l’armata rossa, finito di sterminare gli ucraini, ci invaderà e purtroppo temo manchi il tempo per dotarsi di superportaerei.

    saluto

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