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Condannati vertici e agenti. Ribaltato in appello il giudizio sul massacro alla Diaz

I giudici della terza sezione della Corte d'Appello di Genova cambiano le carte in tavola del processo per l'irruzione alla scuola Diaz del giugno 2001. Dopo tredici ore di camera di consiglio la Corte, presieduta da Salvatore Sinagra, ha condannato tutti i vertici della polizia di stato, precedentemente assolti in primo grado, per il reato di falso ideologico.

Condanne che vanno da 3 anni e 8 mesi di reclusione, fino a 4 anni, con interdizione dai pubblici uffici.

5 anni di galera per l’ex comandante del reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini; 4 anni al capo dell’anticrimine Francesco Gratteri e all’ex vicedirettore dell’Ucigos Giovanni Luperi, che al momento dirige zelantemente l’Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna; 3 anni e 8 mesi rispettivamente per Spartaco Mortola, passato dalla direzione della Digos di Genova alla questura di Torino, dov’è vicequestore vicario, e per Gilberto Caldarozzi, ex vicecapo dello Sco. A queste si aggiungono le condanne a 3 anni e 9 mesi per i due dirigenti, Pietro Troiani e Michele Burgio, che portarono le due molotov nella scuola come falsa prova.
 
Aggravate le condanne per lesioni gravi ai tredici agenti del settimo nucleo che parteciparono a quella che, successivamente, fu definita da uno degli poliziotti presenti una “macelleria messicana”. Prescritti invece i reati di calunnie e arresti illegali.
 
25 condannati su 27 imputati, per un totale di un centinaio d’anni di carcere (ne erano stati chiesti 110). Viene accolta dunque la tesi dell’accusa, sostenuta dal procuratore generale Pio Machiavello, mossa al vertice di comando, secondo cui le numerose e ingiustificate violenze perpetrate quella notte non furono imputabili a comportamenti irregolari di singoli agenti violenti, ma vennero deliberatamente avallate e coperte da gerarchi e superiori. 
 
«Non si possono dimenticare - aveva dichiarato Machiavello nella sua requisitoria - le terribili ferite inferte a persone inermi, la premeditazione, i volti coperti, la falsificazione del verbale di arresto dei 93 no-global, le bugie sulla loro presunta resistenza. Né si può dimenticare la sistematica e indiscriminata aggressione e l’attribuzione a tutti gli arrestati delle due molotov portate nella Diaz dagli stessi poliziotti».
 
Proprio la presenza delle due molotov, che si scoprì in seguito esser state requisite da tutt’altra parte, giustificò l’irruzione (definita inizialmente “perquisizione” dalle forze dell’ordine, anche se non si spiega la ragione di una perquisizione tenuta in perfetta tenuta antisommossa) e l’arresto in massa delle 93 persone, tra manifestanti e giornalisti in gran parte stranieri, che erano regolarmente installati nella scuola quella notte, il 21 giugno 2001.
 
Le dichiarazioni tendenziose rilasciate dalla questura in conferenza stampa, i falsi verbali costruiti a tavolino, la “fittissima sassaiola” immaginaria subita dagli agenti che avrebbe “costretto” la polizia ad intervenire, sono solo alcune delle tante menzogne addotte dai vertici della polizia di stato, che sarebbero bastate a giustificare ai loro occhi quelle 63 persone picchiate brutalmente e sbattute in carcere con accuse ignobili; la gente pestata a sangue mentre dormiva per terra; i calci “di gruppo” diretti al volto e allo stomaco con gli anfibi d’ordinanza; le ragazze e i ragazzi trascinati per i capelli e buttati giù dalle scale; il trauma cranico cerebrale e le fratture di Melanie Jonasch, o i 16 - sedici - denti persi e il polmone perforato del giornalista Mark Covell.
 
Vedere gli abbracci e le lacrime scambiatesi dalle vittime, alla lettura della sentenza, come ha dichiarato Enrica Bartesaghi, "riapre uno spiraglio di fiducia in questo paese”. Nella speranza che il terzo grado di giudizio non lo richiuda nuovamente.

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