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Che donna sei? … in ogni legge che fai! Quale riflessione sull’immagine della donna veicolata nelle ultime proposte di legge?

Articolo di Patrizia Gradito e Nicola Viceconti dedicato all’identità della donna nello scenario socio-politico attuale. Il presente lavoro si inserisce nel progetto letterario Novelas por la identidad centrato sul tema dell’identità individuale e collettiva nelle sue diverse forme.

“Che donna sei in ogni cosa che fai”, recitava così, a metà degli anni ottanta, il jingle pubblicitario di un noto liquore, ideata per un target femminile che potesse identificarsi con un immagine di donna di successo, bella e impeccabile in casa come al lavoro. Parafrasando lo slogan, si vuole riflettere sulla concezione della donna e della sua funzione oggi, visto il dibattito in corso relativo alle recenti proposte di legge e il fermento dell’associazionismo femminile.

Al Museo Nacional Centro de arte Reina Sofia di Madrid, nell’ambito dell’esposizione temporanea “Poeticas de la democracia”, accessibile fino al 25 novembre, è disponibile un importante raccolta documentaria e fotografica dedicata alle conquiste dei diritti delle donne intorno agli anni settanta in Europa. Tra le tante risorse informative esposte sull’evoluzione delle libertà democratiche conseguite contestualmente alla giustizia sociale che ne è scaturita, la rivista Vindicaciòn feminista documenta le varie rivendicazioni femministe del periodo. Una copertina ritrae in particolare la lucha delle donne italiane, proponendo la foto di un corteo su cui campeggia il titolo: “En Italia Abortar ya no es delito” (In Italia abortire non è più un crimine). Risale a giugno 1977, quando l’avanguardia dei gruppi femministi italiani raggiunge l’apice dell’attivismo, registrando notevoli conseguimenti. Battaglie condotte cinquanta anni fa che hanno determinato notevoli innovazioni del diritto di famiglia (1975): la parità giuridica dei coniugi per cui scompare la figura del capofamiglia, la patria potestà dei figli ad entrambi, l'eliminazione della dote; la legge sul divorzio (1970); la legge sull'aborto (1978); la depenalizzazione dell'adulterio della donna; la liberazione sessuale con il diritto all’assunzione della pillola anticoncezionale, etc.

Quella foto del 1977 assurge a icona di progresso ad osservarla oggi. Alla luce dell’avanzata delle destre e delle ideologie ultraconservatrici propugnate dai movimenti pro-life, dai comitati no-gender e dalle manifestazioni omofobe dei family-day è inevitabile fare i conti con un dilagante oscurantismo che i disegni di legge al varo stanno minacciando di propalare. Ne è un esempio il controverso decreto Pillon, in discussione al Senato, volto a rimodulare in primis l’affido congiunto - già disciplinato dalla normativa vigente (legge 54/2006) - attraverso l’introduzione di modifiche legislative destinate a potenziare di fatto, nel nostro paese, una cultura patriarcale fortemente radicata nel tessuto storico-sociale di cui il binarismo di genere ne è il palese connotato.

La memoria di quelle imperiose istanze sociali, restituita allo spettatore dalla foto della manifestazione nel museo, è persino struggente e sottolinea quanto retrogrado sia il moralismo imperante e quanto il rischio dello smantellamento sia alto. Dello stesso anno, il 1977 è “Una giornata particolare”, capolavoro di Ettore Scola, in cui Antonietta (Sophia Loren), casalinga, sposata con un fervente fascista e con 6 figli, incontra Gabriele (Marcello Mastroianni), radiocronista dell'EIAR disoccupato e a rischio di confino per la sua omosessualità. È il 6 maggio 1938, data della storica visita di Hitler a Roma. Un incontro epifanico che la porterà ad una dolorosa consapevolezza della sua condizione femminile. Il grido di dolore di Gabriele per la tromba delle scale, l’insulto, fa da specchio all’unico ruolo previsto per Antonietta: un atto d'accusa verso una società che non prevede un uomo che non sia "né soldato, né marito, né padre". ma neppure una donna che non sia "nè moglie, né madre". Antonietta ci lascia stringendo il libro che le ha regalato quell’uomo mentre il martio il marito con prepotenza le intima di venire "presto a letto".

In materia di diritto di famiglia, il decretoPillon prescrive: a) l’affido congiunto obbligatorio declinato come bigenitorialità simmetrica che divide in modo matematico il tempo di permanenza del figlio escludendo esigenze personali e individuali; b) l’obbligo del ricorso alla mediazione familiare, che impone un trattamento finalizzato alla negoziazione tra l’uomo e la donna anche nel caso di partner violento; c) sanzioni e ritorsioni sull’affidamento nel caso in cui la denuncia del partner non porti a una condanna. Va sottolineato che il decreto Pillon fonda la sua ratio sulla presunta sindrome di alienazione parentale elaborata dallo psicologo americano Gardner, non presente in alcun protocollo e la cui validità scientifica è ancora oggetto di dibattito in seno alla comunità scientifica, secondo cui un genitore manipolerebbe il bambino ai danni dell’altro. Come da più parti sollevato, il provvedimento parrebbe contrario alle norme internazionali previste nella convenzione di New York del 1989 e nella Convenzione di Istanbul del 2011, primo strumento internazionale a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza e recepito in Italia nel 2014. Nel Preambolo alla Convenzione di Istanbul, la violenza contro le donne è definita come: “una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini”.

L’ingerenza degli ultraconservatori di stampo cattolico - secondo quanto dichiarato da Anna Pompili, ginecologa fondatrice di Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto) in un articolo pubblicato sulla rivista Left del 15 febbraio 2019 - sarebbe manifesta e tale provvedimento rientrerebbe nella crociata prevista dalla cosiddetta Agenda Europa: “un progetto”, caratterizzato da un anacronistico rigorismo moralistico, “a cui lavora una rete di gruppi ultra conservatori finanziati dalle lobby religiose e con forti legami internazionali”, il cui obiettivo finale é “cambiare la legge 194 e restringere l’accesso all’aborto”.

L’azione collettiva costruita intorno all’identità femminile dal 2017 con le marce rosa, il movimento “Non una menos”, i panuelos verdi in Argentina a favore della legalizzazione dell’aborto e altri, implica l’avvio di un processo di trasformazione non solo sul piano della consapevolezza ma anche politico e sociale.

Il femminismo deve continuare a essere più che mai un soggetto politico attivo, perché l’antisessismo sia la lente nuova di cui dotarsi per leggere il reale, dal riconoscimento della violenza ostetrica a livello giuridico alla riqualificazione dei consultori, al contenimento dei meccanismi di gender pay gap (disparità di trattamento economico tra i sessi). A cento anni dall’8 marzo 1917, le donne di tutto il mondo si mobilitano per mettere al centro la violenza come fenomeno a carattere strutturale e non emergenziale in ogni ambito, per rivendicare la congiunzione imprescindibile tra i diritti civili che alimentano la libertà di autodeterminazione delle donne e i diritti sociali in cui la autonomia trova concreta espressione. Guidano le proteste non più solo a difesa del loro corpo, ma contro discriminazioni, razzismi e fascismi. Ecco la nuova voce femminile: occupa spazi nuovi, esprime nuove propulsioni progressiste, spinge al cambiamento. Sarà davvero “una giornata particolare”, per ogni donna, in tutto il mondo.

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