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Brasile: nuovi insulti di Bolsonaro ai desaparecidos

L’ultima campagna d’odio del presidente è diretta contro la Commissione nazionale per la verità, che aveva pubblicato nel 2014 un dossier di 4.300 pagine in cui si denunciavano le sistematiche violazioni dei diritti umani da parte della dittatura (1964-1985). Nel mirino di “Bolsonazi” anche Glenn Greenwald (The Intercept) e il presidente dell’Ordine degli avvocati, mentre l’esercito omaggia su twitter un criminale nazista.

di David Lifodi

Alla fine del 2014 sembrava che l’impunità dei repressori del regime militare brasiliano avesse le ore contate. La Commissione nazionale per la verità aveva pubblicato un’ampia relazione sui crimini di cui si erano resi protagonisti, in qualità di mandanti, i vari Camilo Castelo Branco, Emilio Garrastazu Mèdici, João Baptista Figuereido, fino a Ernesto Geisel, il quale nel 1979 aveva varato la legge di amnistia che metteva in salvo tutti gli uomini della dittatura impossessatasi del paese dal 1964 al 1985. Tuttavia, già pochi mesi dopo, l’allora presidenta Dilma Rousseff, anch’essa torturata e imprigionata all’epoca della dittatura, non mostrò la decisione necessaria per cancellare la legge di amnistia.

Dilma elogiò il lavoro della Commissione, ma fece capire che la lobby militare le avrebbe scatenato contro una vera e propria guerra se avesse compiuto un passo del genere. Oggi, una volta di più, le continue minacce di Bolsonaro, che mette in discussione la legittimità della Commissione ed elogia continuamente i torturatori di allora (poco meno di duecento repressori sono ancora in vita), segnano un punto senza ritorno dell’attuale democratura brasiliana. All’inizio di agosto hanno fatto scalpore le sue dichiarazioni rivolte contro il presidente dell’Ordine degli avvocati del Brasile, Felipe Santa Cruz, figlio di un militante di sinistra ucciso dai militari nel 1974: “Se vuol venire a conoscenza su come è stato fatto sparire suo figlio glielo racconto io”, è stata l’ennesima provocazione di Bolsonaro. Fernando Santa Cruz, studente di diritto e militante di Ação Popular Marxista-Leninista, fu rapito a Rio de Janeiro dagli agenti del Doi-Codi, la polizia politica del regime, e condotto a San Paolo. Da allora non se ne ebbero più notizie.

Nel suo delirio contro i desaparecidos, Bolsonaro insiste nel dire che la Commissione nazionale per la verità, composta da giuristi esperti di diritti umani che rilevaronocome fossero ben 434 gli oppositori politici fatti sparire dal regime militare, propaganda fandonie. Non solo. Se ancora non fosse abbastanza chiara la campagna d’odio della sua presidenza contro donne, quilombolas, comunità lgbt, antifascisti ecc… , il deputato federale del Psol (Partido Socialismo e Liberdade) di Rio de Janeiro, Jean Wyllys, ha denunciato che sul profilo twitter ufficiale dell’esercito brasiliano è stato pubblicato un post che ricorda Eduard Ernest Thilo Otto Maximilian von Westernhagen, un fedelissimo del regime hitleriano ucciso in Brasile da uno dei gruppi armati nati per combattere militarmente il terrorismo di stato e la dittatura militare. Lo stesso Jean Wyllys, giornalista e docente universitario, dopo l’arrivo di Bolsonaro al Planalto, ha scelto di andare volontariamente in esilio per la sua condizione di omosessuale e difensore dei diritti lgbt.

Qualcuno sostiene che Bolsonaro si faccia scudo di queste sparate anche per utilizzarle come armi di distrazione di massa al fine di nascondere i reali problemi del paese e i disastri del suo governo, tuttavia la sua presidenza racchiude tratti sempre più pericolosi e antidemocratici, come dimostra anche la campagna d’odio condotta per conto del presidente sul sito web di estrema destra O Antagonista, dove si attacca frontalmente Glenn Greenwald, editore del sito web The Intercept e già vincitore del premio Pulitzer, costretto a far fronte alle intimidazioni della polizia federale su ordine del ministro della Giustizia Sergio Moro, quello che ha eliminato dalla scena politica Lula tramite l’operazione Lava Jato, diretta ad estrometterlo definitivamente tramite la condanna al carcere.

Tra i motivi per cui Bolsonaro intende sotterrare il lavoro della Commissione nazionale per la verità vi è inoltre la diffusione della notizia che la dittatura aveva varato il Manual Kubark, dove erano descritte le attività per privare i prigionieri politici degli stimoli sensoriali al fine di disorientarli e spingerli così a collaborare con i militari. Quelle 4.300 pagine, se fossero davvero prese in considerazione, servirebbero per fare luce sui crimini del regime brasiliano, gran parte dei quali sono raccolti anche nel sito web Documentos revelados del giornalista Aluízio Palomar, all’epoca studente universitario e fondatore della Vanguardia Popular Revolucionaria, prima essere costretto ad un esilio di 8 anni tra Paraguay, Cile e Argentina.

Il lavoro della Commissione aveva segnalato la violazione sistematica dei diritti umani contro lavoratori, contadini, indigeni ed omosessuali. Già in tempi non sospetti, quando ancora non si era candidato alle presidenziali, in qualità di deputato federale dello stato di Río Grande do Sul, Bolsonaro inneggiava ai gruppi paramilitari e al colonnello Ustra, tra i torturatori di DilmaRousseff.

Alcuni giuristi, a seguito di questi episodi, ritengono che l’interdizione dall’incarico dovrebbe essere la strada più consona per liberarsi di Bolsonaro, ma resta il problema di un paese che non ha mai fatto i conti con il proprio passato. Dilma Rousseff fece capire che se avesse insistito nel percorrere la strada della cancellazione dell’amnistia per i torturatori, la lobby dei militari avrebbe avuto un motivo in più per sollecitarne la cacciata dal Planalto. Il colpo di stato e l’arrivo al potere di Bolsonaro rappresentano il seguito di una brutta storia dove il finale, inteso per l’allontanamento dalla presidenza del “messia nero”, sembra ben lontano dal compiersi.

Foto: Brasil de Fato/Flickr

Questo articolo è stato pubblicato qui

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