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Addio all’Emilia-Romagna rossa?

Dal 1946 l’Emilia-Romagna ha sempre votato in maggioranza le forze di (centro)sinistra, ma le ultime Politiche ci hanno restituito una cartina regionale più blu che rossa. Cosa ha causato questo stravolgimento?

di Andrea Piazza

Fra i molti aspetti degni di nota delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 vi è quello della vittoria del centrodestra in Emilia-Romagna.

Se la regione “culla” dell’Ulivo aveva dato segnali di qualche scricchiolio in passato, a partire dalla vittoria di candidati sindaco targati Partito Democratico in soli 4 comuni superiori su 11 nelle amministrative 2016 e 2017, in pochi si aspettavano un cambiamento tanto radicale nel comportamento di voto degli elettori emiliano-romagnoli. Una coalizione di centrodestra oltre il 33% e il Movimento 5 Stelle che tocca il 27,5% (un aumento di circa 3 punti sul 2013), erano davvero qualcosa di impensabile. A ciò si aggiunga il calo dell’affluenza (-3,8%), superiore al dato nazionale(-2,3%).

Le mappe del voto

Come mostrano le mappe di Rosatellum.info, dei 17 collegi uninominali della Camera, 9 sono stati conquistati dal PD e dai suoi alleati. Nessuno di questi, però, con un vantaggio molto netto (superiore ai 10 punti). Sono invece 4 i collegi dove il margine per la coalizione progressista è stata pari o superiore ai 5 punti percentuali (Reggio Emilia, Modena, Bologna città e Bologna-Casalecchio di Reno).

In zone dalla lunghissima tradizione di sinistra come Ravenna, il vantaggio è stato ancora più esiguo.

Se il PD a livello regionale ha perso 10,7 punti percentuali rispetto al 2013, in molte zone considerate roccaforti della sinistra il calo è stato superiore al 12%: Castelfranco Emilia (-12,8%), Valsamoggia e Scandiano (-12,6%), Correggio (-12,3%). Del calo in queste zone si è avvantaggiato soprattutto il M5S.

Il centrodestra è riuscito a imporsi con più di 10 punti di vantaggio non solo nei collegi di Piacenza e Fidenza, come ci siaspettava, ma sorprendentemente anche a Ferrara (dove la leghista Tomasi ha battuto il ministro Franceschini). A Cesena ha vinto la forzista Vietina e il segretario regionale dei democratici Fabrizio Landi è finito addirittura terzo. La Lega di Matteo Salvini ha guadagnato in 5 anni ben 16,6 punti, con progressi clamorosi a Comacchio (+30%), Cento (+24%), Salsomaggiore e Ferrara (+21,2%).

Il Movimento 5 Stelle vede invece sfumare la vittoria nei due collegi dove aveva più chance, Rimini e Scandiano, pur registrando un aumento del 2,8% rispetto al 2013. Il balzo in avanti si situa fra il 5 e il 7% a Correggio, Castelfranco, Carpi, Scandiano, Modena e Reggio Emilia.

La cartina delle vittorie al Senato ricalca largamente quanto accaduto alla Camera: un pareggio tra centrodestra e centrosinistra con 4 collegi a testa, anche se il primo riesce a vincere nel collegio di Ferrara-Imola (avente un ritaglio territoriale dalla forma assai bizzarra, tanto da far nascere sospetti su un possibile gerrymandering).

Il centrosinistra, grazie all’inclusione del comune di Reggio Emilia nell’area di Cento e del comune di Modena nell’area di Sassuolo, riesce a tenere tutti i collegi del centro Emilia, a cui si aggiunge il collegio senatoriale di Bologna, dove Pier Ferdinando Casini non ha sofferto più di tanto la presenza di Vasco Errani (che pure ha raccolto un ragguardevole 8,7% con Liberi e Uguali).

I comuni dove il centrosinistra è risultato in testa sono – se si esclude l’eroica resistenza dei comuni di Zerba (77 abitanti) e Cerignale (127 abitanti) – localizzati lungo la via Emilia da Reggio a Cesena, cui si aggiungono i comprensori della pianura reggiana, del carpigiano e del lughese. Il dato del centrosinistra è rinforzato dai buoni risultati di +Europa nei capoluoghi: Modena e Reggio (4%), Parma (5,2%) e Bologna (6,5%).

Le zone di montagna, di collina, la bassa modenese e ferrarese diventano (o si confermano) di prevalenza del centrodestra, grazie all’exploit della Lega di Matteo Salvini.

Molto interessante anche il dato del Movimento 5 Stelle che, malgrado arrivi secondo in moltissimi comuni, riesce ad imporsi in numerose realtà abbastanza popolose del cosiddetto “distretto ceramico” (Sassuolo, Rubiera, Casalgrande, Fiorano, Formigine, Maranello), oltre alle zone tradizionali di forza come la Valconca sopra Riccione.

I flussi elettorali

Che cosa ha causato questo stravolgimento? Per rispondere a questa domanda ci vengono in aiuto gli studi sui flussi condotti dall’Istituto Cattaneo su alcuni contesti territoriali (Bologna, Modena, Ferrara, Parma). In tali contesti, su 100 elettori PD del 2013, solo una quota compresa fra il 51,7% di Bologna e il 61% di Modena ha confermato il proprio voto.

Colpa dei fuoriusciti del PD confluiti in Liberi e Uguali? Sembra di no, dal momento che – sempre secondo il Cattaneo – Pierluigi Bersani e compagni drenano solamente fra il 6,2% (Ferrara) e il 10,3% (Bologna) degli elettori 2013 del PD. Un ruolo attrattivo più forte lo hanno avuto il Movimento 5 Stelle (che sottrae al PD fra il 6,8% e il 16,9% degli elettori) e la Lega, che invece ha intercettato fra il 7% e il 9,4% degli ex elettori dem. Inoltre l’astensione ha colpito il Pd in modo molto pesante: una quota variabile fra il 14 e il 17,1% dei suoi elettori 2013 ha deciso di non recarsi alle urne il 4 marzo.

Il terremoto elettorale ha quindi una molteplicità di cause: in primo luogo la bassa mobilitazione dell’elettorato democratico; seguita da uno smottamento verso il partito di Grillo e di Salvini, mentre assai più contenuto sembra il ruolo giocato dalla lista a sinistra del PD.

A ciò si aggiunga che il PD, a fronte di un’emorragia di voti fra il 2013 e il 2018 (circa 330.000 voti in meno, oltre un terzo), fa segnare le battute d’arresto più marcate nei comuni con meno di 5.000 abitanti (-39,3%) e in quelli fra 5 mila e 15 mila (-35,8%). Si manifesta quindi anche in Emilia-Romagna il cleavage centro-periferia e il fenomeno del progressivo “inurbamento” del PD, già da alcuni definito “il partito della ZTL” (una caratteristica che si manifesta anche a Bologna, anche se in misura meno marcata rispetto a Roma, Milano e Torino).

Il M5S, al contrario, con un aumento di circa 40.000 voti complessivi, cresce nei comuni di medie dimensioni; mentre il centrodestra sfonda sia nei piccoli comuni fra 5 mila e 15 mila abitanti (+52,6%), sia nei comuni medio-grandi fra 50 mila e 100 mila residenti (+52,7%), con un saldo positivo netto di circa 270.000 voti.

L’Emilia-Romagna di domani

Quali scenari si aprono allora per l’Emilia-Romagna nel medio periodo? Una prima indicazione ci verrà dalle Comunali 2018, quando voterà per esempio il comune di Imola (dove il sindaco uscente Daniele Manca è stato eletto alla Camera). Ma sarà il 2019 l’anno che deciderà i rapporti di forza fra i vari partiti tra Piacenza e Rimini: oltre alle Europee, infatti, nella tornata amministrativa del prossimo anno andranno al voto tre quarti dei comuni e ben 34 comuni superiori, di cui 33 attualmente guidati dal centrosinistra.

Di questi 33 comuni, il 4 marzo scorso 19 sono stati “vinti” dal centrosinistra, 9 dal centrodestra e 6 dal M5S. Dei 19 a trazione PD, solamente 3 vedono il centrosinistra con più di 10 punti percentuali di vantaggio sul secondo partito/coalizione (Casalecchio di Reno, Correggio e Pianoro). Seguono poi 10 comuni vinti con uno scarto fra il 5 e 10 per cento, e 6 con meno del 5%. Per il centrodestra si registrano 2 comuni maggiori vinti con oltre 10 punti di margine, uno solo per il M5S.

E questo comunque in un contesto dove il ballottaggio favorirà il voto aggregato di tutti contro il centrosinistra: nelle Comunali 2016 e 2017 i candidati del PD hanno perso addirittura 4 comuni su 7 dove detenevano un vantaggio superiore al 10% (Cattolica, Pavullo, San Giovanni in Persiceto, Budrio).

Ciò significa che il PD è destinato ad essere drasticamente ridimensionatonei 34 comuni superiori al voto? Non necessariamente. Semplicemente, ed è cosa già diffusa in molte altre regioni italiane, sarà meno scontato il risultato finale. Di converso, sarà sempre più rilevante il peso dei candidati locali, la loro capacità di costruire coalizioni dentro e fuori dal sistema dei partiti e di piazzarsi in posizione strategica in vista del ballottaggio, nonché l’abilità nel dettare l’agenda setting della campagna elettorale.

Insomma, l’Emilia-Romagna non è più una regione rossa come lo era stata dal 1946 e sembra avviata, pur con notevoli peculiarità, verso una sempre maggiore normalizzazione dei rapporti di forza fra i partiti che si sfidano alle elezioni.

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