Non solo clericalate. Seppur spesso impercettibilmente, qualcosa si muove. Con cadenza mensile vogliamo darvi anche qualche notizia positiva: che mostri come, impegnandosi concretamente, sia possibile cambiare in meglio questo Paese.
La buona novella laica del mese di aprile è l’approvazione della delibera della Regione Campania che introduce la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza con modalità farmacologica e senza ricovero. La decisione formale è arrivata con il voto sulla delibera n. 143 del 23 aprile 2026 da parte della Giunta regionale. Il presidente della Campania Roberto Fico ha annunciato l’introduzione del percorso ambulatoriale coordinato e complesso esprimendo soddisfazione e parlando di «un passo concreto per tutelare la salute delle donne, rafforzandone diritti e autodeterminazione». L’assessore alle Pari opportunità della Regione, Claudia Pecoraro, ha ricordato che l’Organizzazione mondiale della sanità «considera l’interruzione farmacologica una pratica sicura e raccomandata, capace di tutelare la salute fisica, emotiva e psicologica delle donne». Per la deputata M5S Gilda Sportiello, molto attiva sul tema, «il provvedimento dimostra che quando c’è volontà politica, i diritti possono essere concretamente garantiti». Sebbene le linee guida ministeriali consentano l’aborto farmacologico senza ricovero già dal 2020, finora gran parte delle Regioni rimane indietro: infatti è possibile solo in Lazio ed Emilia Romagna e nelle provincie autonome di Trento e Bolzano, oltre che in Campania.
Il tribunale di Roma ha archiviato l’indagine per aiuto al suicidio nel caso di Sibilla Barbieri, che per esercitare il suo diritto a un fine vita dignitoso nell’ottobre del 2023 era stata accompagnata in Svizzera dal figlio e da Marco Cappato e Marco Perduca, i quali si erano poi autodenunciati. La donna, malata terminale e in condizioni ormai intollerabili, aveva fatto richiesta per il suicidio assistito in Italia ma la commissione medica della sua Asl non aveva riconosciuto il requisito del sostegno vitale, sebbene farmaci e trattamenti fossero per lei indispensabili per sopravvivere. Secondo la pm Alessia Natale, con motivazione accolta dalla gip di Roma Tamara De Amicis, non era stato considerato l’inevitabile peggioramento delle condizioni di salute della donna.
La Corte d’appello di Napoli ha condannato in sede civile un prete ex docente di Irc e il Ministero dell’Istruzione a pagare un risarcimento di 324 mila euro a una vittima di abusi sessuali per fatti risalenti agli anni Ottanta e denunciati nel 2010. Il sacerdote era stato assolto in primo grado e poi il reato era finito in prescrizione, ma in sede civile è arrivata la condanna.
Le recenti uscite del consigliere comunale di Formigine (MO) Costantino Righi Riva contro aborto e contraccezione hanno suscitato le reazioni di diversi esponenti politici. La capogruppo Avs in Consiglio Serena Mignano si è detta indignata: «Quelle parole non sono innocue: arrivano alle donne che hanno scelto di non avere figli, a quelle che non hanno potuto, a quelle che stanno attraversando percorsi di salute difficilissimi. Puntare il dito contro di loro è aberrante». Dal canto suo Patrizia Belloi, portavoce della Conferenza delle Donne Democratiche, ha spiegato: «Definire l’aborto un “delitto” o un “costo sociale” non è solo un attacco alla libertà di scelta, ma una negazione della legge dello Stato e delle conquiste democratiche del nostro Paese». «È necessario ribadire che l’interruzione volontaria di gravidanza è un diritto garantito dalla legge 194, norma nata per sottrarre le donne alla clandestinità e tutelare la loro salute», ha aggiunto, «La democrazia non è un perimetro ritagliato sull’ideologia di una parte: le istituzioni hanno il compito di proteggere le libertà acquisite, non di ridurle a una questione di “priorità individuali”». Anche il Movimento 5 Stelle ha espresso sdegno. La consigliera comunale Alessia Nizzoli ha così definito le parole di Righi Riva: «Non siamo davanti a una semplice provocazione, ma all’espressione di una visione ideologica che rimette in discussione diritti fondamentali, libertà personali e conquiste di civiltà che appartengono alla storia democratica del nostro Paese», «chiedere l’abolizione della 194 significa colpire l’autodeterminazione delle donne e riportare il confronto pubblico indietro di decenni». Il coordinatore regionale M5S Gabriele Lanzi ha ribadito che «le parole di Righi Riva devono essere respinte con nettezza, senza ambiguità».
La nuova capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi ha fatto un’apertura verso una legge sul fine vita: «Dobbiamo discutere di una norma di civiltà. Ho chiesto qualche tempo, ho appena ereditato i dossier. Mi auguro di portare a casa una mediazione». Il riferimento di Craxi è sulla controversa proposta di legge presentata dalla maggioranza, con relatori Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI) e ferma da mesi nelle commissioni Giustizia e Sanità, che rappresenta di fatto un salto indietro anche rispetto ai pronunciamenti della Corte Costituzionale.
Infine qualche buona novella laica dall’estero.
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha bocciato la legge approvata dal governo uscente di Viktor Orban in Ungheria contro la “propaganda” lgbt. Con il pretesto della tutela dei minori, la normativa reazionaria di fatto ha introdotto pesanti discriminazioni all’espressione e all’attivismo delle persone lgbt e promosso la censura verso contenuti che rappresentassero l’omosessualità. Per i giudici del Lussemburgo la legge ha quindi violato l’articolo 2 del Trattato sull’Ue. Il ricorso era stato promosso dalla Commissione Europea con il sostegno di 15 Stati membri e l’eurodeputata Tineke Strik, relatrice all’Europarlamento per la situazione dell’Ungheria, ha plaudito alla «storica sentenza».
L’eurodeputata M5S Carolina Morace ha salutato con «grande entusiasmo» il pronunciamento e chiesto al nuovo governo ungherese di fare un passo avanti: «Adesso toccherà al vincitore delle ultime elezioni Peter Magyar dimostrare nei fatti che è diverso da chi lo ha preceduto». E ha spronato l’Ue a chiedere l’abrogazione della controversa legge prima di sbloccare i fondi europei a favore dell’Ungheria. Inoltre ha fatto notare che tra i 15 Stati a sostegno della causa mancava l’Italia che «dunque, aveva sostenuto implicitamente questa legge chiaramente discriminatoria. Il governo Meloni è dunque fra gli sconfitti di questa decisione della Corte».
Anche in Spagna il governo vuole affermare la tutela del diritto all’aborto in Costituzione. Il Consiglio dei ministri ha approvato la riforma costituzionale per far sì che le autorità garantiscano «l’esercizio del diritto della donna all’interruzione volontaria di gravidanza in condizioni di reale ed effettiva uguaglianza, con tutte le prestazioni e i servizi necessari a tale esercizio». «Un giorno importante per la democrazia spagnola», ha rivendicato la ministra delle Pari opportunità Ana Redondo. La riforma dovrà passare al vaglio del Parlamento e richiede la maggioranza di tre quinti. Mentre la Chiesa cattolica e i clericali si mobilitano contro.
La redazione
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è dei candidati alla quarta circoscrizione di Reggio Calabria che
Erano presenti i candidati Stefania Foti (Impegno Civico) e Luigi Rosace (Pd), mentre per impegni istituzionali non è potuto intervenire il candidato di centrodestra Giuseppe Cantarella, che è stato invitato a un nuovo incontro, sempre in parrocchia.
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
Il Pd di Marghera, in vista delle prossime elezioni amministrative di Venezia, ha diffuso un volantino con un’invocazione ad Allah per due candidati alla municipalità provenienti dalla comunità bengalese. Nella parte in bengalese sul classico volantino in stile “santino” elettorale per Abdul Mhade e Sumiya Begum è riportata la basmala, l’invocazione ad Allah che apre quasi tutte le sure del Corano e viene usata dai fedeli per ostentare la propria devozione. Con un messaggio che in maniera imbarazzante mischia esplicitamente voto e religione: «In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso» vengono presentati i due candidati e si invitano gli elettori a mettere una croce sul simbolo del Pd. La notizia non poteva che scatenare le prevedibili reazioni degli identitaristi clericali – attenti solo al confessionalismo altrui. E la debole risposta del Pd locale agli attacchi, secondo cui «tradurre un volantino significa avere idee da spiegare a tutti». Il problema è che sul volantino non c’erano idee, ma una semplice strumentalizzazione religiosa.
Sul caso veneziano è sceso in campo pure il senatore di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon, che definisce la strategia del Pd di accaparrarsi il voto della comunità bengalese come «strumentale», ma vagheggia una possibile convergenza con i conservatori musulmani sui temi etici. Proprio FdI aveva nel coordinamento di Mestre un esponente bengalese, Prince Howlader, la cui candidatura alle amministrative poi è saltata per divisioni sulla questione della nuova moschea da edificare nel sobborgo veneziano. Speranzon avverte che «i problemi nascono invece se si vuole solo rivendicare la propria diversità, di costumi, usanze e tradizioni che a volte confliggono con quello che caratterizza invece la nostra cultura, la nostra identità». Una questione che può far spostare i voti dei migranti verso destra è l’ostilità ai diritti civili: «noi pensiamo che le comunità possano avere tante sensibilità, che tra l’altro non credo possano essere ben rappresentate dal Pd, che su alcuni temi, come la famiglia i diritti Lgbt, le adozioni, l’utero in affitto, si fa portatore di idee radicalmente diverse proprio da quelle della comunità che vorrebbero rappresentare».
Per le comunali la lista Agrigento Amore Mio a sostegno del candidato sindaco Giuseppe Di Rosa ha diffuso un volantino elettorale per Carmela Lombardi, candidata al Consiglio comunale, con un proclama religioso. Lombardi, convertita musulmana, viene ritratta con il velo e il messaggio (riportato anche in arabo): «Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano, ma sempre lo stesso unico Creatore. Così deve essere anche per noi: un solo interesse sopra tutto, la città e i suoi cittadini».
Circa 190 rappresentanti del Partito Popolare Europeo sono stati ricevuti in Vaticano per un’udienza con papa Leone XIV proprio nelle giornate in cui si è tenuto a Roma l’evento per il cinquantenario del partito. Tra i presenti anche l’eurodeputata Giusi Princi, che ha lodato l’intervento del papa durante l’udienza.
Il deputato Francesco Cannizzaro (Forza Italia), durante un comizio per le prossime elezioni comunali a Reggio Calabria, ha invocato l’aiuto divino proclamando: «Con l’aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione, risorgerà. Reggio risorgerà! Viva Reggio, i reggini, che Dio vi benedica!». Il deputato, che ha presentato la lista Reggio Protagonista, dopo che il video del suo intervento è diventato virale, tra polemiche e meme, ha ribadito: «Io ho evocato Dio e la Madonna, continuerò a farlo. Che dovevo fare? Evocare Satana? Di certo non evoco i morti per farli votare».
Come da tradizione le istituzioni hanno preso parte alla messa nella cattedrale di Napoli in cui si è ripetuto il “miracolo” dello scioglimento del presunto sangue di san Gennaro. «È un miracolo di fede ed è un grande miracolo di identità della nostra città, è un momento unificante e un messaggio di pace per il mondo, e la venuta qui del papa tra qualche giorno suggellerà ancora di più questo grande patto di fede tra Napoli e il suo santo protettore», ha proclamato il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi.
In occasione dell’anniversario della nascita di San Carlo Acutis all’ospedale San Gerardo di Monza è stato esposto sulla facciata della Palazzina Accoglienza un poster dedicato al santo. Il giovane, morto di leucemia a 15 anni, fu curato proprio nel reparto di Oncoematologia pediatrica del San Gerardo, dove ora sono state collocate opere d’arte donate dal gruppo di lavoro “Mariologia, Persona, Arte, Città, Cultura e Salute”. Una di queste si intitola “Luce divina sull’umanità”.
La redazione
Ecco il nuovo numero del bimestrale dell’Uaar Nessun Dogma – Agire laico per un mondo più umano. Con interviste, rubriche, recensioni per conoscere l’impegno di uomini e donne, dell’Uaar e non solo. Con uno sguardo laico umanista su temi come diritti, etica, filosofia, politica, scienza. Sessanta pagine dedicate a chi vuole cambiare il mondo per renderlo più laico, più umano, più assennato. Con gli approfondimenti e le storie che non trovate altrove.
La copertina del numero 2/2026 di Paolo Ferrarini sintetizza con ironia la questione delle invadenze sonore della Chiesa cattolica. Alcuni articoli di questa uscita trattano il tema e le sue ricadute sulla laicità. La responsabile iniziative legali Uaar Adele Orioli si concentra sul rumore molesto delle campane, blindato dal Concordato. Mentre Valentino Salvatore commenta la recente condanna a una parrocchia di Palermo per il disturbo arrecato dal suo oratorio.
In questa uscita abbiamo affrontato anche altre tematiche. Il giornalista Federico Tulli offre un’inchiesta sulle condizioni di lavoro dei dipendenti del Vaticano. Federica Marzioni dalla Spagna ci aggiorna sull’accordo tra governo e vescovi locali per i risarcimenti alle vittime di abusi commessi da preti. Ospitiamo la traduzione di un articolo da The Conversation di Imad Khillo, docente di diritto pubblico a Grenoble, sull’apartheid di genere imposta alle donne in Afghanistan dal regime talebano. L’addetto stampa dell’Uaar Daniele Passanante intervista l’attivista laico iraniano Taher Djafarizad, da anni esule in Italia, sulle prospettive di un Iran libero e democratico. L’insegnante e attivista Pamela Deiana riflette sul calo delle scelte a favore dell’insegnamento della religione cattolica a scuola. Ciro D’Ardia ripercorre la tragica storia del movimento religioso Heaven’s Gate. E la divulgatrice scientifica Maria Antonietta Auditore ci parla dei pericoli delle derive settarie anche in campo medico. Dal canto suo il divulgatore e chimico Silvano Fuso mette in guardia dal relativismo culturale che arriva a giustificare per tradizione pratiche atroci come le mutilazioni genitali femminili. La critica cinematografica Micaela Grosso esamina da un punto di vista laico il film Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery di Rian Johnson.
Su Nessun Dogma diamo spazio anche alle attività e alle iniziative dell’associazione. In questo numero presentiamo il resoconto dell’assegnazione del premio di laurea dell’Uaar edizione 2025 presso la sede nazionale di Roma. La responsabile circolo Irene Tartaglia stavolta ci racconta cosa fa il circolo Uaar di Modena. Infine presentiamo anche l’ultimo libro pubblicato dal progetto editoriale Nessun Dogma – Libri per menti libere: un’antologia di articoli del blog associativo dal titolo A ragion veduta. Vent’anni di mondo osservato dall’Uaar a cura di Roberto Grendene e Valentino Salvatore e con prefazione del direttore della rivista Raffaele Carcano, di cui riportiamo anche un articolo tratto da questo testo sull’etica senza dio.
Non mancano le rubriche ricorrenti del bimestrale. L’Osservatorio laico dedicato a leggi e sentenze in Italia e all’estero, positive o negative. Impegnarsi a ragion veduta a firma del segretario Roberto Grendene per ricordare ciò che l’Uaar ha fatto e sta facendo in concreto. La carrellata delle attività dell’associazione sul territorio a cura della responsabile circoli Irene Tartaglia. Il “giro del mondo” per rilanciare iniziative di altre associazioni laico-umaniste, del responsabile relazioni internazionali Giorgio Maone. La rassegna di studi accademici su religione e non credenza che ci presenta Leila Vismara. Le proposte di lettura per segnalare tre libri recenti che ci sono sembrati interessanti. La sezione Arte e ragione in cui Mosè Viero rilegge con sensibilità laica un’opera d’arte per ogni uscita. Infine il riflettore di Agire laico per un mondo più umano, su piccoli e grandi fatti che ci raccontano l’impegno per la laicità e i diritti nel mondo.
Vi proponiamo intanto il redazionale di questa uscita, intitolato Rumore.
Una delle caratteristiche totalitarie della religione è l’ambizione di invadere ogni senso dell’essere umano. L’udito non fa eccezione. In ogni epoca, in ogni luogo, abitare vicino a un tempio è una delle scelte peggiori per chi ha bisogno di riposare. Ma ci può essere di peggio: trovarsi a metà strada tra due templi in concorrenza. La parola “baccano” deriva, non a caso, dal nome di una divinità.
Il problema, anche in questo caso, viene amplificato da un’altra attitudine, parimenti estesa: la pretesa di avere condizioni privilegiate rispetto ai comuni mortali. Chi richiama il muezzin il cui richiamo viola la normativa sull’inquinamento acustico? Perché mai la libertà di diffondere la voce di Dio (o, per essere più precisi, dei suoi sedicenti rappresentanti terreni) dovrebbe prevalere su quella di chi trasmette death metal? Anni fa, in Norvegia fu estesa a tutte le religioni la deroga al superamento del limite sonoro previsto dalla legge. Un gruppo di atei chiese e ottenne analoga prerogativa. Per esercitarla, organizzarono un evento nel corso del quale urlarono dai tetti «Dio non esiste». E la finirono lì.
Le religioni hanno invece l’atteggiamento opposto. E il loro rumore di fondo nelle nostre società invade ogni ambito: dall’istruzione al lavoro, dalla famiglia alla camera da letto, fino agli stessi corpi. Il muro di separazione tra Stato e Chiesa dovrebbe essere più difficile da abbattere di quello del suono. Non è così, ed è per questa ragione che è nata questa rivista. Siamo consapevoli di rappresentare un’altra campana. Ma molto, molto più rispettosa.
Leila, Massimo, Micaela, Paolo, Raffaele, Valentino
La redazione
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A cinquant’anni dal massacro del Circeo si sottovaluta il ruolo della cultura cattolica tra repressione, omertà e doppia morale. Affronta il tema Micaela Grosso sul numero 6/2025 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Cinquant’anni fa, la notte del Circeo spalancava una voragine nella coscienza collettiva italiana, un abisso in cui sembrava che tutto il peggio, e anche il meglio nascosto, del “Bel Paese” trovasse cittadinanza. Oggi viene facile rievocare quel massacro come il paradigma del male assoluto, il simbolo in carne, sangue e cemento di ogni deriva sociale e politica degli anni settanta.
A ben vedere, però, ciò che ancora oggi lascia turbati è la lente distorta con cui questa storia viene tuttora raccontata. Si fa un gran parlare, sicuramente non a torto, della matrice fascista dei tre carnefici – Izzo, Ghira, Guido – come se bastasse accostare a quei cognomi il marchio di un’ideologia per acquietare la nostra fame rituale di chiarezza morale. Pare, a chi osserva da vicino, che la memoria collettiva italiana funzioni per compartimenti stagni: una volta etichettato il mostro, lo si può seppellire, con buona pace del Paese e della sua fame di autoassoluzione.
Eppure, non è forse degno di nota il silenzio che accompagna la seconda radice di quella storia?
È interessante vedere come sui giornali, nelle commemorazioni, nei dibattiti televisivi, la parola “cattolicesimo” sia finita ai margini, relegata a semplice sfondo d’ambiente, quando in realtà la cultura cattolica, quella pedagogia della colpa e della redenzione a orologeria, ha fornito agli assassini e ai loro complici silenti un humus almeno altrettanto fertile quanto le svastiche esibite. Non si tratta di volontà polemica, né di risarcimenti ideologici a posteriori: semplicemente, pare che il Circeo sia stato anche – se non soprattutto – il prodotto di una società che ha trasformato la fede in un involucro rigido, asfissiante, e che ha fatto della repressione la regola d’oro delle relazioni tra i sessi e del rapporto con il potere.
Sfogliando le memorie, le testimonianze e certi romanzi incuneati nella narrativa italiana più recente, si scopre che in quegli anni la scuola privata cattolica era, a tutti gli effetti, il palcoscenico privilegiato della doppia morale. Bastava attraversare i corridoi di quei licei d’élite per respirare un’atmosfera sospesa tra l’altare e il manganello, tra la preghiera della mattina e le gesta da piccolo satrapo in classe e fuori.
Chi scrive, per deformazione professionale, tende e vedere nei dettagli minimi (un crocifisso appeso storto, un prete che chiude in fretta la porta) i segnali di una lunga consuetudine alla negazione, alla minimizzazione, all’assoluzione preventiva dei “figli di papà”. Non è certo una scoperta di oggi che nelle scuole confessionalmente orientate la colpa venisse usata come leva, e la redenzione elargita secondo logiche più di ceto che di vera spiritualità.
Tutta questa materia viva, fetida ma reale, è stata ripresa e riplasmata da Edoardo Albinati, col suo libro La scuola cattolica, vincitore dello Strega, capace come pochi altri di scavare dove la cronaca si ferma. Il libro, e anche il film di Stefano Mordini che ne è derivato, sono prove tangibili – almeno per chi si concede il dubbio – che il mostro del Circeo non nacque dall’ideologia fascista e basta, ma anche, pesantemente, dalla pedagogia della preghiera imposta con la cinghia, dal dogma trasfigurato in privilegio, dall’anarchia morale travestita da ordine. A ben vedere, la narrazione della violenza e della complicità è tutta lì: vige una regola non scritta per cui, se sei abbastanza “interno” al gruppo, se reciti bene le Ave Maria, tutto ti sarà perdonato – o quanto meno, ti sarà evitato l’ingombro della punizione.
Mi sovviene un dettaglio, non trascurabile: in tutte le rievocazioni mediatiche del Circeo, si fatica a trovare una parola concreta su quella zona grigia, spesso addirittura dorata, dove la Chiesa, la scuola, la borghesia convergono nella produzione seriale di omertà e rimozione. Pare che parlare di complicità della cultura cattolica sia questione scivolosa, su cui preferire il “si dice”, il sottinteso, la prudenza da sagrestia. Eppure, per chi ha avuto a che fare (direttamente o per racconti di terza mano) con la realtà delle scuole private religiose degli anni settanta, la cosa è lampante: la reputazione salvava più di qualsiasi catechismo, e la preghiera era spesso solo il fiore sopra un letamaio di codici non detti.
Non a caso, come sottolinea lo stesso Albinati in pagine taglienti, l’educazione sentimentale e sessuale era completamente delegata al silenzio, alla colpa, all’inibizione e, quando non bastava, al ricatto o alla minaccia da parte di chi comandava.
Del resto, mi viene quasi da sorridere – amaramente, s’intende – ogni volta che, nelle battaglie contemporanee su chi debba educare i giovani all’affettività, alla sessualità, alla diversità, si propone di lasciare il testimone in mano ai soliti professionisti del dogma. Un Paese che ancora oggi, cinquant’anni dopo, fatica ad ammettere che la pornografia della violenza non nasce a caso, ma germina dove il male viene “benedetto” e nascosto, forse non ha ancora capito nulla del proprio passato. La scuola cattolica, in questo senso, rappresentava il laboratorio perfetto per la produzione di una mascolinità tossica, imbullonata dall’autorità che assolve prima ancora di giudicare, e di una femminilità ridotta al silenzio e al sacrificio in nome di una morale distorta.
Non si tratta, mai, di assolvere la matrice fascista di Izzo, Ghira e Guido, né di diluire responsabilità individuali nell’etere di una cultura comune. Si tratta, semmai, di recuperare l’elemento mancante: il riconoscimento pubblico che anche il cattolicesimo diffuso, quando declinato in chiave autoritaria, sessuofoba, e alleato della borghesia più ipocrita, produce le stesse distorsioni della peggiore ideologia politica. È antistorico far finta che non sia così. Eppure, cinquant’anni dopo, si preferisce restare nell’ambiguità, bastano accenni vaghi e parabole su una scuola che non c’è più, come se i modelli di allora – e di ora, permettete – non avessero la stessa lingua biforcuta.
Forse è anche per questo che ogni anniversario del Circeo lascia un sapore amaro, quasi rimosso, a chi si ostina a osservare la società con attenzione: la memoria non è solo esercizio civico, è anche – e forse soprattutto – un atto di coraggio verso la verità. In questa verità scomoda c’è la consapevolezza che il mostro, spesso, non viene da lontano, ma dalla stanza accanto, dai banchi della scuola, dalla messa della domenica, dal salotto pulito dove si nasconde il disordine delle coscienze. Raccontare oggi il Circeo soltanto come un crimine fascista è operazione di comodo, e anche un po’ codarda; starebbe bene, invece, aggiungere all’elenco delle responsabilità anche quella pedagogia della colpa che, purtroppo, ci riguarda ancora tutti, e che – piaccia o meno – continua a produrre danni e omertà, di generazione in generazione.
E allora, cinquant’anni dopo, davanti al ricordo del Circeo che per alcuni è solo un vecchio fatto di cronaca, si impone il vero esercizio laico della memoria: togliere il velo, strappare la tonaca della retorica e dire, una volta per tutte, che il male sa travestirsi, che la complicità non ha colore unico, e che la vera redenzione passa per il coraggio di nominare ogni radice, anche quella più scomoda, senza più alcun alibi spirituale o socio-culturale. Ma, in fondo, forse è chiedere troppo a un Paese che ha fatto dell’oblio la sua specialità.
Micaela Grosso
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L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche spagnole è ancora un obbligo concordatario. Gli Accordi firmati tra lo Stato spagnolo e la Santa Sede nel 1979, in piena transizione democratica, impongono tutt’ora al sistema di istruzione di offrire l’insegnamento della religione cattolica nell’orario scolastico ufficiale, con docenti scelti dalle autorità ecclesiastiche e pagati con fondi pubblici.
L’ultima legge educativa in vigore, la LOMLOE (Legge Organica di Modifica della Legge Organica sull’Istruzione), approvata nel dicembre 2020 dal governo di coalizione progressista PSOE-Unidas Podemos, rappresenta il tentativo più recente di ridefinire il peso della religione nel sistema scolastico, introducendo modifiche sostanziali rispetto al regime precedente:
Il nodo più controverso della LOMLOE riguarda l’ora alternativa: la legge non prevede una materia alternativa all’insegnamento della religione cattolica e la collocazione della materia nell’orario scolastico viene lasciata interamente alle amministrazioni regionali. Il risultato pratico è che gli studenti che non si iscrivono alla religione non possono utilizzare quell’ora per avanzare o recuperare contenuti curriculari. In concreto, ogni scuola e ogni regione ha trovato soluzioni proprie, spesso improvvisate: in alcuni istituti l’ora viene dedicata a lettura libera o studio autonomo; in altri si organizzano attività non valutabili; in altri ancora gli studenti restano in aula con un docente di sorveglianza senza un programma definito.
Le differenze tra le regioni sono marcate: Madrid e Murcia hanno utilizzato la loro autonomia per portare la religione a due ore settimanali in alcuni corsi della secondaria, Navarra, Catalogna, Galizia, Castiglia-La Mancha, Cantabria e Asturie hanno mantenuto il minimo di un’ora, ridistribuendo il tempo guadagnato tra altre materie. Castiglia e León ha inserito la religione in un blocco di materie opzionali, in concorrenza con Cultura Scientífica o Seconda Lingua Straniera. La Galizia ha creato una materia alternativa propria — il Proxecto Competencial, ossia una didattica per competenze. Si tratta di un approccio pedagogico in cui gli studenti sviluppano un tema o un problema concreto dalla fase iniziale di ideazione fino alla presentazione finale, lavorando in modo interdisciplinare e collaborativo.
Il risultato complessivo è una mappa disomogenea in cui il trattamento dell’ora di religione — e soprattutto il destino di chi sceglie di non avvalervisi — varia da regione a regione, da istituto a istituto, senza una norma uniforme che garantisca parità di condizioni. La LOMLOE ha irritato entrambi i fronti senza soddisfarne nessuno: il fronte cattolico ha contestato la perdita di peso accademico e la riduzione oraria; il fronte laicista la considera una mezza misura che non affronta il problema reale. È su questo terreno, quello di una legge che ha riformato senza trasformare, che la piattaforma Escuela Laica (Scuola Laica) rilancia nel 2026 la sua campagna.
Chi è Escuela Laica e cosa chiede.
Il 2 marzo 2026, in coincidenza con l’avvio del periodo di iscrizioni scolastiche, 70 organizzazioni — associazioni laiciste, femministe, sindacati— hanno presentato pubblicamente la Campagna Unitaria 2026 a Madrid. Tra i firmatari: Europa Laica, la Confederazione delle Associazioni di Genitori CEAPA (la principale confederazione nazionale delle associazioni di genitori degli studenti della scuola pubblica spagnola, che raggruppa centinaia di associazioni locali e regionali di genitori e si batte per la difesa della scuola pubblica, laica e gratuita), la Confederazione dei Sindacati degli Insegnanti STEs-i (vicina, per cultura sindacale, a realtà come COBAS Scuola o i sindacati di base del settore: meno istituzionale, più orientato alla mobilitazione diretta), la Federazione Insegnamento del sindacato “Comisiones Obreras” (il confronto italiano più immediato è con la CGIL: stessa origine storica legata alla sinistra e al movimento operaio, stessa struttura confederale con federazioni di categoria, stesso ruolo nei tavoli di concertazione nazionale), Izquierda Unida e Podemos (forze parlamentari di sinistra).
La piattaforma chiede:
Le organizzazioni denunciano la sottomissione dei governi agli interessi della gerarchia cattolica, i cui privilegi rappresenterebbero il principale ostacolo affinché la scuola pubblica diventi l’asse portante del sistema educativo, riducendo così anche i tassi di segregazione scolastica nel paese. L’ora di religione non è una necessità pedagogica, è una scelta politica.
Secondo Sergio López, coordinatore della campagna, la percentuale di studenti non iscritti alla religione nelle scuole pubbliche ha già raggiunto il 57,15%. Ancor più significativo è il confronto con le scuole “concertate” (istituti privati che hanno ottenuto il riconoscimento statale e ricevono finanziamenti pubblici): lì la quota scende al 13,15%, in istituti dei quali sette su dieci sono cattolici, dove le famiglie sarebbero condizionate o addirittura costrette nella scelta.
Siamo in un sistema che produce esiti opposti a seconda del contesto istituzionale: dove le famiglie sono libere di scegliere, la maggioranza sceglie di non iscriversi. Dove la pressione istituzionale è più forte, quasi nessuno rinuncia.
La campagna ha denunciato una contraddizione numerica difficile da ignorare: mentre le iscrizioni alla religione sono diminuite di 600.000 unità tra il 2013-2014 e il 2022-2023, il corpo docente assegnato alla materia è aumentato del 43%. Nel 2013-2014 c’erano 3,5 milioni di studenti iscritti e 25.000 insegnanti; dieci anni dopo gli iscritti sono scesi a 2,9 milioni ma i docenti sono saliti a 36.000.
In molti casi il personale di religione svolge funzioni di coordinamento di biblioteche, tutoraggio, in qualche caso assume anche la direzione di dipartimento. Si tratta di funzioni retribuite con denaro pubblico, assegnate a persone scelte dal vescovo diocesano competente per territorio. Lo Stato paga, la Chiesa decide chi insegna, cosa insegna e quando smette di farlo.
Europa Laica stima che il costo complessivo di questi docenti ammonti a circa 800 milioni di euro annui.
Tra le proposte della campagna 2026, una merita attenzione particolare perché tocca un nervo scoperto: la richiesta di un Libro Bianco sulla laicità nel sistema educativo. Sumar e Compromís (due coalizioni di sinistra che siedono all’opposizione del governo Sánchez, pur essendone stati parte) hanno presentato al Parlamento una mozione che include l’elaborazione di un Libro Bianco che analizzi il grado di confessionalità dell’insegnamento e il suo impatto.
Non esistono dati ufficiali e sistematici su quanto la confessionalità costi, distorca e condizioni il sistema educativo spagnolo nel suo complesso. Non solo l’IRC come materia, ma l’insieme di pratiche, simboli, finanziamenti e strutture che mantengono la presenza ecclesiastica dentro la scuola pubblica. Prima di cambiare le norme, si chiede di quantificare e rendere visibile ciò che decenni di inerzia istituzionale hanno oscurato.
Esiste tuttavia un ostacolo strutturale: la LOMLOE non affronta la radice concordataria della questione. Gli Accordi fra Stato spagnolo e Santa Sede hanno rango di trattato internazionale, cioè non si modificano con una legge ordinaria. Per eliminarli occorre una denuncia formale, un atto politico di portata straordinaria che nessun esecutivo ha finora avuto la volontà di compiere. La piattaforma ha chiesto che la visita di Leone XIV in Spagna, prevista a giugno 2026, serva per riaprire la questione concordataria, ricordando che Pedro Sánchez se ne era fatto promotore nel 41° Congresso socialista del 2024.
Sua Santità troverà un paese in cui la maggioranza degli studenti delle scuole pubbliche ha già smesso di seguire la sua materia.
Federica Marzioni
AgoraVox Italia