L’ora di religione cattolica a scuola è in crisi da anni, come evidenziano i dati resi pubblici dall’Uaar. Mentre cresce la richiesta per una scuola più laica e inclusiva aumentano però pressioni confessionali e disservizi. Affronta il tema la docente Pamela Deiana sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Uno degli effetti del concordato tra Stato italiano e Vaticano, tra quelli più evidenti e che tutti i cittadini e le cittadine hanno modo di incontrare nel corso della loro vita, è sicuramente l’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Dal 1984, con il rinnovo del concordato a opera di Bettino Craxi e del cardinale Casaroli, la religione cattolica smette di essere religione di Stato e il suo insegnamento nella scuola diventa facoltativo, ma si estende fino alla scuola dell’infanzia (dai tre ai cinque anni d’età) e nella scuola primaria le ore di Irc diventano ben due alla settimana.
Ma cosa vuol dire “facoltativa”? Vuol dire che è possibile scegliere di parteciparvi o di non parteciparvi, senza bisogno di motivare la scelta (prima del 1984 gli studenti appartenenti ad altre religioni potevano chiedere l’esonero). All’atto dell’iscrizione a scuola bisogna compilare il modulo C, dove si sceglie se avvalersi o meno dell’Irc. In caso di scelta di non frequentare si hanno delle possibilità alternative: 1) uscita dall’edificio scolastico, 2) studio individuale in altro locale della scuola, 3) studio assistito da personale docente, 4) frequenza dell’attività alternativa.
Abbiamo osservato come l’organizzazione delle quattro opzioni sia spesso carente o improvvisata: non sempre viene rispettato il diritto di uscita dalla scuola, spesso non ci sono locali adeguati che permettano lo studio individuale e spessissimo non viene attivato l’insegnamento dell’attività alternativa o, se attivato, è improvvisato o poco curato.
Nonostante queste difficoltà, sempre più studenti scelgono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, evidente segnale di una trasformazione sociale sempre più orientata alla multiculturalità.
Attraverso il Foia (Freedom of Information Act), la legge che dal 2016 permette di accedere a dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, l’Uaar ha richiesto i dati relativi al numero di studenti che non si avvalgono dell’Irc nelle scuole pubbliche italiane, riferiti agli anni scolastici fino al 2024/2025. I dati sono stati poi ordinati secondo diversi parametri: abbiamo fatto un’analisi per regione, per provincia, per comune e per singola scuola; poi ancora per ordine e grado della scuola stessa, suddividendo ancora, per quanto riguarda la scuola secondaria di secondo grado, tra licei, istituti tecnici e istituti professionali.
L’Uaar aderisce alla campagna #DatiBeneComune, l’iniziativa nata nel 2020 con lo scopo di reperire e rendere pubblici i dati in mano alle amministrazioni affinché siano fruibili da tutti i cittadini e le cittadine. Così, anche i dati relativi alla frequenza dell’Irc sono, in seguito all’accesso civico portato avanti dall’Uaar, resi noti nei file originali inviati dal ministero e dalle province autonome di Trento e Bolzano.
Parallelamente, nel sito della Cei (Conferenza episcopale italiana), compaiono gli stessi dati, rilevati in questo caso direttamente dagli insegnanti di religione (quelli scelti dalla Chiesa e pagati dallo Stato) sia delle scuole pubbliche che paritarie, attraverso un’applicazione chiamata “Raccolta dati avvalentisi”. Si tratta di un tool web che i docenti di religione sono chiamati a utilizzare e che permette alla Cei di avere i dati di prima mano. Le istruzioni sull’uso di questa applicazione sono minuziosamente descritte in un documento di trentacinque pagine, pubblicato sul sito della Cei. I dati raccolti devono essere poi visualizzati e validati da ciascun ufficio diocesano e quindi resi disponibili per le statistiche e le analisi richieste dal servizio nazionale per l’Irc della Cei.
A scegliere di non frequentare l’Irc è il 17,7% degli studenti, l’1% in più rispetto all’anno scorso. Il ritmo di ascesa è quello dell’1% ogni anno. L’ultimo dato rivela quindi che 42mila studenti in più, rispetto all’anno scorso, hanno scelto di non avvalersi. Considerando che il ritmo di ascesa annuale è pari a un punto percentuale, si prevede un abbandono della materia sempre più frequente negli anni a venire.
Nelle notizie diffuse dalla Cei e da una frangia di giornalismo, il dato viene relativizzato dando più importanza a quella che viene definita una «testimonianza dell’apprezzamento diffuso per una proposta di cui si riconosce – soprattutto per l’opera meritoria dei suoi insegnanti – l’autentico impegno culturale e la sincera dedizione educativa» nella recente nota pastorale L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo, pubblicata nel dicembre scorso in occasione dei 40 anni dall’intesa tra Cei e governo, che ha ridisegnato la presenza di tale disciplina nella scuola italiana.
Che si voglia evidenziare che una percentuale altissima di studenti scelga ancora di frequentare l’Irc o che si voglia, invece, mettere l’accento sul numero di coloro che non lo scelgono, non si può negare l’evidenza dei numeri o, meglio ancora, della linea di tendenza che vede una costante ascesa dei non avvalentisi (o una costante discesa degli avvalentisi, a seconda della prospettiva che si sceglie).
Per ipotizzare la direzione socioculturale che la società sta imboccando, dobbiamo rilevare le differenze sostanziali che emergono lungo lo Stivale.
Il quadro è eterogeneo: i non avvalentisi dell’Irc prevalgono nelle regioni del nord Italia e diminuiscono gradatamente man mano che si attraversa il centro e il sud dello Stivale e sono maggiormente concentrati nelle città e meno nei piccoli comuni.
Inoltre si osserva che, man mano che si va avanti nel grado di istruzione, i non avvalentisi aumentano. È necessario ricordare che a partire dai 14 anni d’età, ovvero dall’inizio della scuola secondaria di secondo grado (scuola superiore), i ragazzi e le ragazze compilano in autonomia il modulo C e lo firmano di loro pugno. Arrivati a quest’età, quindi, non sono più le famiglie a scegliere per i propri figli ma si riconosce loro autonomia rispetto alla scelta culturale che desiderano per loro stessi. Si noti che, più o meno a quell’età, le ragazze e i ragazzi cattolici hanno già ricevuto il sacramento della cresima e cessano pertanto di sentire gli obblighi e le pressioni da parte della chiesa e dei catechisti.
Proviamo ad analizzare quelle che possono essere le motivazioni dei non avvalentesi e quali le modalità di scelta.
Sicuramente esiste una gran parte di alunni stranieri, praticante altre religioni, o anche italiani appartenenti ad altre fedi, che sceglie di non frequentare l’insegnamento della religione cattolica, quelli che una volta avrebbero dovuto chiedere l’esonero (parola ancora usata da molti, erroneamente).
Meritano però una menzione a parte le famiglie degli alunni stranieri, nello specifico quelle che hanno difficoltà nella comprensione della nostra lingua. Succede che possano chiedere il supporto della segreteria scolastica per la compilazione del modulo d’iscrizione e che i buoni e volenterosi segretari non si soffermino sul modulo C, spesso per semplificazione delle pratiche ma, a volte, perché vengono convinte le famiglie che la frequentazione dell’Irc aiuti l’integrazione dei ragazzi.
Spesso, pressioni di vario genere arrivano anche verso chi sceglie consapevolmente di non avvalersi dell’Irc. Nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria i docenti di religione rassicurano le famiglie dei non avvalentesi dicendo che, in effetti, non parlano di religione ma di valori universalmente condivisi, oppure spiegano che, in realtà, si parla di tutte le religioni. Quindi, nessuna paura! Non è catechismo e non è religione cattolica. A sentir questo, chi sceglie l’Irc ed è convintamente cattolico dovrebbe protestare, come minimo, pretendendo l’insegnamento promesso.
Anche la disorganizzazione delle alternative all’Irc, l’attività alternativa non presente, l’uscita da scuola impedita da regolamenti scolastici che vietano l’uscita ai minori, la mancanza di luoghi adeguati per lo studio individuale, influiscono nella scelta.
Nella scuola secondaria di secondo grado, anche se il voto dell’Irc non viene conteggiato come media, si fa comunque leva sull’influenza che il docente di Irc può avere sul consiglio di classe, docente che, è risaputo, è anche molto generoso nelle valutazioni. Dovrebbe accadere lo stesso anche per l’attività alternativa; infatti il comma 5 dell’articolo 2 del decreto del presidente della Repubblica 122/09 recita così: «Il personale docente esterno e gli esperti di cui si avvale la scuola, che svolgono attività o insegnamenti per l’ampliamento e il potenziamento dell’offerta formativa, ivi compresi i docenti incaricati delle attività alternative all’insegnamento della religione cattolica, forniscono preventivamente ai docenti della classe elementi conoscitivi sull’interesse manifestato e il profitto raggiunto da ciascun alunno».
Quindi frequentare l’Irc o l’alternativa dovrebbe essere vantaggioso. Da questo vantaggio sono però esclusi coloro che scelgono l’uscita da scuola o lo studio individuale. Sarebbe una criticità da risolvere affinché tutti gli studenti abbiano lo stesso trattamento in sede di valutazione.
Altra fase cruciale è l’assegnazione dell’incarico al docente dell’attività alternativa. La prassi è quella di aspettare l’inizio delle lezioni, stabilire l’orario definitivo e poi individuare il docente che ha ore buche o necessità di ore per il completamento del suo quadro orario. Nel caso non ci siano docenti utilizzabili, la scuola deve assegnare il posto vacante attingendo dalla graduatoria dei docenti precari disponibili.
Qui ci troviamo di fronte a una questione che andrebbe risolta: i docenti precari maturano un punteggio per il lavoro svolto, punteggio che permetterà poi di scalare la graduatoria. L’insegnamento dell’attività alternativa è considerato dal ministero un servizio aspecifico, definizione che significa che si tratta di attività didattiche, formative o di studio che non costituiscono una cattedra disciplinare specifica. Il docente di attività alternativa all’Irc svolge un’attività non specifica rispetto alla classe di concorso per la quale è graduato o aspira a posizionarsi. Questo prevede che il punteggio maturato sarà dimezzato. Per questa ragione, capita che i docenti rifiutino l’incarico.
In ogni modo, che l’insegnante sia già parte dell’organico della scuola o che sia un precario attinto dalle graduatorie, l’insegnamento dell’attività alternativa viene attivato con un enorme ritardo rispetto all’inizio delle lezioni, sempre che venga attivato. L’Uaar gestisce tantissimi casi di scuole dove il diritto all’attività alternativa viene del tutto negato.
Le difficoltà che ruotano intorno alla presenza della Chiesa nella scuola pubblica e che, consapevolmente o meno, cercano di boicottare la scelta di non avvalersi dell’Irc, devono essere affrontate e risolte.
Perché non spostare l’Irc fuori dall’orario scolastico? Sarebbe quello che spesso si fa con gli insegnamenti facoltativi e con i progetti extracurricolari e l’Irc è una materia facoltativa.
Quanti studenti frequenterebbero l’Irc se dovessero tornare a scuola nel pomeriggio o trattenersi dopo la fine delle lezioni? Probabilmente pochi.
Crediamo che le persone stiano percependo la laicità dello Stato come valore imprescindibile, e lo stanno confermando con le loro scelte, a partire dalla scuola, sede garante della formazione laica di cittadine e cittadini che avranno in mano il futuro.
I dati che abbiamo esaminato confermano la tendenza della società al cambiamento, alla consapevolezza del ruolo che lo Stato laico ha come presenza centrale della società.
Una società variegata, dinamica, responsabile, laica.
Pamela Deiana
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All’Istituto nautico l’ora di religione diventa propaganda confessionale travestita da cultura nei confronti di una minoranza: schedati minori su base religiosa e violato il principio di neutralità
L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) esprime profonda preoccupazione per quanto è accaduto all’Istituto tecnico nautico Alfredo Cappellini di Livorno, recentemente celebrato dalla stampa locale come “modello virtuoso di integrazione”. Dietro la narrazione di un’armoniosa convivenza interreligiosa, si nasconde in realtà una sistematica operazione di propaganda confessionale che calpesta la laicità dello Stato e i diritti degli studenti.
Il primo profilo di gravità riguarda il monitoraggio analitico delle appartenenze religiose dei minori. La scuola ha diffuso dati estremamente sensibili, dichiarando pubblicamente che su 14 alunni musulmani totali, 9 (il 65%) frequentano l’ora di religione cattolica (Irc). Si arriva a una profilazione per classe, specificando che dalla terza in poi il 100% degli studenti musulmani (7 su 7) ha scelto questa materia. Questa schedatura religiosa, utilizzata per fini statistici e promozionali, rappresenta una violazione intollerabile della privacy di soggetti vulnerabili.
Scuola pubblica o centro di proselitismo? L’Istituto ha approvato, tramite il proprio collegio docenti (composto da circa 60 professori), una “lettera aperta” rivolta alle comunità islamiche d’Italia per esortare altri studenti a iscriversi all’ora di religione.
«È inaudito – afferma Roberto Grendene, segretario dell’Uaar – che un organo collegiale dello Stato si trasformi in uno strumento di propaganda per l’insegnamento di una specifica confessione, contravvenendo al dovere di neutralità e imparzialità dell’istituzione scolastica, e rimanga oltretutto silente sulla doverosa e laica offerta formativa alternativa all’Irc, questa sì realmente inclusiva, culturale e aperta a tutti. La solita tiritera che l’Ora di religione non sia un’ora di catechismo è un paradosso. Si afferma che la religione cristiana rappresenti “certamente un arricchimento per ogni cuore umano”, indipendentemente dalla fede di appartenenza. Si sostiene che attraverso i percorsi cattolici si impari a diventare “persone belle, sane, oneste”. Si promuove l’idea che l’amore cristiano possa “rendere migliore” una persona. Queste non sono nozioni di Storia delle religioni, ma giudizi di valore dogmatici e morali che configurano un vero e proprio insegnamento confessionale impartito con soldi pubblici».
È come affermare che la polizia municipale non fa le multe o che le banche non chiedono interessi: dire che nell’ora di religione non si fa catechismo nega l’evidenza per rendere accettabile l’intrusione religiosa in uno spazio che dovrebbe essere di tutti. Esortare i musulmani a seguire l’Irc per “conoscere la religione prevalente” è un atto di mistificazione per legittimare un insegnamento che dovrebbe restare confinato nelle parrocchie.
La conoscenza delle religioni, prevalenti o meno, dell’ateismo e dell’agnosticismo dovrebbe avvenire con spirito critico nelle materie di storia, filosofia, letteratura, arte.
L’Uaar valuterà ogni iniziativa utile, incluse eventuali segnalazioni agli organi competenti e al Garante per la Privacy, affinché la scuola pubblica torni a essere un luogo di libertà e non di profilazione religiosa e proselitismo.
Comunicato stampa
La notizia
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è del Comune di Chiusa (BZ) e della Provincia di Bolzano che
L’opera si inserisce in un serie di interventi di riqualificazione dell’area, definiti da una dichiarazione d’intenti sottoscritta da Comune, Provincia e diocesi nel 2024, e dovrebbe consentire ai turisti di raggiungere più agevolmente la struttura, che è quasi disabitata: nel 2021 le ultime monache hanno lasciato il monastero e solo nel 2024 si è insediato un gruppo di monaci cistercensi austriaci. Inoltre non sono mancate polemiche visti i limiti dell’opera e la sua scarsa utilità: l’elevatore potrebbe contenere infatti solo una dozzina di persone, gli ingressi sarebbero contingentati e comunque i pellegrini dovrebbero fare una decina di minuti a piedi per arrivare al monastero a fronte della mezz’ora circa necessaria per percorrere il suggestivo sentiero già presente (denominato “via crucis”).
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
L’Istituto “Veneziano-Novelli” di Monreale (PA) ha rivendicato «come la partecipazione alle iniziative dedicate al Santissimo Crocifisso rappresenti un’importante occasione di crescita umana e formativa, confermando l’impegno dell’istituto nel promuovere valori come accoglienza, solidarietà e partecipazione alla vita della comunità monrealese». Una rappresentanza del coro dell’Istituto “Veneziano-Novelli” di Monreale (PA) ha infatti reso omaggio al Santissimo Crocifisso con l’esecuzione di un inno. Al termine dell’evento uno studente ha donato al parroco e a un frate due piccole sculture raffiguranti il crocifisso realizzate a mano. L’iniziativa rientra nelle attività “formative” promosse per i 400 anni della festa dedicata organizzate dall’arcidiocesi locale.
Le istituzioni comunali dell’Aquila hanno preso parte alla cerimonia religiosa per san Celestino V, compatrono dell’arcidiocesi e della città, presieduta dall’arcivescovo Antonio D’Angelo presso la basilica di Collemaggio.
La Regione Sardegna ha stanziato 270 mila euro per interventi di manutenzione straordinaria e messa in sicurezza degli spazi dell’oratorio della parrocchia di san Sebastiano a Cagliari, mentre il Comune userà risorse proprie per la manutenzione degli impianti sportivi adiacenti.
Il consigliere regionale del Veneto Davide Lovat (Szumski Resistere Veneto) ha criticato la proiezione a Palazzo Ferro Fini, sede dello stesso Consiglio regionale, del docufilm Lasciatemi morire ridendo dedicato alla storia di Stefano Gheller, primo veneto a ottenere il diritto al suicidio assistito, polemizzando con il consigliere Carlo Cunegato (Alleanza Verdi Sinistra). Cunegato, presente alla proiezione avvenuta il 13 maggio, aveva riaffermato la laicità dello Stato e criticato la «destra clericale ed estremista» che frena le riforme sull’autodeterminazione. Lovat dal canto suo aveva ribattuto sfoderando il vittimismo clericale: ha accusato Cunegato di «insultare un’intera comunità umana, culturale e religiosa attraverso epiteti offensivi come “destra clericale, omofoba e bigotta”» (che sarebbero «razzisti e sprezzanti») tramite il sito istituzionale, ha ricordato che «uno Stato laico non è uno Stato ateo militante nel quale la sinistra radicale pretende di zittire chiunque non si pieghi alla propria ideologia» dove «le minoranze hanno pari dignità e diritto di parola», compresi i «cattolici giusnaturalisti».
Anche se non ricadono nella settimana appena trascorsa, questi ulteriori episodi meritano di essere menzionati.
Il consigliere regionale veneto Davide Lovat ha contestato la proiezione del documentario su Stefano Gheller a Palazzo Ferro Fini polemizzando con la consigliera Elena Ostanel (Alleanza Verdi Sinistra), ha aveva promosso l’evento anche per rimettere il tema in discussione in Veneto e «parlare a quelle consigliere e a quei consiglieri regionali che su questo tema hanno ancora dubbi e paure». Lovat le ha risposto che «non esiste la libertà di ammazzare le persone anche se si vuole chiamarla “assistenza al suicidio”» e «alla cultura dello scarto e della morte, perché di questo si tratta, bisogna rispondere con la cura e la fratellanza».
Inoltre Lovat per l’occasione ha deciso di indirizzare una lettera aperta agli elettori del presidente regionale Luca Zaia per criticare le sue aperture sul fine vita. «Sono convinto che il suicidio assistito non sia un diritto, anzi è un disvalore fondato su una falsa compassione e che la storia ha già dimostrato essere l’anticamera delle stragi massive e sistematiche compiute dal nazismo», ha proclamato Lovat. Ha criticato quindi l’iniziativa di voler calendarizzare i lavori del Consiglio regionale sulla questione in estate, «periodo buono, quando l’opinione pubblica è più distratta o in vacanza», chiedendo a Zaia una smentita o una conferma ufficiali. «Nel frattempo, pensiamo sia doveroso rivolgerci direttamente agli elettori del Presidente della massima Assemblea rappresentativa veneta perché, soprattutto sul suicidio assistito, ci ragionino su», ha aggiunto. Ha quindi concluso la sua filippica contro «tanta superficiale grettezza d’animo, incapace di rinvenire l’ideologia nazista dello scarto dietro l’idea che vi siano vite talmente indegne di essere vissute da dover introdurre per legge la facoltà al suicidio al posto dell’amorevole assistenza e cura di ogni sofferenza. In Veneto abbiamo anche noi i nostri campioni di cinismo e di falsa pietà».
La redazione
L’attacco di Usa e Israele porta nuovi lutti e distruzione in Iran, governato da quasi mezzo secolo dal regime teocratico degli ayatollah. Mentre nella società si diffondono secolarizzazione e voglia di emancipazione, soprattutto tra donne e giovani. Per approfondire il tema abbiamo intervistato il sociologo ed esule iraniano Taher Djafarizad sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
È la mattina di sabato 28 febbraio 2026. Mentre in Italia si parla soltanto della 76esima edizione del festival di Sanremo, l’Iran è bombardato da Stati Uniti e Israele in un attacco a sorpresa (anche se a lungo annunciato da Donald Trump) che uccide l’ex guida suprema dell’Iran Ali Khamenei e molti dei leader integralisti islamici che gli sono vicini. Quella che viene chiamata operazione ‘Epic fury’ vuole indebolire il regime di Khamenei per favorire una rivolta interna e instaurare un governo più favorevole all’Occidente. Tra gli obiettivi di Usa e Israele c’è naturalmente il petrolio di cui l’Iran è ricco, ma anche il disarmo delle capacità missilistiche iraniane e lo stop all’arricchimento dell’uranio. Tutto questo per limitare l’influenza iraniana in Medio Oriente, indebolendo l’alleanza tra Iran, Russia e Cina.
Nei fatti non sarà certo un’altra operazione militare a portare democrazia in un Paese tanto martoriato. Gli effetti di un’azione che viola ogni norma di diritto internazionale si vedono immediatamente: la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, nell’Iran meridionale viene distrutta uccidendo 180 persone tra cui 100 bambine.
Abbiamo intervistato Taher Djafarizad, esule iraniano, sociologo e commerciante di tappeti a Pordenone, attivista per i diritti umani e in particolare per i diritti delle donne iraniane e delle donne che vivono in Paesi in cui vige la sharia. Nato a Talesh in Iran nel 1956, è in Italia dal 1980.
Taher Djafarizad, che notizie dirette ha dal suo Paese dopo l’attacco del 28 febbraio scorso?
La situazione è drammatica. È chiaro che i Paesi coinvolti in questa guerra hanno dichiarato ai cittadini iraniani di non uscire di casa. Stanno eliminando tutti i leader, l’ultimo eliminato oggi 17 marzo è Ali Larijani, alto funzionario iraniano, quello che avrebbe preso il potere concessogli da Ali Khamenei, il leader ucciso tre settimane fa di cui era consigliere e segretario del Supremo consiglio nazionale di sicurezza. Questa è l’ultima notizia che una tv iraniana che trasmette dagli Usa ha diffuso.
Da quanti anni non mette piede in Iran?
Da troppi anni, da quando sono arrivato in Italia: sono passati 46 anni. Io sono stato parecchie volte sul confine quando mi sono salvato in extremis. Volevano creare una trappola attraverso un mio dipendente che lavorava con me a Istanbul. Lui è stato arrestato per un fatto burocratico: ogni cittadino sia europeo che iraniano che si reca in Israele non dovrebbe ricevere un timbro sul passaporto, ma su un foglio bianco. Lui ha ricevuto il timbro direttamente sul passaporto ed è stato fermato in Iran, ha passato due mesi in carcere ed è stato torturato. Da lì sono emersi i collegamenti con il mio nome e ho rischiato di essere ucciso.
L’Iran ha 92 milioni di abitanti ed è un Paese multietnico e multireligioso in cui vivono curdi (10%), azeri (16%), luri, beluci, arabi, ebrei. Come è stato possibile che sia diventato uno Stato teocratico?
Sì, questo è un dato importante da conoscere. Una nazione, anzi è stata la prima nazione ad aver messo l’abc della Carta universale dei diritti umani, nata nel 539 prima di Cristo. Sono stati gli iraniani i primi a salvare gli ebrei dalla schiavitù babilonese. Per questo motivo tanti ebrei si sono storicamente stabiliti in Iran. Buona parte dei luoghi sacri appartenenti alla cultura ebraica, come il mausoleo di Abacuc o della principessa Esther o del profeta Daniele, si trovano in Iran. In Iran ci sono 35 sinagoghe. Erano molte di più, ma da quando questi integralisti sono andati al potere, hanno imposto limiti. L’hanno fatto anche nei confronti dei cristiani, che hanno 300 chiese.
Lei è credente?
Io sono allergico a qualsiasi religione. Un credente deve credere nel suo cuore, nel suo cervello. Io credo nella mia forza. Mi ricordo che nel 1985, quando ho fondato la prima associazione di immigrati stranieri, ho trovato casa e lavoro a centinaia di immigrati musulmani. A coloro che ho aiutato e che mi chiedevano se ero musulmano ho detto di non farmi questa domanda, perché la religione è e deve restare un fatto personale.
Il governo teocratico proclamava che il 99,5% della popolazione fosse musulmana, ma la realtà sociale mostra una progressiva disaffezione verso l’Islam sciita istituzionalizzato. Le analisi recenti indicano un significativo aumento dell’ateismo, dell’agnosticismo e, più in generale, della secolarizzazione in Iran, con una tendenza marcata tra le nuove generazioni. L’ateismo in Iran è in aumento?
È chiaro che è in aumento in una maniera impressionante. Non lo dicono, ma molti atei sono stati impiccati in Iran. Secondo la religione, sciita o sunnita, chi detesta l’islam o esce dalla religione islamica è condannabile con la morte. Questo fin dal 633 dopo Cristo. Abū Bakr (primo califfo dell’islam dal 632 al 634 – ndr) ha preso il posto di Maometto e imposto questa regola. Chi lascia l’islam è condannabile alla morte. Quella cultura di merda esiste tuttora. Yusuf al-Qaradawi morto due anni fa, numero uno del sunnismo che aveva la sede nel Qatar, ha detto che è grazie a questa regola se oggi l’islam ha due miliardi di seguaci.
Questo non solamente in Iran, anche nel Paese di Matteo Renzi, l’Arabia Saudita. Anche negli Emirati arabi, Dubai dove ci sono tutte quelle banche dei ciarlatani a livello mondiale.
Qual è secondo lei la causa della transizione da una società che era moderna prima del 1979 a un regime teocratico autoritario? C’è stato un passaggio graduale oppure è stato improvviso? Che cosa si ricorda e che cosa può dire di quel periodo?
Io sono nato e cresciuto sotto il regime dello scià di Persia. Per cui quel mondo lo conosco come le mie mani. Io ero presente alla prima manifestazione dell’8 marzo 1979 che hanno fatto le donne iraniane. In quella manifestazione non erano presenti tanti uomini, al massimo il 5%. Allora gli intellettuali di sinistra dicevano che l’hijab (abbigliamento simbolo di sottomissione e oppressione della donna nel mondo islamico) non era una questione primaria. Questo è stato un grosso errore. Oggi ti dicono che devi mettere quel fazzoletto in testa, domani ti dicono che cosa devi pensare. La donna nella tradizione islamica è sempre pensata come un essere umano inferiore. Pubblicherò a breve un testo sul mondo islamico, dove racconto tutte le cazzate di Maometto. Il libro si intitola Versetti ad personam. Ogni volta che il profeta doveva andare a letto anche con la moglie del suo figlio adottivo, guarda caso trovava dei versetti che giustificavano il suo desiderio. O con la loro schiava copta di nome Maria. C’è anche sul Corano.
Ma parliamo del ‘79. L’Iran era moderno. Dobbiamo partire un po’ prima. Nel 1951 sotto la pressione dei liberali nazionalisti iraniani contro lo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi (che ha governato l’Iran dal 1941 al 1979) era stata chiesta una maggiore indipendenza, dal punto di vista della politica. Alla fine lo scià è stato obbligato a concedere un sistema parlamentare ad alcuni deputati che hanno scelto Mohammad Mosaddegh come primo ministro.
Personaggio importante che si è formato culturalmente in occidente, in Francia. Costui ha toccato alcuni tasti che non avrebbe dovuto toccare: nazionalizzare il petrolio che fino al 1951 gli inglesi saccheggiavano senza pagare nulla all’Iran. Nel 1953 gli inglesi intervengono con gli americani per dare una lezione all’Iran. Attraverso l’operazione Ajax (agosto 1953) ci fu un colpo di Stato organizzato dai servizi segreti Usa e Uk per rovesciare il premier iraniano democraticamente eletto.
L’operazione diede maggiore potere allo scià. In cambio Stati Uniti e Regno Unito hanno preteso il 40% del petrolio, che malvolentieri l’hanno dovuto dividere tra loro. Nel 1960 Kennedy prende il potere negli Stati Uniti e obbliga lo scià a fare la rivoluzione bianca, cioè a dividere la terra tra i contadini e dare diritti alle donne. Lì cresce il khomeinismo dal 1963 in poi, perché gli integralisti non volevano la presenza delle donne nelle istituzioni, nei ministeri, nei governi, nella magistratura.
Nel 1964, quando lo scià ha diviso il terreno appartenente ai grandi latifondisti, uno dei quali era la moschea, gli integralisti islamici si sono ribellati e poi Khomeini fu espulso. In Francia dove fu esiliato, dopo aver trascorso diversi anni in Iraq e Turchia, nasce il khomeinismo. Khomeini diceva cose da integralista islamico e i consiglieri ne ammorbidivano il senso.
Una giornalista iraniana, Nooshabeh Amiri, ragazza giovane all’epoca che oggi vive negli Usa e dovrebbe avere intorno ai 74 anni, aveva intervistato Khomeini per il giornale popolare Kayhan. Allora era stata attaccata da tutti i consiglieri di Khomeini per avere riportato per la prima volta senza filtri le parole del futuro ayatollah. Era la prima giornalista che intervistava nella sua lingua Khomeini, senza addolcire le sue parole dandone un’immagine moderata.
Ma la responsabilità della diffusione dell’integralismo islamico è stata anche dei movimenti di sinistra. Pensavano che questo signore fosse Che Guevara, in realtà senza conoscere la vera strategia del criminale Khomeini. Alcuni filosofi in Francia applaudivano Khomeini senza conoscerlo (Michel Foucault lo definì ‘figura mitica’ – ndr). Nel 1989 quando muore Khomeini avrebbe dovuto prendere il potere un altro ayatollah più moderno e democratico, Hossein-Ali Montazeri, ma Khomeini l’ha messo da parte e ha scelto Khamenei che invece era molto intransigente.
Il figlio di Khamenei dovrebbe avere preso il potere dopo l’uccisione del padre?
Si dice, però sembra che sia morto anche lui durante il primo bombardamento in cui è stato ucciso Khamenei e alcuni suoi ministri. Quelli che detengono il potere sono i Pasdaran (il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica che dispone di oltre 200mila uomini – ndr).
Qual è la sua visione sul futuro del suo Paese?
La mia posizione sarà diversa rispetto a quella di altri iraniani che plaudono al figlio dello scià. Io non ho simpatia né per lo scià né tantomeno per il figlio in esilio negli Usa, Reza Pahlavi. Questa è la mia posizione principale. Io mi ricordo che se mi beccavano con un giornale o con un libro che criticava lo scià di Persia di allora, io finivo sotto tortura. Il figlio non ha mai condannato suo padre, che ha portato una marea di miliardi di dollari fuori dall’Iran. Il Paese era povero. Il figlio è cresciuto con i soldi del popolo iraniano.
Ultimamente ha fatto numerosi investimenti nel campo della pubblicità. Una buona parte di quei denari è depositata presso la banca svizzera. Io non simpatizzo per lui. Se la massa lo vuole, io non condivido, pur rispettando la massa. Pochi giorni fa sono intervenuto alla camera dei deputati e ho espresso chiaramente la mia posizione. Io sono cresciuto con la cultura occidentale. Ho raccontato le cose come stanno.
Oggi non vado certo dove vanno i vincitori. E non sono nemmeno dalla parte dei Mojahedin del popolo iraniano, movimento che in origine faceva parte del regime khomeinista e ha messo la prima bomba nel parlamento iraniano. Poi ha lasciato l’Iran e si è trasferito in Iraq dove hanno appoggiato Saddam Hussein. Il leader, oggi residente in Albania, è una donna velata che vuole portare in Iran una repubblica democratica islamica. L’islam è sempre una merda, tu puoi mettere tutto quello che vuoi, ma la democrazia dov’è? Io preferisco un Paese laico, non monarchico. Un Paese in cui tutti possiamo discutere senza essere arrestati. Come l’Italia.
Il suo impegno per i diritti civili è arrivato anche al parlamento europeo, ma non senza polemiche. Perché?
Ho fatto approvare diverse cose a livello europeo: una risoluzione sulle spose bambine per esempio. Purtroppo il parlamento europeo non ha nessun potere. Nel 2022 ha approvato la messa al bando dei Guardiani della rivoluzione, ma poi il consiglio dei ministri non l’ha ratificata. Subito dopo il 2023 insieme ad alcuni gruppi iraniani come Neda day e l’Unione degli attivisti iraniani siamo stati dal ministro degli esteri e al parlamento di Bruxelles. Soltanto due mesi fa i Guardiani della rivoluzione sono stati messi fuori legge. Ma non basta, dovrebbero sequestrare e congelare tutti i loro beni.
(A partire da fine gennaio 2026, l’Unione Europea, su forte impulso del parlamento europeo, ha avviato l’iter per designare ufficialmente il corpo delle Guardie della rivoluzione islamica noto come Pasdaran, come organizzazione terroristica – ndr).
Ci sono state altre incongruenze da parte di Paesi occidentali quando hanno dovuto prendere posizione sull’Iran?
Forse avrai sentito parlare di Masoumeh Ebtekar, una signora che nel 1979 aveva occupato l’ambasciata americana assieme agli integralisti islamici. Era portavoce di quel movimento integralista. Lei ha studiato in America, il figlio ha studiato in America, ed è diventata due volte ministro in diversi governi iraniani. Morale: sotto il governo della Repubblica islamica le leggi segregazioniste nei confronti delle donne sono sempre esistite. Nel 2014 il parlamento italiano ha consegnato il premio Minerva a questa donna, «insignita per l’impegno politico e riformatore». Di che cosa parliamo? Ho scritto allora una lettera al presidente della Repubblica italiana, al presidente del senato, ma non mi hanno dato ascolto.
Intervista di Daniele Passanante a Taher Djafarizad
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Comunicato stampa
La scheda del libro
https://www.nessundogma.it/libro/ragion-veduta/
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