Calano le firme per la Chiesa cattolica e crescono quelle per lo Stato, e tra queste spiccano le scelte più laiche: scuola pubblica e interventi per difenderci dalle calamità naturali. In seconda posizione nella ripartizione per l’anno 2025 lo stanziamento per le calamità naturali, per un totale di 54 milioni.
Buone notizie dalla ripartizione della quota dell’Otto per mille dell’Irpef a diretta gestione statale per l’anno 2025, deliberata la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri. La somma totale a disposizione per le tipologie di intervento gestite dallo Stato è di 235 milioni, di cui 155 ripartiti in base alle scelte espresse dai contribuenti per la specifica tipologia. Con il 45% di preferenze, l’edilizia scolastica di proprietà pubblica si aggiudica lo stanziamento record di 70 milioni. In seconda posizione i 29 milioni che vanno agli interventi per far fronte alle calamità naturali grazie al 19% di preferenze.
Il Consiglio dei ministri continua a non rispettare le indicazioni generali dei contribuenti per ripartire l’ammontare derivante dalle scelte “Stato” senza preferenza di tipologia. Dei 66 milioni disponibili per questo riparto aggiuntivo nulla è stato destinato all’edilizia scolastica pubblica; 20 milioni sono stati dirottati al recupero dalle tossicodipendenze (categoria introdotta dal governo Meloni e scelta soltanto dal 2% dei contribuenti nelle dichiarazioni 2023); 25 milioni si sono aggiunti allo stanziamento per le calamità naturali (per un totale di 54); infine 19 alla categoria conservazione dei beni culturali.
«Nell’imbarazzante silenzio del governo sull’8×1000 – dichiara Roberto Grendene, segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti –, i cui ministri dovrebbero invitare a gran voce a scegliere lo Stato, i contribuenti italiani si danno comunque da fare. Ogni anno calano le firme per la Chiesa cattolica e crescono quelle per lo Stato, e tra queste spiccano le scelte più laiche: scuola pubblica e interventi per difenderci dalle calamità naturali».
Comunicato stampa
Fonti e approfondimenti
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è della rettrice dell’Università “La Sapienza” di Roma Antonella Polimeni che
La visita è stata caratterizzata da un prolungato e fantozziano inchino clericale delle istituzioni accademiche. Il papa è stato accolto con tutti gli onori dalla rettrice e da altri rappresentanti accademici, si è recato nella cappella universitaria per pregare, poi è stato ricevuto al rettorato per un colloquio privato con Polimeni, ha firmato il libro d’onore e ha assistito all’inaugurazione della targa in ricordo della sua stessa visita, ha visitato la mostra dedicata al rapporto storico tra i papi e l’università, infine ha tenuto un discorso nell’aula magna alla presenza di docenti, studenti e personale. Papa Prevost ha chiuso soddisfatto il suo intervento definendo la visita «segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla chiesa è nata e cresciuta». La rettrice, in un’intervista qualche giorno prima all’agenzia stampa dei vescovi, aveva sostenuto in maniera surreale che la visita si sarebbe tenuta «nel rispetto della laicità dell’università e della pluralità della nostra comunità, ma anche nella consapevolezza che sapere, formazione, dignità umana, pace e responsabilità sociale sono terreni sui quali il dialogo è non solo possibile, ma continuamente necessario».
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
L’Ordine dei commercialisti e degli esperti contabili ha collaborato al convegno organizzato dall’arcidiocesi locale, Acli Bologna e Istituto diocesano per il sostentamento del clero di Bologna dal titolo “8×1000 alla Chiesa cattolica: è più di quanto credi”, tenutosi presso la sala conferenze “Marco Biagi” dello stesso Ordine. Tra i presenti, oltre all’arcivescovo e cardinale Matteo Maria Zuppi, pure il presidente dell’Ordine Vittorio Melchionda, che ha portato il suo saluto.
Il Comune di Limana (BL), l’Università degli Studi di Padova, il Dipartimento dei Beni culturali – Archeologia, storia dell’arte, del cinema e della musica hanno partecipato alla presentazione di un video dai toni apologetici confezionato dagli studenti del Dams dell’ateneo per il laboratorio per la realizzazione dei documentari e all’annessa conferenza sulla sindone presso un ristorante. Alla giornata hanno preso parte il professor Giulio Fanti (docente nell’università patavina e sindonologo autore di controversi studi sul telo), il professor Dario Viganò (vice cancelliere della Pontificia accademia delle scienze), il professor Mirco Melanco (docente di cinema nell’ateneo), il dottor Antonello Belluco (regista specializzato in “cinema sacrale”); c’erano anche il sindaco Michele Talo, il vescovo di Belluno Renato Marangoni.
L’inaugurazione del nuovo aeroporto “Tito Minniti” di Reggio Calabria, alla presenza di varie autorità tra cui il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto e il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, si è conclusa con la benedizione dell’arcivescovo Fortuna Morrone.
La Direzione delle Biblioteche del Comune di Verona, in collaborazione con il gruppo culturale “Voci in prosa e poesia” e la poetessa Marisa Da Verona, ha organizzato un incontro con il vescovo Domenico Pompili presso la Sala Farinati della Biblioteca Civica alla presenza anche dell’assessora alle Biblioteche Elisa La Paglia che ha portato il suo saluto. «L’occasione per vivere un momento di condivisione poetica sotto l’ala della Benedizione episcopale», si leggeva nel comunicato istituzionale.
Ad Avezzano (AQ) è stato inaugurato, alla presenza delle autorità tra cui il sindaco Giovanni Di Pangrazio, il nuovo comando della Polizia locale con la benedizione del vescovo Giovanni Massaro.
Il consigliere regionale piemontese Roberto Ravello (Fratelli d’Italia), durante una discussione su una proposta del Movimento 5 Stelle volta a stanziare 900 mila euro per l’accesso alla contraccezione per persone sotto i 26 anni e per le donne con disagi economici, ha dichiarato che «i contraccettivi gratuiti sono un colpo di grazia alla natalità in Piemonte».
Anche se non ricadono nella settimana appena trascorsa, questi ulteriori episodi meritano di essere menzionati.
La sindaca di Massafra (TA) Giancarla Zaccaro, in occasione dei 250 anni della patrona della Madonna della Scala, ha partecipato alla cerimonia religiosa per la consegna delle chiavi della città a una statua della stessa, alla presenza del vescovo della diocesi di Castellaneta Sabino Iannuzzi.
Il sindaco di Calatafimi Segesta (TP) Francesco Gruppuso e gli assessori Paolo Fascella, Piera Rosa, Francesco Ferrisi e Antonino Fiorello, i membri del Consiglio comunale e diversi dipendenti di uffici pubblici hanno partecipato alla messa per il Santissimo Crocifisso.
L’Azienda ospedaliera universitaria di Sassari ha accolto l’arcivescovo Francesco Soddu e un simulacro della Madonna nell’ospedale civile “Santissima Annunziata”, alla presenza del direttore generale Serafinangelo Ponti, il direttore amministrativo Alberto Mura, la direttrice sanitaria Lucia Anna Mameli e il personale.
La redazione
Un articolo scientifico sulle mutilazioni genitali femminili mostra i limiti del relativismo culturale. Il rispetto delle differenze non può giustificare pratiche che violano diritti, salute e l’autodeterminazione delle donne. Affronta il tema Silvano Fuso sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Il 14 settembre 2025, sul Journal of Medical Ethics (rivista affiliata al prestigioso Bmj, British Medical Journal), è stato pubblicato un corposo articolo, intitolato Harms of the current global anti-Fgm campaign (I danni delle attuali campagne globali contro le mutilazioni genitali femminili). L’articolo è firmato da 25 autori.
La prima firma è quella di Fuambai Sia Ahmadu, antropologa della Sierra Leone, cresciuta negli Stati Uniti, con un dottorato di ricerca in antropologia sociale presso la London School of Economics, docente presso l’Università di Chicago e in un’università del suo Paese di origine.
Da tempo Sia Ahmadu è impegnata nella difesa delle mutilazioni genitali femminili (Mgf). Sì, in difesa, non contro! Lo chiarisce bene lei stessa nel suo sito www.fuambaisiaahmadu.com, dedicato alla promozione di queste mutilazioni: «Ho creato questo sito web come piattaforma per celebrare e condividere la conoscenza sulle origini africane della circoncisione e in particolare per incoraggiare le donne che sostengono la circoncisione femminile in varie parti del mondo. Come fondatrice di SiA Inc., la mia missione principale è promuovere i diritti delle donne adulte circoncise all’uguaglianza, alla dignità e all’autodeterminazione, preservando questa importante pratica corporea culturale e religiosa».
L’autrice racconta di essere andata in Sierra Leone all’età di 22 anni per sottoporsi alle mutilazioni genitali femminili, in quanto membro del gruppo etnico Kono che le pratica abitualmente. Critica le sue «sorelle femministe occidentalizzate» che insistono «nel privarci di questo aspetto essenziale del passaggio all’età adulta, in linea con il nostro patrimonio culturale unico e potente».
Sostiene inoltre che non vi siano rischi per la salute delle donne e/o conseguenze negative sulla loro sessualità e che la maggior parte delle donne sottoposte a mutilazioni non le percepiscano come una pratica oppressiva. Desta non poca perplessità che Sia Ahmadu abbia lavorato come consulente per l’Unicef e per il British Medical Research Council in Gambia.
Nell’articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics, gli autori sostengono che l’attuale dibattito e le relative politiche anti-Mgf, pur essendo guidati da intenti di tutela della salute e dei diritti umani, causano danni non intenzionali e controproducenti. Secondo gli autori, la narrazione dominante dell’“anti-Mgf” è costruita su un quadro fortemente razzializzato ed etnocentrico che semplifica in modo stereotipato pratiche culturalmente diverse e complesse, contribuendo a perdere di vista la varietà di significati e di contesti in cui queste pratiche esistono.
Tra i possibili danni evidenziati dagli autori vi sono: l’erosione della fiducia nelle strutture sanitarie da parte di comunità coinvolte; il silenzio e la marginalizzazione di voci interne alle comunità che hanno prospettive più sfumate o dissenzienti; la profilazione razziale e il monitoraggio legale sproporzionato di famiglie migranti nei Paesi occidentali.
Gli autori criticano inoltre quella che definiscono una doppia morale: mentre alcune procedure genitali simili (ad esempio interventi cosmetici o chirurgici) sono legittimate o normalizzate in occidente, le pratiche genitali tradizionali praticate in altri contesti culturali vengono condannate e stigmatizzate attraverso il linguaggio e le politiche internazionali.
In conclusione, gli autori propongono la necessità di un approccio più equilibrato e basato sulle evidenze, che tenga conto delle complessità culturali e non riproduca ingiustizie o stereotipi, affinché le politiche e i discorsi pubblici non producano danni simili a quelli che si desiderano evitare.
Per esprimere un giudizio sull’articolo pubblicato dal Journal of Medical Ethics è bene ricordare brevemente cosa siano le Mgf.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato le Mgf in quattro differenti tipi, con varie sottocategorie:
Tipo I. Clitoridectomia: rimozione parziale o totale del clitoride e/o del prepuzio clitorideo.
Tipo II. Escissione: rimozione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra con o senza asportazione delle grandi labbra.
Tipo III. Infibulazione: restringimento dell’orifizio vaginale con chiusura ermetica coprente creata tagliando e avvicinando le piccole e/o le grandi labbra, con o senza escissione del clitoride.
Tipo IV. Altri interventi dannosi sui genitali esterni a fini non terapeutici (puntura-pricking, piercing, incisione, cauterizzazione).
Le Mgf danneggiano gravemente la salute psicofisica delle bambine e delle donne, anche per l’uso di strumenti infetti e in genere per le scarse condizioni igienico-sanitarie in cui vengono effettuate.
Le donne con Mgf hanno problemi durante le mestruazioni a causa della parziale o totale occlusione dell’orifizio vaginale, dovuto alla formazione di cicatrici e cheloidi secondari che insorgono per la lenta e incompleta cicatrizzazione della ferita associata a flogosi e a infezioni post operatorie. Queste donne sono spesso affette da endometriti, vaginiti e cistiti ricorrenti. Le infezioni e i calcoli urinari sono molto frequenti e possono compromettere la funzionalità renale. Frequenti sono anche le fistole e rapporti sessuali dolorosissimi.
Ogni anno circa tre milioni di bambine (tra cui anche alcune donne) vengono sottoposte a Mgf e il numero di donne e bambine viventi che le hanno subite è oggi di circa 230 milioni.
Criticare l’articolo pubblicato dal Journal of Medical Ethics è un esercizio abbastanza facile che è stato eseguito da diversi commentatori all’estero1 (stranamente in Italia non si è avuta alcuna discussione). Le principali critiche riguardano gli aspetti medico sanitari, totalmente sottovalutati da Fuambai Sia Ahmadu e gli altri autori. Inoltre viene totalmente trascurato il ruolo socio-culturale che rende le Mgf un crudele strumento patriarcale di controllo sociale sulle donne.
Anziché concentrarsi sulla rivendicazione della dignità culturale di certe pratiche tradizionali, bisognerebbe che tutti indirizzassero le proprie energie a tutela della salute e dei diritti delle donne e delle ragazze. Appare infine fuori luogo il paragone tra le Mgf e alcune tecniche di chirurgia genitale praticate in occidente, condotte con totale rispetto delle norme igienico-sanitarie, prive di conseguenze drammatiche e, soprattutto, scelte volontariamente e non imposte.
Al di là delle critiche specifiche all’articolo, la sua pubblicazione su una rispettabile rivista scientifica pone problemi più ampi. Nel sito della prima firmataria dell’articolo, la citata Fuambai Sia Ahmadu, si legge: «Sia (o Saa), secondo la cosmologia menfita, che precede le religioni abramitiche, è il nome del primo essere formato dal Dio Creatore, Atum, attraverso il sangue del “Suo” Fallo. La circoncisione (sia femminile che maschile) ha un’origine socio-religiosa africana e questo potente atto simbolico è stato adottato e adattato da molte culture e tradizioni religiose nel corso della storia del mondo.
Sono una cristiana rinata e il mio defunto marito era musulmano, ma sono anche un’antropologa e credo sia necessario che i discendenti africani (ai quali è stato detto che non abbiamo una storia o una cultura indipendente dagli europei che valga la pena conoscere, per non parlare di preservare) comprendano le origini delle nostre religioni ancestrali e come queste credenze e pratiche abbiano influenzato le religioni abramitiche. La circoncisione è ciò che collega questa conoscenza del nostro passato con ciò che siamo nel presente».
Le motivazioni che inducono l’autrice a difendere le Mgf sono dunque legate alla volontà di salvaguardare la conoscenza delle tradizioni culturali di un popolo, rivendicando autonomia nei confronti dell’Europa e, in generale, dell’occidente.
In sostanza l’autrice, da antropologa, rivendica la necessità di comprendere norme, tradizioni, valori e credenze di un popolo all’interno del contesto culturale specifico che le genera. Rifiutando giudizi basati su standard esterni e sostenendo la pari dignità di tutte le culture, rifiutando ogni forma di etnocentrismo. In una parola si tratta di quello che viene chiamato relativismo culturale, proposto inizialmente da illustri ricercatori come Franz Boas (1858-1942) e Bronisław Malinowski (1884-1942).
Il relativismo culturale è la posizione, del tutto condivisibile, secondo la quale i valori, le norme morali e le pratiche sociali devono essere compresi e valutati nel contesto della cultura a cui appartengono, evitando ogni giudizio espresso, inevitabilmente, applicando i criteri della propria cultura di appartenenza. In altre parole, ciò che è “giusto” o “normale” e “moralmente accettabile” dipende dal contesto culturale.
Si tratta sicuramente di un approccio apprezzabile. Vi sono infatti tanti modi di vivere e non esiste un criterio oggettivo per stabilire quale cultura sia globalmente “superiore” alle altre. Pensare che la migliore sia quella che noi abbiamo adottato e giudicare le altre in modo unilaterale è un atto di arroganza e supponenza che tanti danni ha provocato. L’approccio relativistico favorisce inoltre la tolleranza e il rispetto verso culture diverse. Quello etnocentrico, al contrario, genera discriminazioni, sopraffazioni e razzismo.
Il relativismo culturale è indispensabile in antropologia, etnologia e storia per studiare società lontane da noi geograficamente, cronologicamente e culturalmente. Ma è anche indispensabile nella vita di tutti i giorni per la pacifica convivenza di etnie e popolazioni con usi, costumi e tradizioni diverse.
È però piuttosto evidente che esso deve avere dei limiti ed è importante, proprio in nome di tolleranza e convivenza, stabilirne i confini.
Infatti, se applicassimo in modo assoluto il relativismo culturale, allora potremmo giustificare qualsiasi pratica, anche quelle che violano i diritti umani. Per questo è necessario porre dei limiti basati su principi universali minimi, come la dignità della persona e i diritti fondamentali.
In sintesi, il relativismo culturale è utile per comprendere e rispettare le differenze, ma non può diventare una giustificazione per violare valori fondamentali condivisi a livello universale.
I diritti umani fondamentali parlano espressamente di: 1) diritto all’integrità fisica e psichica; 2) diritto alla salute; 3) diritto alla libertà e alla sicurezza della persona; 4) diritto di non essere sottoposti a tortura; 5) diritti dei minori.
Non si possono accettare violazioni di tali diritti in nome del relativismo culturale. Appare abbastanza evidente che le Mgf li violino tutti e cinque. Infatti: 1) comportano la rimozione o la modifica degli organi genitali femminili senza ragioni mediche, causando danni permanenti e traumi psicologici; 2) provocano infezioni, dolore cronico, sterilità, complicazioni durante il parto e, in alcuni casi, la morte; 3) costituiscono un atto di violenza fisica e psicologica; 4) la comunità internazionale classifica le Mgf come trattamenti crudeli, inumani o degradanti; 5) essendo praticate spesso su minori, violano la Convenzione sui diritti dell’infanzia, che protegge le bambine da pratiche tradizionali nocive.
Quest’ultimo punto appare particolarmente importante. Se una donna adulta, libera e sufficientemente informata sulle possibili conseguenze, decide autonomamente di sottoporsi a Mgf, come ha fatto Fuambai Sia Ahmadu, è giusto che abbia la possibilità di farlo. Ma imporlo a chi non può decidere (come qualsiasi altra pratica religiosa forzata) è un sopruso che non può essere in alcun modo difeso.
Comprendere e studiare le culture diverse dalla nostra, senza pregiudizi ideologici, è un dovere intellettuale e civile. Ma difendere la dignità e l’integrità della persona è un dovere etico, e nessun relativismo può esimerci da questo vincolo.
Silvano Fuso
Approfondimenti
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Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è dei sindaci che
Tra i presenti, oltre al primo cittadino di Bari Vito Leccese, al presidente della Regione Puglia Antonio Decaro e altre autorità, anche i sindaci dei Comuni gemellati con Bari come quello di Vasto (CH) Francesco Menna.
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
Papa Leone XIV per il primo anno di pontificato si è recato in visita pastorale in Campania con un elicottero messo a disposizione dallo Stato italiano e accolto dalle istituzioni locali. Prima è arrivato per la messa al santuario di Pompei, dove è stato accolto tra gli altri dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e altre autorità civili; poi si è volato a Napoli per la messa al duomo e un incontro in Piazza del Plebiscito con i fedeli. Tra i messaggi di giubilo anche quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha voluto «rinnovare a Papa Leone XIV un pensiero riconoscente per il suo instancabile messaggio di fede, speranza, pace, dialogo tra i popoli e vicinanza agli ultimi».
Per l’inaugurazione della nuova struttura della Croce Rossa a Bergamo assieme alla sindaca Elena Carnevali, al prefetto Luca Rotondi e ad altre autorità non poteva mancare il vescovo Francesco Beschi.
Anche se non ricadono nella settimana appena trascorsa, questi ulteriori episodi meritano di essere menzionati.
Il sindaco di Faenza (RA) Massimo Isola e altre autorità locali hanno partecipato alle iniziative per celebrare la patrona della città, la Madonna delle Grazie, in collaborazione con la Chiesa cattolica locale. Tra gli eventi intercorsi in vari giorni il tour della statua della Madonna in diverse strutture, la benedizione degli automezzi, la processione verso la cattedrale, la messa pontificale officiata dal vescovo di Forlì-Bertinoro Livio Corazza in cui i sindaci dei dodici Comuni della diocesi hanno offerto un cero alla Madonna, la consegna da parte del sindaco al vescovo del drappo del Niballo, il palio locale.
Il sindaco di Monopoli (BA) Angelo Annese in rappresentanza della città e con fascia tricolore ha partecipato alla messa in onore di san Francesco da Paola consegnando e accendendo un cero votivo. Alla celebrazione erano presenti anche le massime autorità civile e militari.
Per la festa della Liberazione il Comune di Misano Adriatico (RN) ha organizzato, oltre a deposizioni di corone di alloro ai monumenti ai caduti, letture e discorsi commemorativi e un concerto, anche una messa nella chiesa parrocchiale di Misano Mare «in memoria dei caduti di tutte le guerre».
La redazione
Il rumore delle campane delle chiese è a volte prolungato, assordante e invasivo. Nonostante l’impatto sulla quiete e sulla salute gode però di ampie tutele. Affronta il tema Adele Orioli sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Nonostante il celebre romanzo di Hemingway, a sua volta in citazione di un verso di John Donne, e l’indubbio riferimento all’usanza di far suonare la campana quando muore qualcuno, spesso nell’iconografia clericale il din don dan è all’opposto associato alla festa, alla gioia, alle allegre mattine della domenica al Mulino Bianco, che a quanto pare non annovera mai né insonni né turni notturni nelle proprie schiere. E anzi dello scampanio selvaggio se ne arriva a difendere persino la funzionalità pubblica nel rintocco delle ore.
Che in effetti, prima dell’avvento dell’orologio nemmeno da polso, ma financo da tasca, aveva effettivamente una grandissima utilità civica. All’incirca fino a un secolo fa, grosso modo. In ogni caso oggi, non fosse altro per i cellulari ai quali viviamo incollati, siamo certi che tutti i fortunelli il cui campanile decide di segnare anche i quarti d’ora, dei 15 tocchi di seguito ne farebbero volentieri a meno.
Se non altro il rumore delle ore è sottoposto ai normali limiti di decibel di qualsivoglia altra attività. Certo, soprattutto nei piccoli centri intraprendere una battaglia sonora contro i parroci non è il massimo, ma se non altro quando di segnale orario si tratta le tutele ci sono e senza discriminazioni.
Perché il discorso si fa ben più complesso quando invece si parla di scampanii liturgici, quelli cioè che segnalano l’inizio, la fine o anche la semplice sussistenza di un evento liturgico. Spesso prolungati, spesso assordanti nella gioia quanto nel dolore, verrebbe da dire, spesso in ore che anche l’attuale mondo del lavoro non considera esattamente con favore. Per esempio l’Angelus delle sette di mattina, festivi compresi, un classico. Del disagio.
Ecco, per questo tipo di frastuono invece sorgono problemi maggiori. Perché per costante giurisprudenza questi specifici rintocchi sono direttamente espressione di libertà religiosa, e quindi non limitabile (o meglio, limitabile solo per contrarietà al buon costume, ex articolo 19 della Costituzione).
Questo non vuol dire che non ci sia proprio nulla da fare se tormentati a ogni ora del giorno e magari anche della notte da rintocchi tutt’altro che bucolici e festaioli per chi li subisce. Lo sanno anche i vescovi, che spesso nei loro decreti impongono il silenzio quanto meno in determinate fasce orarie e altrettanto spesso raccomandano una certa prudenza nell’entusiasmo scampanante.
Lo sappiamo bene anche noi all’Uaar che spesso patrociniamo contenziosi, costosissimi purtroppo per le perizie tecniche necessarie anche solo per poter cominciare; e in sordina, se mi si passa l’espressione, abbiamo anche ottenuto qualche risultato di sostanza.
Infatti, che sia espressione di libertà religiosa o meno, l’esercizio di un diritto va sempre preso in considerazione e bilanciato con pari se non più forti diritti altrui. E fra questi c’è sicuramente il diritto alla salute e a non subire quello che si chiama danno biologico per le emissioni sonore incontrollate e incontrollabili. Indubbiamente è comunque un gradino in più da affrontare nel caso le emissioni siano oltremodo rumorose; nessuna tutela invece se lo scampanio è, se non illegittimo, quanto meno inopportuno non per le modalità in sé e per sé ma per il significato.
Il pensiero corre subito a Sanremo, dove il vescovo Antonio Suetta ha avuto la bella pensata di far suonare le campane ogni sera alle 20 per tutti i «bambini non nati», perché è stata interrotta la gravidanza. Giusto per continuare a sputare sopra al fatto che l’esercizio di un diritto riconosciuto, seppur nella non ottimale forma, non dovrebbe venire mai stigmatizzato impunemente solo perché, se è un prete a parlare, sarebbe una legittima e libera «critica teologico-morale» e non una violenza privata. Ci permettiamo di dissentire.
D’altronde tutta questa tolleranza (nello stretto senso di sopportazione con fastidio) l’italica stirpe non sembrerebbe poi avere nei confronti dell’esercizio sì, di libertà religiosa, ma non di segno cattolico.
A Forlì ad esempio tal Luca Bartolini, assessore responsabile alla sicurezza del Comune, ha chiesto l’intervento delle autorità «per tutelare quiete pubblica e convivenza civile», contro quello che ha definito «inquietante e inaccettabile»: il fatto cioè che da una radio di una singola casa privata, in orario preserale, cioè al tramonto di febbraio, in pieno ramadan, venisse diffuso (o banalmente ascoltato ad alto volume?) il canto del muezzin. E il tutto senza che ci sia nemmeno una moschea nei paraggi, chiosano orgoglioso assessore e parecchi cittadini. Libertà religiosa a due velocità, anzi, a due volumi.
Sia chiaro, se d’un bel tacer non fu mai scritto, nemmeno di una emissione sonora disturbante, religiosa o meno che sia, si può parlar bene. Sarebbe bello se si ponesse maggiore attenzione, e senza distinzioni tra attività, all’inquinamento acustico prima che alla chiamata alla messa o alla preghiera del mattino o del pranzo o del pomeriggio o della sera. Insomma, evviva se non il silenzio quantomeno il basso volume. Per tutti però, din don dan, Nam-myoho-renge-kyo o inshallah che siano.
Adele Orioli
Approfondimenti
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