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Property Value nel CRR3: perché la trasparenza metodologica è essenziale e quali criteri permettono di valutare l’affidabilità dei modelli.
A oltre un anno dall’entrata in vigore del Regolamento UE 2024/1623 (CRR3), il mercato professionale ha sviluppato numerose soluzioni per il calcolo del Property Value. L’eterogeneità degli approcci è evidente: modelli statistici, algoritmi proprietari, piattaforme digitali e sistemi di scoring.
In questo contesto, E-Valuations pubblica un Position Paper che non propone un modello specifico. L’obiettivo è più ampio: definire un metodo per valutare i modelli di Property Value prima che esistano standard condivisi a livello europeo o nazionale.
Il CRR3 ha introdotto il Property Value come parametro prudenziale obbligatorio per le banche. Si tratta di un valore distinto dal Market Value e finalizzato a misurare la sostenibilità della garanzia immobiliare per l’intera durata del finanziamento.
Il mercato ha risposto rapidamente con una pluralità di strumenti di calcolo. Alcuni sono metodologicamente robusti, altri si dichiarano conformi alla normativa senza fornire adeguata documentazione metodologica.
Questa situazione crea una criticità operativa: gli istituti di credito devono scegliere modelli di calcolo senza disporre sempre degli strumenti necessari per valutarne la reale affidabilità.
Articolo 229 CRR3
Il valore dell’immobile deve essere determinato secondo criteri prudenziali chiari, escludendo elementi speculativi e considerando i fattori che possono compromettere la sostenibilità del valore nel lungo periodo.
Circolare 285 Banca d’Italia
Il consiglio di amministrazione delle banche è responsabile dell’adeguatezza del sistema di gestione dei rischi, inclusa la selezione e la validazione dei modelli utilizzati per la valutazione delle garanzie immobiliari.
Standard EVS 2025
Gli European Valuation Standards sono esplicitamente richiamati dal CRR3 come riferimento metodologico per la valutazione prudenziale delle garanzie immobiliari.
Il cuore del Position Paper è il cosiddetto requisito white box. Un modello di Property Value può essere considerato conforme ai principi prudenziali del CRR3 solo se consente la verifica completa del processo di calcolo.
In pratica, il modello deve essere trasparente, documentato e verificabile da soggetti terzi competenti.
Le assunzioni sono dichiarate?
Il modello deve esplicitare tutte le scelte metodologiche: variabili utilizzate, variabili escluse e parametri adottati per quantificare i rischi.
Le fonti sono verificabili?
Ogni dato utilizzato deve essere riconducibile a una fonte identificabile e accessibile. Le fonti proprietarie sono ammesse, ma devono essere chiaramente dichiarate.
Il percorso logico è ricostruibile?
Un soggetto terzo deve poter ricostruire l’intero processo di calcolo, dal Market Value fino al Property Value, verificando ogni passaggio metodologico.
I limiti sono dichiarati?
Ogni modello deve specificare per quali asset class, contesti di mercato e orizzonti temporali è applicabile e per quali non lo è.
I risultati sono auditabili?
La documentazione deve consentire, anche a distanza di tempo, la verifica della corretta applicazione del modello.
Un modello che non soddisfa anche una sola di queste condizioni non può essere considerato pienamente valutabile dal punto di vista prudenziale.
Il requisito di trasparenza riguarda sia chi sviluppa i modelli sia chi li adotta.
Responsabilità del valutatore
Il professionista che sviluppa o applica un modello deve documentarne struttura, assunzioni e limiti. Senza questa documentazione non è possibile difendere i risultati in caso di audit, ispezioni o contenziosi.
Responsabilità dell’istituto di credito
Le banche non possono limitarsi a verificare il risultato numerico del Property Value. Devono valutare anche la solidità metodologica del modello utilizzato.
Adottare un modello non verificabile significa assumere un rischio non misurabile, incompatibile con i requisiti prudenziali del CRR3.
Differenziazione dei modelli per asset class
Il Position Paper riconosce esplicitamente che un modello unico per tutte le asset class immobiliari non è realistico nel breve periodo.
Segmento residenziale
È il segmento con la base metodologica più consolidata. I mercati sono relativamente trasparenti e le fonti pubbliche consentono la costruzione di modelli quantitativi verificabili.
Immobili da reddito e immobili in sviluppo
Gli asset IPRE e ADC presentano una maggiore complessità finanziaria e minore liquidità di mercato. Questo richiede modelli di valutazione più articolati e tempi più lunghi di standardizzazione.
Comparto agricolo
Le variabili produttive, normative e territoriali rendono necessario un approccio estimativo specifico, ancora in fase di sviluppo metodologico.
Dichiarare questi limiti aumenta l’affidabilità del documento e rafforza la coerenza metodologica del framework proposto.
Il Position Paper di E-Valuations si colloca in uno spazio specifico del dibattito professionale. Altri documenti tecnici definiscono metodi estimativi o linee guida operative, ma non propongono un framework strutturato per valutare i modelli di Property Value.
Il contributo principale consiste quindi nella definizione di criteri di trasparenza metodologica che permettono di valutare l’affidabilità dei modelli indipendentemente dalla loro architettura tecnica.
Verso standard condivisi
La definizione di standard condivisi richiederà il contributo coordinato di autorità di vigilanza, associazioni bancarie e comunità professionali.
Il Position Paper non intende sostituire questo processo. Propone invece un insieme di criteri metodologici immediatamente applicabili che consentono di valutare se un modello di Property Value è verificabile, difendibile e responsabile.
In assenza di standard definitivi, la trasparenza metodologica diventa il principale strumento per garantire affidabilità e accountability nel calcolo del Property Value.
(Fonte: E-Valuations)
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ISTAT pubblica le mappe del disagio socioeconomico con l’indice IDISE. Dati dettagliati per individuare fragilità territoriali e supportare le politiche locali.
A dicembre 2025, l’ISTAT ha pubblicato una prima indagine sperimentale condotta assieme ad alcuni Comuni[1] volta a misurare il disagio socioeconomico degli individui, inteso come “condizione in cui gli individui sperimentano difficoltà a soddisfare adeguatamente le loro necessità di base a causa della carenza o insufficienza delle risorse e delle opportunità di tipo sociale, economico, lavorativo ed educativo”.
L’obiettivo di tale indagine è quello di individuare le aree ad alta fragilità dei Comuni mediante l’Indice del DIsagio Socio-Economico (IDISE), un indice composito calcolato attraverso la combinazione di indicatori di disagio socioeconomico, corredati da indicatori di contesto che descrivono le caratteristiche socio-demografiche dei territorio.
L’indagine adotta i dati riferiti alla popolazione “residente in famiglia”, persone che vivono in famiglie anagrafiche, cioè in abitazioni private, al 31 dicembre 2021riferiti alle sezioni di censimento 2021 dei centri abitati in cui sono presenti edifici ad uso prevalentemente residenziale.
L’IDISE viene individuando mediante 9 indicatori elementari che rappresentano le componenti più rilevanti del fenomeno, legati a lavoro, reddito, istruzione e vulnerabilità sociale, e sono misurabili con elevata disaggregazione territoriale.
Il calcolo dell’indice utilizza la metodologia dell’Adjusted Mazziotta-Pareto Index – AMPI[2] che aggrega e normalizza i nove indicatori elementari con peso uguale e utilizza come unità statistica di riferimento i valori medi comunali (posti pari a 100). I valori ottenuti cadono nell’intervallo tra 70 e 130 e le aree con indice superiore a 100, vengono chiamate ADU, Aree di Disagio socio-economico in ambito Urbano.
Le ADU vengono aggregate tramite una procedura sequenziale sviluppata dall’Istat[3] che, a partire dalle sezioni di censimento con i valori più alti dell’indice di disagio, aggrega sezioni contigue e omogenee rispetto ai valori dell’IDISE in maniera interattiva. Il processo di aggregazione si arresta al raggiungimento di soglie predefinite relative alla dimensione demografica minima e massima dell’ADU e al livello complessivo di disagio misurato dall’IDISE.
Proprio per la metodologia che risiede dietro al calcolo, l’IDISE è unico per ogni città e permette la sua comparazione solo tra aree appartenenti allo stesso Comune e non tra aree ricadenti in Comuni diversi (vedi Nota metodologica).
I risultati di tale indagine costituiscono una innovativa base informativa in quanto l’analisi scende ad una scala di dettaglio che arriva fino all’unità territoriale minima coincidente con la sezione di censimento. Tale precisione, oltre ad essere molto utile per gli amministratori locali, gli studiosi e tutti coloro che necessitano di tali informazioni, rappresenta uno strumento utile per i policy maker per definire le politiche di prossimità più opportune.
Un ulteriore elemento innovativo risiede anche nei dati rilasciati per ciascun Comune indagato. Per ciascun comune, l’ISTAT rilascia un file .zip contenente:
● Tabelle excel riportanti i valori dell’IDISE, dei relativi indicatori elementari e di un ulteriore insieme di indicatori di contesto sulle caratteristiche socio-demografiche della popolazione residente, distinti per i due livelli territoriali sub-comunali:
• Aree Sub-Comunali (ASC), partizioni amministrative e/o toponomastiche definite nell’ambito delle Basi Territoriali 2021;
• Aree di Disagio socio-economico in ambito Urbano (ADU), si riferiscono ad aree sub-comunali più circoscritte rispetto alle ASC. Sono individuate sulla base dei valori dell’IDISE, mediante la procedura precedentemente descritta, e risultano caratterizzate da condizioni di disagio particolarmente rilevanti.
● Mappa interattiva delle ADU (in formato html) sulle quali è possibile visualizzare le sezioni di censimento che le compongono e alcuni layer informativi utili per una loro più immediata identificazione all’interno del territorio comunale.

Figure 1: Mappa del DIsagio Socio-Economico di Genova
Proprio la pubblicazione dei dati anche in forma spaziale ha rappresentato una novità non solo per la scala di dettaglio con i quali sono pubblicati i dati, ma anche per la maggiore accessibilità alla visualizzazione del dato. Infatti, la pubblicazione di tale ricerca ha destato l’interesse non solo degli “addetti ai lavori” ma anche a coloro che non hanno una formazione nella lettura, analisi e/o visualizzazione spaziale di questi dati.
In altre indagini condotte alla scala della sezione di censimento, la visualizzazione spaziale dei risultati richiede il download dello shapefile dell’unità territoriale di interesse e il successivo join tabellare con i dati statistici, laddove disponibili. La disponibilità di una mappa interattiva che integra direttamente la dimensione geografica e quella informativa rende più immediata ed efficace la comunicazione dei risultati. La rappresentazione associa un colore a ciascuna area a maggiore criticità, permettendone una facile individuazione, mentre l’utilizzo di pop-up informativi permette di accedere in modo puntuale ai valori degli indicatori e ai relativi metadati.
Tale scelta ha reso ancora più evidente il ruolo centrale della cartografia quale strumento capace di rendere più visibili e comprensibili i risultati delle analisi di elevata complessità, soprattutto per un pubblico non specialistico. La rappresentazione cartografica, infatti, permette di tradurre i dati in configurazioni spaziali concrete, facilitandone la spazializzazione all’interno dello specifico contesto urbano.
Se da un lato tali mappe interattive permettono a una prima lettura di individuare le aree a maggiore fragilità, dall’altro mantengono un elevato livello di tecnicità, sopratutto quando si accede ai valori dei singoli indicatori e dell’IDISE. Trattandosi di uno strumento interattivo, la qualità della User Experience è importante: l’interfaccia dovrebbe guidare l’utente nella lettura progressiva del dato, favorendo un accesso più intuitivo e accessibile alle informazioni.
Ad esempio, l’inserimento di una legenda esplicativa dei codici associati ai diversi indicatori, permetterebbe di agevolare la decodifica dei dati e di comprendere con maggiore chiarezza le principali fragilità che caratterizzano quella porzione di territorio. All’interno della legenda potrebbero inoltre essere indicati i range di riferimento e le eventuali soglie interpretative, così da permettere di valutare se un determinato valore debba essere considerato elevato o contenuto. In assenza di tali elementi, risulta infatti complesso misurare l’intensità del fenomeno e collocare correttamente l’area analizzata rispetto al contesto più ampio.

Figure 2: Esempio di legenda degli indicatori
Inoltre, poiché la mappa associa a ciascuna ADU un colore, la legenda potrebbe riportare per ogni classe cromatica, anche la denominazione del o dei quartieri interessati e ricadenti nell’ADU. Ciò favorirebbe una maggiore riconoscibilità dei contesti coinvolti, risultando particolarmente utile per i lettori non direttamente familiari con il territorio analizzato.
L’ISTAT rivela che gli ulteriori sviluppi previsti dal progetto consentiranno di estendere la diffusione dei risultati a un numero più ampio di Comuni e di aggiornare l’indice composito, permettendo di individuare con maggiore accuratezza le aree sub-comunali caratterizzate da condizioni di maggiore disagio, in coerenza con lo schema concettuale adottato. Questo potrà contribuire alla produzione di misure sempre più tempestive, comparabili ed efficaci a supporto delle politiche territoriali.
In tale prospettiva, sarà rilevante verificare se, parallelamente all’evoluzione dell’indagine, verranno introdotti miglioramenti anche sul piano dell’interfaccia e della User Experience della mappa interattiva, così da rafforzarne ulteriormente la capacità di comunicare in modo chiaro e accessibile risultati di questa interessante analisi.
[1] I Comuni coinvolti nella fase sperimentale dello studio (cfr. Nota Informativa – nota 1) sono: Bari, Bologna, Cagliari, Carpi, Catania, Firenze, Genova, Gorizia, Messina, Milano, Modena, Napoli, Olbia, Padova, Palermo, Parma, Perugia, Prato, Reggio di Calabria, Roma, Taranto, Torino, Trieste, Venezia e Verona.
[2] De Muro et al., 2011; Mazziotta e Pareto, 2016, 2017, 2024
[3] Vedi “Allegato 1 – La procedura di costruzzione delle ADU”
(Fonte: Gter)
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Dallo spazio alle decisioni strategiche: il lancio della piattaforma EarthDataInsights segna una nuova era per la climate intelligence e la gestione degli asset.
L’evoluzione delle smart city e la complessa gestione dei portafogli immobiliari si scontrano oggi con un ostacolo operativo evidente. Da un lato, la disponibilità di dati satellitari e di osservazione della Terra non è mai stata così vasta. Dall’altro, le amministrazioni pubbliche, le multi-utility e i risk manager si trovano sommersi da gigabyte di informazioni grezze di difficile interpretazione. Le statistiche di settore indicano che meno del venti per cento dei dati spaziali viene effettivamente utilizzato nei processi decisionali. Questa incapacità di trasformare il dato in un’azione concreta si traduce in costi crescenti per i danni infrastrutturali legati al clima e in un allungamento fino al quaranta per cento dei tempi necessari per la pianificazione urbana. Fino a poco tempo fa, estrarre valore da un’immagine satellitare richiedeva mesi di lavoro e team dedicati di data scientist, un lusso incompatibile con le tempistiche del mercato attuale.
In questo scenario di saturazione dei dati e carenza di soluzioni operative, il mercato geospaziale sta accogliendo con forte interesse il lancio di EarthDataInsights, la nuova piattaforma SaaS sviluppata da Latitudo 40. L’azienda, che si sta rapidamente consolidando nel panorama europeo della Space Economy, propone un approccio che mira a colmare esattamente questo divario tecnologico. La promessa di EarthDataInsights non è quella di fornire l’ennesimo portale di mappatura statica, ma di operare come un vero e proprio sistema operativo geospaziale, basato sul concetto di intelligenza climatica per non esperti.
Il vero elemento di rottura rispetto alle soluzioni tradizionali risiede nella capacità di nascondere la complessità tecnologica. Attraverso una sofisticata pipeline di intelligenza artificiale proprietaria, la piattaforma elabora enormi moli di dati climatici, radar e multispettrali, restituendo agli utenti finali metriche di business chiare, indici predittivi e simulazioni. Che l’operatore sia un urbanista, un asset manager o un amministratore locale, l’accesso alle informazioni critiche avviene in modo intuitivo e immediato, senza la necessità di possedere competenze specialistiche in ambito GIS.
Sul piano operativo, le ricadute di questa tecnologia investono diversi settori chiave, risolvendo problematiche pratiche ad alto impatto economico. Nel comparto immobiliare e assicurativo, ad esempio, i modelli climatici su scala regionale risultano ormai insufficienti per una corretta valutazione del rischio fisico. EarthDataInsights risponde a questa esigenza offrendo mappe della temperatura superficiale terrestre con una risoluzione altissima di dieci metri, aggiornate frequentemente grazie a tecniche avanzate di downscaling termico. Questo livello di dettaglio iper-locale consente di valutare il rischio legato alle isole di calore urbane per un singolo quartiere o persino per un singolo edificio, un parametro che oggi incide profondamente sulle valutazioni degli asset e sulle strategie di mitigazione del rischio.
Un ulteriore salto di qualità offerto dalla soluzione di Latitudo 40 è rappresentato dal passaggio dal semplice monitoraggio alla simulazione proattiva. La piattaforma permette ai decisori di simulare virtualmente l’impatto di nuove infrastrutture verdi o di nuovi materiali costruttivi prima ancora di stanziare i fondi per i cantieri. È possibile testare in ambiente digitale se un determinato intervento di forestazione urbana o la modifica della riflettività dei tetti migliorerà effettivamente le performance microclimatiche di una zona. Questa capacità predittiva trasforma uno strumento di analisi in un acceleratore di investimenti, ottimizzando l’allocazione delle risorse pubbliche e private.
Inoltre, la crescente pressione normativa legata alle direttive europee sulla sostenibilità impone criteri rigorosi ai bilanci aziendali. La rendicontazione ESG non ammette più approssimazioni qualitative. Fornendo misurazioni scientifiche e oggettive su parametri fondamentali come lo stoccaggio di carbonio da parte della vegetazione urbana o la densità della copertura arborea, la piattaforma si posiziona come un alleato strategico per la bancabilità dei progetti e la conformità agli stringenti standard ambientali internazionali.
L’ingresso di EarthDataInsights sul mercato rappresenta dunque uno spartiacque decisivo per l’industria geospaziale e per tutti quei comparti economici che necessitano di risposte climatiche affidabili e immediate. La vera innovazione introdotta da Latitudo 40 con questo rilascio non risiede unicamente nella potenza dell’intelligenza artificiale o nell’altissima risoluzione dei dati elaborati, ma nella profonda trasformazione del modello di fruizione. Rendendo la complessa intelligenza climatica direttamente accessibile a professionisti non esperti di tecnologie satellitari, la piattaforma abbatte definitivamente le barriere tecniche che hanno storicamente limitato l’adozione dell’osservazione terrestre.
Che l’obiettivo aziendale sia la mitigazione del rischio per un vasto portafoglio immobiliare, la pianificazione di infrastrutture territoriali resilienti o la rigorosa conformità ai parametri ambientali e sociali, questa soluzione traduce una mole immensa di informazioni in un vantaggio competitivo netto, operativo e misurabile. Il lancio di questa tecnologia segna la fine dell’epoca pionieristica focalizzata sui dati grezzi, inaugurando la stagione dell’azione, una fase in cui lo spazio diventa finalmente uno strumento quotidiano, indispensabile per la protezione degli investimenti e lo sviluppo sostenibile dell’economia reale.
(Fonte: Latitudo40)
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Il (falso) mito del multitasking. Il multitasking è davvero efficace? Le neuroscienze spiegano perché fare più cose insieme riduce concentrazione, efficienza e performance.
Spesso noto, fra i professionisti, la gara a vantarsi di fare più cose insieme. Una skill che sembrerebbe indispensabile in questa società super competitiva che richiede altissime performance e pochissimo tempo per raggiungerle (prima che qualcun altro ci sorpassi). Poi c’è la competizione di genere, dove prolifera l’idea che il cervello delle donne sia multitasking mentre quello degli uomini no.
Diversi studi, fra cui il più importante è stato fatto da Nick Chater, professore di scienza del comportamento alla Warwick Business School, dimostrano che il multitasking non è una capacità del cervello umano (per nessuno). Siamo costituiti per concentrarci su una cosa alla volta.
In un interessante studio, mentre i soggetti passeggiavano tranquillamente, è stata fatta loro una domanda. Ad esempio, la capitale di un piccolo stato o quali altri stati erano confinanti. La prima cosa che succedeva era che i soggetti rallentavano il passo, se non addirittura si fermavano.
Vero è che, se abbiamo un automatismo collaudato (o utilizziamo aree del cervello molto distanti fra loro), possiamo eseguirlo mentre facciamo altro. Come, ad esempio, mescolare il sugo in una pentola e ascoltare la radio, o camminare e controllare i messaggi sul cellulare. In casi dove serve concentrazione il multitasking non è possibile. Prova a rispondere a una mail e conversare con qualcuno. Oppure controllare la relazione fatta dal tuo collaboratore mentre ascolti un webinar all’auricolare.
In questi casi l’attenzione salta continuamente da una operazione all’altra. Si parla infatti di switch tasking, la capacità di cambiare velocemente compito e spostare l’attenzione ad altro.
Farlo come abitudine abbassa notevolmente l’efficienza e la concentrazione, esponendoci a un più alto numero di errori.
Studi di neuroscienze hanno dimostrato che fare più cose insieme abbassa l’efficienza fino al 40%. Si riducono notevolmente le nostre capacità di concentrazione e le capacità mentali di selezionare le azioni e gli aspetti importanti.
Una ricerca della University of Utah, nel 2008, ha dimostrato come anche un comportamento apparentemente automatico, come la guida, in realtà subisca un rallentamento se contemporaneamente il pilota chiacchiera al telefono.
Al giorno d’oggi siamo esposti a tante occasioni per distrarci. I device di cui ci circondiamo sono programmati apposta per attirare la nostra attenzione e il cervello è “programmato” per recepire i segnali che ci stanno intorno.
Questo aspetto arriva dai nostri progenitori ed è stato utile per sopravvivere. Immagina un uomo del paleolitico che mangia in mezzo alla foresta. Questo nostro progenitore non può limitarsi a godere del pranzo con tutta la sua attenzione, ma deve dedicarne un poco ai rumori intorno a lui. Un fruscio, un sommesso ruggito o il raspare di artigli contro il terreno sono segnali che deve prendere in considerazione per restare vivo.
Di contro, abbiamo una parte evoluta della mente che è capace di concentrarsi su un compito in maniera totale. Sempre i nostri progenitori, quando stavano lottando con un predatore, avevano ogni cellula concentrata nel compito specifico.
Quindi puoi scegliere a quali stimoli cedere la tua attenzione e quali ignorare. Puoi decidere su quali compiti concentrarti e quali rimandare ad altri momenti.
Oltre a tutto quanto già detto, i tentativi di multitasking aumentano i livelli di stress e riducono l’efficienza di cui abbiamo bisogno per performare al meglio.
Nei corsi di Forma Mentis dedicati alla gestione del tempo e dello stress, diamo strumenti e strategie per rendere la tua giornata lavorativa più efficiente. Vediamone qualcuna che puoi applicare immediatamente.
Fai anticipatamente una valutazione dei tuoi impegni rilevando quelli che sono prioritari e dedicaci tutta la tua attenzione per un tempo definito.
Disinnesca le distrazioni (notifiche, suonerie, colleghi che entrano nel tuo ufficio…). Puoi decidere quando controllare se ci sono chiamate o messaggi, questo contribuisce a farti percepire che hai il controllo del tuo tempo. Educa i collaboratori a limitare le interruzioni o dedicaci una parte della giornata.
Quando decidi di dedicare tempo a una pausa… fai solamente quello, che sia prenderti un caffè o mangiare. La distrazione durante i pasti, (magari gettando uno sguardo al pc o finendo quella relazione in sospeso) può portare a mangiare più del necessario, perché non si lascia il giusto modo al cervello per processare l’attività del cibarsi, non si ha la sensazione di sazietà e si è tentati dal ricominciare dopo poco, proprio perché non si ha ricordo di quanto già si è consumato. Oltre al fatto di non goderti pienamente il cibo.
Liberati da questo falso mito e migliora la tua performance abbassando notevolmente il livello di stress, con ottimi risultati per la tua salute.
Umberto Maggesi
Senior trainer soft skill Forma Mentis
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BIM workflow e collaborazione: webinar pratico su gestione dati, condivisione e norme UNI 11337 e ISO 19650. Evento online il 26 marzo 2026.
Gestire correttamente i dati di una commessa BIM è una delle sfide principali nei progetti digitalizzati. Team multidisciplinari, piattaforme diverse e continui aggiornamenti rendono complessa la sincronizzazione delle informazioni.
Un BIM workflow efficace consente di migliorare la collaborazione tra professionisti, ridurre errori e garantire che tutti lavorino sempre sulla versione più aggiornata dei dati di progetto.
Per approfondire questi aspetti operativi, GRAITEC Italia in collaborazione con ASSOBIM organizza un webinar dedicato alla gestione e condivisione delle informazioni nei processi BIM.
L’evento è pensato per professionisti, progettisti e BIM manager che vogliono migliorare la gestione delle informazioni digitali nei progetti.
Durante il webinar verranno mostrati esempi concreti di workflow e strumenti digitali per ottimizzare la collaborazione tra team e discipline.
Dettagli dell’evento
Durante l’incontro verranno analizzate le principali criticità nella gestione dei dati BIM e le strategie per superarle.
Migliorare la collaborazione tra team
Un workflow BIM strutturato permette a progettisti, ingegneri e consulenti di lavorare in modo coordinato, riducendo conflitti e duplicazioni di informazioni.
Garantire accesso sicuro ai dati
L’adozione di piattaforme collaborative consente di controllare accessi, versioni e aggiornamenti dei modelli, evitando la dispersione dei file.
Ridurre errori e inefficienze
La sincronizzazione delle informazioni di progetto consente di limitare errori di coordinamento e migliorare l’efficienza dell’intero processo progettuale.
Il webinar approfondirà anche l’applicazione operativa delle principali normative di riferimento:
Questi standard definiscono le regole per la gestione informativa dei progetti BIM e rappresentano un riferimento fondamentale per organizzazioni e professionisti che operano nel settore delle costruzioni digitali.
Soluzioni Autodesk e GRAITEC per il BIM workflow
Durante l’evento verranno presentate soluzioni sviluppate da Autodesk e GRAITEC per sincronizzare e gestire le informazioni di progetto.
L’obiettivo è mostrare strumenti concreti che permettono di rendere il processo BIM più fluido, integrato e controllabile.
La partecipazione è gratuita ma richiede registrazione preventiva.
Per riservare il proprio posto è possibile registrarsi al seguente link:
https://register.gotowebinar.com/register/267035543829214040?source=Graitec
Il webinar rappresenta un’occasione pratica per comprendere come strutturare un BIM workflow efficace e migliorare la collaborazione digitale nei progetti.
(Fonte: GRAITEC Italia)
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