http://www.geosmartmagazine.it
Corso valutatore immobiliare UNI 11558 con borsa 70%, 3 giorni a Verona e contratto finale. Restano 4 posti disponibili.
Ti formano, ti certificano e al termine del percorso ti offrono un contratto.
Due società specializzate in valutazioni immobiliari per banche, fondi e tribunali finanziano il 70% del costo del corso valutatore immobiliare riservato a giovani professionisti under 36.
Restano solo 4 posti disponibili.
Non è un corso teorico che si conclude con un attestato. È un percorso strutturato che porta dalla selezione al contratto.
Il primo step è un colloquio telefonico con STIMATRIX.
I candidati selezionati accedono alla borsa di studio che copre il 70% del costo del corso.
Tre giorni intensivi a Verona, dal 5 al 7 marzo 2026.
Il programma affronta normativa, metodologia e applicazione operativa della valutazione immobiliare secondo la UNI 11558:2014 – Livello Base.
Al termine del percorso, le aziende promotrici propongono un contratto di collaborazione professionale o di assunzione.
Si tratta di un investimento diretto su risorse da inserire in una pipeline di incarichi già attiva.
Il contesto normativo ha rafforzato il ruolo del valutatore immobiliare:
Banche, servicer NPL e tribunali richiedono valutazioni sempre più strutturate e conformi agli standard UNI. Il numero di professionisti certificati non è sufficiente a coprire la domanda.
Achademia Real Estate
Società di consulenza con sede a Milano, attiva dal 2006 nelle valutazioni immobiliari e nella due diligence per imprese, enti e istituzioni.
AEDE Srl
Società operativa dal 2007 con sedi a Savigliano, Roma, Firenze e Modica.
Lavora con gruppi bancari, leasing, servicer NPL e tribunali, e ha avviato percorsi di certificazione UNI 11558 per il proprio personale.
Entrambe le realtà investono sui candidati perché hanno necessità concreta di nuovi valutatori.
Il corso è tenuto da Sandro Ghirardini, co-autore delle norme UNI 11558:2014 e UNI 11612:2015.
Valutatore certificato UNI 11558 Livello Avanzato e qualificato REV, è Segretario Generale di E-Valuations e CEO di STIMATRIX.
Impari la valutazione immobiliare certificata da un professionista che contribuisce alla definizione delle regole del settore e le applica quotidianamente.
Il corso riunisce:
Il confronto tra competenze diverse permette di affrontare il valore di mercato degli immobili in modo completo, tecnico e operativo.
Per accedere al corso valutatore immobiliare servono quattro requisiti:
Età: meno di 36 anni.
Titolo: professione tecnica.
Iscrizione: albo professionale o Camera di Commercio.
Documenti: curriculum aggiornato.
Trovi tutte le info su questo link.
I posti disponibili sono 4.
È possibile prenotare un colloquio telefonico con STIMATRIX per ricevere tutti i dettagli su costi, programma e prospettive contrattuali.
In un mercato che richiede sempre più valutazioni certificate, questo percorso rappresenta un accesso diretto al settore, con formazione, certificazione e inserimento professionale integrati in un unico progetto.
Vedi il video riassuntivo su Youtube.
(Fonte: Stimatrix)
L'articolo Corso valutatore immobiliare con contratto: rimangono pochi posti proviene da Geosmart Magazine.
Tomografia fotogrammetrica marina: nuovo metodo Dual Imago per rilievo 3D dei fondali fino a 950 metri e aree alluvionate.
Descrizione di un metodo di prospezione e rilievo aerofotogrammetrico dei fondali marini profondi e delle aree alluvionate basato sull’uso di sensori e ottiche avanzate. La tomografia fotogrammetrica marina rappresenta il cuore di questa strategia, integrando hardware e algoritmi proprietari per il monitoraggio persistente massivo ed iperaccurato delle masse d’acqua marine ed oceaniche, dei ghiacciai e dei laghi.
La visione attraverso le masse d’acqua per il rilievo dei fondali e dei corpi immersi. Esempi applicativi del metodo Dual Imago nella scansione delle strutture subacquee in immersione profonda.
A partire dal 2018, nel mio lavoro di geomatico, iniziai a occuparmi di dissesto idrogeologico, riqualificazione ambientale di siti contaminati e monitoraggio dei danni a seguito di eventi di piena di fiumi e torrenti. Durante i tre anni che seguirono, il reticolo idrico minore dei Piani d’Erba fu più volte scansionato con attrezzature progettate e costruite in autonomia, affiancate da strumenti come diversi laser scanner e una stazione totale robotizzata. Durante il processamento dei dati fotogrammetrici ottenuti con sensori ibridi, emersero i primi risultati della visione in introspezione delle masse d’acqua grazie al trattamento con codice proprietario. La piattaforma informatica di fotogrammetria, che chiamai Point_Mesh_Studio, operativa dal 2016, disponeva di codice in grado di processare ogni singolo pixel per estrarre informazioni non ottenibili attraverso gli strumenti commerciali di gestione del raster. Tuttavia la potenza di elaborazione e le catene ottiche utilizzate non consentivano di ottenere i risultati attesi a causa dell’impegno computazionale e dei processori grafici che non erano ancora in grado di gestire importanti flussi di dati. Mentre i dataset fotografici erano già di buon livello, la potenza di elaborazione non era ancora in grado di operare in tempo reale. La svolta è arrivata con l’avvento delle schede grafiche nel 2022.

I presupposti scientifici e le sfide affrontate per arrivare alla visione iperdefinita sottomarina ad elevatissima distanza e per il rilievo 3D-4D iperaccurato alla scala del centesimo di millimetro.

La scansione profonda delle infrastrutture in immersione è stata un traguardo raggiunto dopo l’inizio del sodalizio con l’Ing. Orlando Pandolfi, coautore del brevetto Dual Imago e con trentennale esperienza nei rilievi e nelle missioni in mare. Dual Imago nasce a Carrara per dare soluzioni a problemi nel variegato mondo dei monitoraggi geotecnici che sorgono nella coltivazione di una cava di marmo. Tuttavia, l’uso del metodo in ambiente marino, come le criticità nella gestione della luce, hanno richiesto la costruzione di una specifica macchina basata su un progetto ambizioso sia nelle ottiche che nei principi costruttivi. La fotogrammetria subacquea è una disciplina estremamente complessa perché l’ambiente marino altera le leggi dell’ottica e della fisica su cui si basa la fotografia tradizionale terrestre ed aerea. Nonostante i grandi passi avanti fatti dall’intelligenza artificiale e dalla robotica autonoma, rimangono diverse sfide strutturali e l’applicazione di flussi di lavoro non convenzionali. L’acqua è un mezzo meno trasparente dell’aria: agisce come una lente complessa e un filtro selettivo in grado di azzerare a distanza di alcune decine di metri la maggior parte della radiazione luminosa. In realtà nell’ osservazione da distanze chilometriche degli ammassi rocciosi si incontrano fenomeni altrettanto complessi e sfidanti come i moti convettivi dell’aria che alterano la sua densità, la nebbia, la polvere, il fumo, la copertura vegetazionale e soprattutto la visione notturna in totale assenza di luce (fotogrammetria a zero lux a colori, di cui parleremo in un altro contributo).

La luce attraversa l’acqua, lo schermo della custodia e l’aria interna prima di raggiungere il sensore attraverso un’ottica. Questo crea una distorsione geometrica non lineare. Abbiamo dovuto progettare materiali speciali in grado di superare queste criticità e spingerci a profondità fino a 300 metri con la possibilità di arrivare alle profondità abissali nel prossimo futuro.
Gli algoritmi di fotogrammetria lavorano con il presupposto che i raggi luminosi viaggino in linea retta. In acqua, la rifrazione devia i raggi e assorbe le lunghezze d’onda dello spettro elettromagnetico in base alla profondità. Il rosso scompare nei primi metri, seguito dall’arancione e dal giallo.
La fotogrammetria iperdefinita subacquea a colori ha compreso come gestire questi problemi, sfruttando i principi già utilizzati nel Visual Remote Sensing, la fotogrammetria chilometrica in aria.
Anche le particelle in sospensione come il plancton e i sedimenti deviano la luce. La nostra tecnologia ha risolto il problema noto del backscatter, ossia la nebbia luminosa che si osserva quando si usano fonti di luce in mare riducendo drasticamente la visibilità. Questo ha consentito un miglioramento esponenziale della distanza di cattura del dato nitido in grado di essere utilmente processato con gli algoritmi Structure From Motion.

L’acqua è una lente complessa ed un filtro selettivo: è questa la premessa utilizzata per giungere alla soluzione della visione nel mare in immersione a grandissima distanza e dall’aria all’interno delle masse d’acqua.
Partendo da questo concetto, abbiamo sviluppato due tipologie di strumenti: Observer Aria ed Observer Aqua, governati dallo stesso metodo di scansione fotogrammetrica. Il primo è strutturalmente simile a quello utilizzato nel monitoraggio geotecnico iperaccurato, che raggiunge la stessa qualità metrologica del dato in nuvola densa sulle infrastrutture presenti in immersione. Nella GNO (Geomatica Non Ortodossa) riusciamo a vedere attraverso la materia con diversi metodi: è questa esperienza, fatta di progettazione hardware e software che ci ha permesso di costruire la versione sottomarina dello strumento fotogrammetrico, superando le criticità illustrate nel paragrafo precedente. D’altro canto se la massa d’acqua è al contempo una lente complessa ed un filtro selettivo, allora la strategia è ridurre al massimo l’imperfezione della lente attraverso metodi fisici ed algoritmi di gestione della luce in grado di estrarre informazioni nitide sui corpi immersi nel mare, anche a profondità elevate. I test hanno validato profondità fino a 170 metri in condizioni reali, con potenziale estensione fino a 950 metri sotto il livello del mare. In questo contesto, la tomografia fotogrammetrica marina dimostra la propria superiorità rispetto ai metodi ottici tradizionali, permettendo una lettura geomatica delle masse sommerse anche da grandi altezze e orbite satellitari.
(Baia nel continente americano, vedi figura 6, ma che possono spingersi con adeguate strategie di scansione fino a 950 metri di profondità sorvolando da notevole altezza il corpo d’acqua, fino alle orbite satellitari).


La scansione aerea delle aree alluvionate per la restituzione di rilievi in attraversamento delle masse d’acqua con carico elevato di materiale in sospensione.
L’approccio nella scansione delle acque cariche di sedimento è reso possibile grazie alla gestione del backscattering con tecnica proprietaria divisa in due stadi. Nel primo stadio, a bordo del velivolo, Observer è attrezzato con tecnologia strumentale ottimizzata per restituire in tempo reale la visione introspettiva al di sotto della massa di allagamento. Il velivolo trasmette i dati per valutazioni dove il tempismo diventa cruciale. Nel secondo stadio il processamento attraverso la piattaforma proprietaria Dual Imago migliora sensibilmente gli strati informativi, aggiungendo potere di introspezione ancora più spinto laddove occorra eseguire il rilievo con produzione di nuvole dense. La lettura dei dati del sensore e la sua conversione in strati informativi consente la creazione delle nuvole dense n-dimensionali.




Articolo di Nicola Santoro
L'articolo Tomografia fotogrammetrica marina con geomatica non ortodossa proviene da Geosmart Magazine.
Il monitoraggio strato di ozono è fondamentale per comprendere lo stato di salute dell’atmosfera terrestre e proteggere la vita sul nostro pianeta dai danni dei raggi UV. Grazie al Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS) e alle missioni satellite del programma Copernicus, oggi è possibile osservare e analizzare con precisione l’evoluzione dell’ozono stratosferico in tempo reale.
Continuano a migliorare i dati riguardanti il buco dell’ozono, certificati dal Copernicus Atmosphere Monitoring Service
Negli ultimi decenni, grazie all’eliminazione graduale delle sostanze che riducono l’ozono (ODS), la quantità dello stesso nella stratosfera ha mostrato segnali di recupero graduale e il “buco” polare è generalmente più piccolo rispetto agli anni ’90.
Tuttavia, la variabilità meteorologica e altri fattori, come le emissioni di gas serra e aerosol, continuano a influenzare l’evoluzione dello strato di ozono, rendendo il monitoraggio costante cruciale.
Il monitoraggio dello strato di ozono si riferisce alla raccolta, analisi e interpretazione di dati sull’ozono presente nell’atmosfera terrestre, soprattutto nella stratosfera a 15-30 km di quota, dove circa il 90 % dell’ozono si concentra e svolge la sua funzione di scudo contro i raggi ultravioletti (UV) dannosi.
L’ozono stratosferico protegge la vita sulla Terra dai raggi UV-B, che possono causare cancro della pelle, cataratta e danneggiare gli ecosistemi.
Il monitoraggio è reso possibile grazie a strumenti satellitari avanzati nel quadro del programma Copernicus dell’Unione Europea, tra cui:
Il satellite Sentinel-5P è dotato dello spettrometro TROPOMI, che misura in modo globale e quotidiano l’ozono e altre sostanze atmosferiche.
Il Copernicus Atmosphere Monitoring Service integra osservazioni satellitari e modelli atmosferici per monitorare e prevedere la distribuzione dell’ozono a scala globale.
Questi dati sono accessibili gratuitamente tramite l’Atmosphere Data Store, permettendo l’utilizzo da parte di scienziati, enti pubblici e decisori politici.
Il monitoraggio continuo dell’ozono stratosferico ha diverse funzioni chiave:
Il monitoraggio è essenziale per comprendere come l’ozono reagisce ai cambiamenti climatici e agli eventi naturali, ad esempio temperature stratosferiche o eruzioni vulcaniche.
Attualmente, però, le dimensioni del buco dell’ozono sono minori del 30% rispetto a quello più grande mai osservato, registrato nel 2006. E questo fa ben sperare per il futuro.
(Fonte: EUSPA The EU Space Programme)
L'articolo Monitoraggio dello strato di ozono: ottime notizie da Copernicus proviene da Geosmart Magazine.
Dissesto idrogeologico in Calabria: dati ISPRA, mappe IdroGEO, eventi storici e cause di frane e alluvioni tra 1951 e 2026.
Tra il 13 e il 14 febbraio 2026, la Calabria è stata nuovamente colpita da violente ondate di maltempo che hanno provocato frane diffuse, esondazioni e gravi danni al territorio. Il fiume Crati è esondato nei territori di Tarsia, Santa Sofia d’Epiro, Cassano allo Jonio e Corigliano-Rossano, invadendo abitazioni, edifici industriali e aziende agricole. Acqua e fango hanno causato la morte di diversi animali nelle stalle e reso impraticabili intere arterie stradali. Le frane superficiali e i crolli in roccia si sono verificati in molti comuni delle Serre Cosentine, della Presila, del Reventino e in altre zone collinari e montane del catanzarese, interessando soprattutto la rete stradale ma anche abitazioni. Decine di residenti sono stati evacuati dalle zone a rischio con l’ausilio di elicotteri, gommoni e mezzi anfibi. Pochi giorni prima, il 25 gennaio 2026, la Sicilia aveva già vissuto una tragedia simile con la grande frana di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Con un fronte lungo quattro chilometri e un abbassamento del terreno di decine di metri, la frana di scivolamento ha interessato il centro abitato in prossimità del quartiere Sante Croci e la strada provinciale SP10. Qualche giorno prima entrambe le regioni, a cui si aggiungeva anche la Sardegna, si sono trovate a fronteggiare il Ciclone Harry, il cui passaggio ha lasciato profonde ferite ai litorali ionici di Sicilia e Calabria, compromettendo interi tratti di costa, causando gravi danni alla rete stradale e ferroviaria e portando l’ombra di una rovina economica ad intere comunità che vivono di turismo.
Puntualmente dopo ogni evento calamitoso, sui media tradizionali e sui social network circolano allora mappe sulla pericolosità da frana e alluvione, spesso però, queste mappe sono datate, incomplete o addirittura errate. In particolare, una delle mappe più condivise negli ultimi anni presenta un grave limite: non include la mappatura aggiornata del territorio calabrese.

La Calabria, però, come emerge dai documenti tecnici del CNR-IRPI e dalle analisi del CAMILab dell’Università della Calabria (Laboratorio di Cartografia Ambientale e Modellistica Idrologica del Dipartimento di Ingegneria Informatica, Modellistica, Elettronica e Sistemistica), è una delle regioni italiane più esposte al dissesto idrogeologico. Secondo i dati storici raccolti dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irpi), dal 1860 al 2017 in Calabria si sono registrati 284 tra morti e dispersi a causa delle inondazioni e 238 a causa di movimenti franosi. A questi numeri vanno aggiunti alcuni più recenti, come le 10 vittime rimaste coinvolte nella piena improvvisa del torrente Raganello, nel Parco nazionale del Pollino, ad agosto 2018.
La fonte più autorevole e aggiornata per verificare la pericolosità da frana e alluvione in Italia è IdroGEO, la piattaforma sviluppata da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) accessibile all’indirizzo https://idrogeo.isprambiente.it IdroGEO consente di verificare, attraverso un’interfaccia intuitiva utilizzabile anche da smartphone, il livello di pericolosità per frane e alluvioni in qualsiasi punto del territorio nazionale. La piattaforma include dati aggiornati provenienti dall’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI), che ad oggi contiene oltre 684.000 frane censite.

La Calabria è un territorio geologicamente complesso, dove litologie tra le più antiche del territorio italiano convivono con alcune delle più recenti, il tutto in una orografia articolata, bacini idrografici di piccole dimensioni con tempi di risposta alle precipitazioni estremamente rapidi e una forte esposizione a eventi meteorologici intensi. A questi fattori naturali si aggiunge un uso del suolo spesso irresponsabile: costruzioni in zone a rischio, assenza di manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua. Il dissesto idrogeologico in Calabria non è un fenomeno recente. Già nel 1691, Giovanni Fiore nella sua opera ‘Della Calabria illustrata’ descriveva la piena del fiume Crati del 1633 con immagini apocalittiche. Nel 1729, Vincenzo Maria Greco raccontava così l’esondazione del Crati: “Le campane dei templi intanto suonavano a martello, cosa orrenda nella notte, e più in quella in cui parea che cielo e terra si sciogliessero; e mentre tanto era lo scompiglio, un nuovo fracasso pari a quello di un mare in cui sfrenati venti colluttassero, sorgeva ad accrescere il rumore, e con esso lo scoramento, e la tema. Era il Crati che per piogge, lave e torrentacci oltre ogni creder ingrossato, rivolgendo sassi, travi, alberi, ed ogni sorta di materie incontrate, entrava nella città, levando al cielo i cavalloni e gli spruzzi, ed argini e dighe con poderosi sforzi sormontando, frangeva, schiantava ove avvenia passasse…”.
La documentazione storica però, che testimonia la lunga storia di frane e inondazioni della Calabria non finisce qui, infatti dall’archivio di Stato di Napoli emergono oltre mille documenti redatti delle autorità borboniche relativi ai danni dovuti a tali fenomeni nel territorio calabrese. In particolare, una lettera dell’Intendente della Calabria descrive un evento che aveva interessato la piana di Nicastro il 16 novembre del 1839 con le seguenti parole: “… signori vecchi non ricordano il simile. Che i fiumi si gonfiarono in modo che non reggevano i ponti sovrapposti fra questi, compreso il ponte sul fiume Piazza, che fu portato via dalla copia delle acque, egualmente che la palafitta che garantiva la maggior parte di quei territori olivetani. Di poi più che taluni coverti di ulivi non furono risparmiati dalla piena delle acque non inclusi buona parte degli ortalisi, e quasi tutti i mulini furono danneggiati e resi inutili alla moligione”.
È però nel novecento che la documentazione si fa più sistematica e i numeri rivelano ulteriormente la drammaticità di tali fenomeni. In particolare, l’alluvione dell’ottobre 1951 rappresenta uno spartiacque nella storia del dissesto calabrese. Tra il 16 e il 18 ottobre, un nubifragio di violenza estrema si abbatté sulla regione meridionale, concentrandosi tra il versante ionico e il massiccio dell’Aspromonte. A Chiaravalle caddero 378, 436 e 190 millimetri di pioggia nei tre giorni consecutivi; a San Cristina d’Aspromonte 535, 533 e 427 millimetri. Le conseguenze furono devastanti: 70 morti, 780 case crollate, 5.000 senzatetto. La fiumara di Platì semi-distrusse l’abitato omonimo, uccidendo 18 persone. Ad Africo l’intero centro abitato minacciò di franare e la popolazione venne evacuata. A Caulonia 500 case crollarono o divennero pericolanti, 2.000 persone furono evacuate e le piazze e le strade si aprirono sotto i piedi degli abitanti. Solo due anni dopo, il 21-22 ottobre 1953, la Calabria venne nuovamente colpita da alluvioni di estrema violenza. Le precipitazioni raggiunsero valori ineguagliabili: 362 millimetri a Badolato, 315 a Stilo, 138 millimetri in una sola ora a Stilo. Il bilancio fu ancora una volta terribile: circa 100 morti, 800 case crollate nella sola provincia di Catanzaro, 3.000 pericolanti, 3.500 senzatetto complessivi, 97 comuni colpiti.
L’evento che però mise, più di ogni altro, in evidenza la fragilità del territorio calabrese fu quello del periodo che andò dal 15 dicembre 1972 al 3 gennaio 1973. Quando lunghi periodi di pioggia, culminati in violenti nubifragi tra il 31 dicembre e il 2 gennaio, innescarono alluvioni e frane che indussero lo Stato a riconoscere il carattere eccezionale della calamità per tutti i comuni delle province di Catanzaro e Reggio Calabria, e per 23 comuni della provincia di Cosenza. Gli eventi si sono verificati con drammatica regolarità anche negli anni ’80. Ma anche in tempi più recenti i fenomeni di frane e inondazioni che hanno colpito il territorio calabrese non sono state meno violente, anzi esattamente il contrario. Uno studio condotto dal Centro di Competenza CAMILab per conto del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile ha censito gli eventi del periodo 2008-2010, portando ad un risultato di oltre 1.600 eventi che hanno coinvolto 385 comuni, ovvero il 94% del totale calabrese. Tutti i comuni del crotonese hanno registrato almeno un evento, mentre la provincia di Cosenza è stata quella maggiormente colpita e il sistema viario è stato il più colpito, in quanto interessato nel 50% dei casi censiti. Insomma, una breve sintesi, che non vuole assolutamente essere esaustiva, ma che già così racconta una storia che si ripete. La storia di un territorio che ha pagato e che continua a pagare un prezzo altissimo in termini di vite umane, danni economici e abbandono progressivo.

I principali eventi storici di dissesto in Calabria:
• 1951: Frane in 11 località, oltre 60 morti
• Ottobre 1953: Alluvione con più di 100 morti in almeno 10 località
• 14 ottobre 1996: Alluvione di Crotone, 6 morti
• 10 settembre 2000: Alluvione di Soverato, 13 morti
• 2008-2010: Oltre 1.600 eventi di dissesto, 385 comuni coinvolti (94% del totale)
Gli eventi di gennaio e febbraio 2026 tra Sicilia e Calabria confermano drammaticamente che il dissesto idrogeologico in Italia, e in particolare nel Sud, è un problema strutturale che richiede interventi a lungo termine, una pianificazione efficace e, soprattutto, una comunicazione corretta e basata su dati aggiornati. L’evidenza, la lunga e ricca documentazione storica, gli studi scientifici e i ripetuti appelli degli esperti continuano però a rimanere inascoltati e si insegue l’emergenza piuttosto che prevenirla. Queste vicende non fanno altro che far emergere periodicamente come, ogni volta che si verifica una frana o un’inondazione, quella zona era già segnalata ad alto rischio. Le mappe esistono, i dati ci sono, ma tra la conoscenza del problema e l’azione concreta continua a essere presente un vuoto che sembra incolmabile. Frane e alluvioni non possono più essere trattate solo in fase emergenziale, ma vanno considerate al più presto una priorità nella gestione del territorio, affinché il Sud Italia possa uscire da una condizione di fragilità che è insieme geologica e istituzionale, trasformando la consapevolezza del rischio in azioni concrete di prevenzione e messa in sicurezza.
CAMILab Università della Calabria. (2008–2010). Studi sul dissesto idrogeologico in Calabria.
CNR-IRPI. (2018, 5 ottobre). Cnr-Irpi: vittime frane e alluvioni in Calabria (comunicato stampa).
ISPRA. (2026, 28 gennaio). Da Niscemi al quadro nazionale delle frane: il contributo di ISPRA tra dati e mappe (comunicato stampa).
ISPRA Piattaforma IdroGEO. https://idrogeo.isprambiente.it/
Polaris – CNR-IRPI. (2026, 14 febbraio). Frane e inondazioni in Calabria: gravi danni nel bacino del fiume Crati e sul litorale tirrenico.
Protezione Civile Regione Calabria. (n.d.). Il rischio idrogeologico. https://www.protezionecivilecalabria.it/?page_id=292
CAMILab – Rivista Stringhe. Le alluvioni in Calabria. Le vicende più recenti e la necessità di modificare in senso preventivo cultura e comportamenti.
ArcGIS Storymap – CAMILab. Cento anni di frane e inondazioni in Calabria https://storymaps.arcgis.com/stories/a895881dc29641c697c0a8eaf7bf07e5
Catenacci, V. (1992). Il dissesto geologico e geoambientale in Italia – Calabria: Cronistorie calabresi. In Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia (Vol. XLVII, pp. 228–245). Roma: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.
Pasqua, A. A., & Petrucci, O. Eventi alluvionali in Calabria nel decennio 1980-1989. Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica. ISBN 978-88-95172-09-5.
Articolo di Silvia Ilacqua.
L'articolo Dissesto idrogeologico in Calabria: dare priorità alla prevenzione proviene da Geosmart Magazine.
Uno studio su Science usa il satellite europeo Sentinel-1 per mappare la deformazione del Tibet e risolvere un enigma geologico lungo 80 milioni di anni.
Circa 80 milioni di anni fa, l’attuale India si staccò dal supercontinente Gondwana e iniziò una rapida migrazione verso nord-nordest, raggiungendo velocità fino a 15 centimetri all’anno, una delle più elevate mai registrate per una placca tettonica. Questo movimento portò alla collisione con la placca eurasiatica, un processo che diede origine alla catena montuosa più alta del pianeta: la catena himalayana, che ospita il Monte Everest, la cima più elevata della Terra con i suoi 8848 metri. La collisione tra la placca indiana e quella eurasiatica è ancora attiva oggi. Una testimonianza drammatica di questa attività è rappresentata dal terremoto di magnitudo 7.8 che colpì il Nepal nell’aprile del 2015. Il risultato più evidente di questa collisione è l’altopiano tibetano, noto anche come il “tetto del mondo”, che si estende per circa 2500 km in direzione est-ovest e circa 1000 km in direzione nord-sud, con un’altitudine media di circa 4500 metri sopra il livello del mare. Le moderne tecnologie geospaziali dimostrano che diverse aree del plateau si muovono ancora oggi, raggiungendo velocità fino a 25 millimetri all’anno. Sebbene queste velocità siano significativamente inferiori rispetto a quelle della placca indiana durante le fasi iniziali della collisione, esse rappresentano un chiaro segnale che il processo tettonico è tuttora in corso. Questi movimenti, completamente impercettibili nella vita quotidiana, possono essere misurati con estrema precisione grazie all’uso di tecnologie satellitari.
Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Science, intitolato “High-resolution geodetic velocities reveal role of weak faults in deformation of Tibetan Plateau”, condotto da un team internazionale di ricercatori provenienti da Regno Unito, Stati Uniti, Australia, Cina e Nuova Zelanda, ha sfruttato oltre 44.000 immagini radar acquisite dal satellite Sentinel-1, più di 340.000 interferogrammi radar e oltre 14.000 misurazioni GNSS (Global Navigation Satellite Systems), inclusi GPS e Galileo, per costruire uno dei più grandi e dettagliati dataset geodetici mai realizzati. Grazie a questo straordinario volume di dati, gli scienziati sono stati in grado di produrre la mappa più dettagliata mai ottenuta della deformazione crostale del Plateau tibetano, con una precisione dell’ordine dei millimetri. I risultati hanno rivelato un comportamento estremamente complesso: alcune aree della crosta si muovono verso est a velocità fino a 25 millimetri all’anno, mentre altre regioni si muovono più lentamente, circa 10 millimetri all’anno, in direzione opposta.

Questo comportamento dimostra che la deformazione della crosta non avviene in modo uniforme, ma è distribuita su una vasta rete di strutture tettoniche. Secondo Wright e coautori, questo particolare schema deformativo è strettamente legato alla natura delle faglie presenti nella regione. Contrariamente ai modelli classici della tettonica delle placche, che considerano i continenti come blocchi rigidi separati da faglie ben definite, i nuovi dati indicano che la crosta terrestre può deformarsi in modo continuo e distribuito. Le faglie agiscono infatti come zone di debolezza, permettendo alla crosta di deformarsi lentamente e di redistribuire le tensioni accumulate. In particolare, sembrerebbe che la faglia di Kunlun (vedi immagine sotto) svolga un ruolo cruciale: la sua debolezza consente alla parte centrale del Tibet di scorrere verso est, rilasciando l’energia accumulata nella crosta ispessita dalla collisione continentale.

Questo fenomeno aiuta a spiegare l’estensione osservata nella regione, un processo che per decenni ha rappresentato un enigma per i geologi. Enigma che è stato possibile risolvere grazie all’uso delle tecnologie spaziali più avanzate. In particolare, è stato utilizzato il satellite Sentinel-1, dotato di un radar ad apertura sintetica (SAR), che riesce ad acquisire immagini della superficie terrestre indipendentemente dalle condizioni meteorologiche o dall’illuminazione solare. I risultati dello studio mettono in discussione alcuni modelli tradizionali della tettonica delle placche, suggerendo che i continenti sono strutture più dinamiche e deformabili di quanto si ritenesse in passato. Le nuove mappe prodotte grazie ai dati Sentinel-1 non rappresentano solo un progresso scientifico, ma hanno anche importanti implicazioni pratiche. Esse possono essere utilizzate per migliorare i modelli di rischio sismico, contribuendo alla prevenzione dei disastri naturali e alla protezione delle popolazioni che vivono in regioni geologicamente attive. La missione Sentinel-1, parte del programma europeo Copernicus, dimostra come l’osservazione satellitare sia diventata uno strumento indispensabile per lo studio dei processi geologici globali.
Grazie alla capacità di monitorare continuamente la superficie terrestre, i satelliti permettono di osservare fenomeni che si sviluppano su scale temporali di anni o decenni, ma che hanno conseguenze profonde sulla struttura del pianeta. Dalla collisione tra continenti alla previsione dei terremoti, le tecnologie geospaziali stanno trasformando la nostra comprensione della Terra, rendendo visibili processi che fino a pochi anni fa erano nascosti nelle profondità della crosta terrestre.
Articolo di Carmine Magri
https://www.focus.it/scienza/scienze/india-asia-nepal-scontro-tra-continenti
https://www.science.org/doi/10.1126/science.adi3552
L'articolo Enigma geologico risolto grazie ai satelliti sentinel-1 proviene da Geosmart Magazine.
... | 100 | 105 | 110 | 115 | 120 | 125 | 130 | 135 | 140 |...
AgoraVox Italia