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Italia unita in fantasie diverse

Dopo i centocinquant'anni dall'Unità d'Italia sembra che il nostro Paese sia in balia di una crisi d'identità.

Che gli Italiani fossero ancora da formare quando Unità era stata fatta, è cosa nota da diverso tempo, ma che in una ricorrenza così importante il Belpaese potesse essere ancora alla ricerca di ciò in cui credere, era più difficile da immaginare.

Altre grandi nazioni si riconoscono in valori comuni che, pur nella diversità delle parti da cui sono composte, permettono loro di sentirsi Uno. Penso agli Stati Uniti, crogiolo di differenze unificate dal potente ideale d'una Costituzione che sancisce per ogni cittadino il diritto a essere felice. O alla Francia, capace di rileggere all'infinito gli ideali civili dei quali si è fatta propugnatrice tramite l'evento mondiale della Rivoluzione Francese. O all'Inghilterra, patria dei diritti fatti propri e applicati con incrollabili fair play e correttezza. L'Italia, invece, non è capace di riconoscersi nella storia che la unisce di fatto da oltre duemila anni, tanto meno nella cultura che ha donato al mondo, costruendolo in gran parte.

La sua ricchezza culturale, anzi, appare sempre di più come pietra d'inciampo per un popolo che non sa più riconoscervisi e non è più in grado di riconoscerla. Di fronte all'enorme patrimonio artistico che abbiamo ereditato dal passato, i nostri governi (perfino questo tecnico che, forse, avrebbe strumenti culturali maggiori per approfittarne) balbettano e i cittadini recriminano, mentre sono spesso gli stranieri a venirci incontro, proponendo interventi mondiali per salvaguardare il nostro territorio (si veda ciò che è accaduto a Pompei, e le proposte arrivate l'anno passato da esponenti della cultura americana, come l'attore John Turturro o dal giornale New York Times). Impossibile dire quanta parte del mondo occidentale derivi direttamente da ciò che l'Italia (e gli Italiani di ogni epoca) hanno pensato, creato, suscitato ed elaborato, ma è certo che ogniqualvolta ci si soffermi a considerare qualunque aspetto della realtà quotidiana e se ne ricerchi l'origine nei suoi componenti, in un modo o nell'altro si giunga a scoprire sempre l'intervento più o meno geniale (per non dire talvolta fondamentale) di un qualche personaggio della nostra Penisola.

Di fronte a questa enormità continuiamo a riconoscerci come nani sulle spalle di un gigante (o di molti giganti, nel caso in cui si pensi a certe menti che abbiamo donato al pianeta), e a ragione. Tanto più se si considera che i governi di questi ultimi vent'anni non sono stati capaci di rivalutare e modificare le sorti del Paese, facendo soprattutto leva sulle uniche vere risorse gratuite del nostro territorio: il paesaggio e la ricchezza artistica.

Per restringere l'orizzonte dell'articolo a un settore particolare della nostra cultura, vorrei provare a riflettere sulle prospettive che la letteratura italiana fantastica può ragionevolmente attendersi, qualora vi sia un impegno rivolto allo studio e all'approfondimento da parte degli scrittori che vogliano far tesoro di ciò che hanno ereditato dal passato. Alla luce dei Centocinquant'anni di Unità d'Italia, mi chiedo dove il Paese possa trovare il collante letterario per creare un immaginario ancora una volta all'altezza della sfida mondiale, quando non riesce a trovare nemmeno elementi di comune civilizzazione condivisi da tutti.

Di sicuro si può partire dalla lingua, che si deve studiare e scoprire in tutta la sua ricchezza. L'eterna diatriba tra lingua italiana e dialetti non fa altro che offrire spunti di approfondimento in tal senso. Quante volte abbiamo sentito dire che l'insegnamento scolastico dei dialetti o la loro naturale acquisizione per diritto di nascita sarebbero contrari, osteggerebbero l'apprendimento della lingua italiana? Eppure, nulla di più falso, e non tanto perché il dialetto abbia regole quasi totalmente differenti da quelle della lingua italiana e che, perciò, sia possibile insegnare entrambi senza compromettere l'uso della seconda (una lingua legata alla vita di un'Italia sempre meno tradizionale), quanto perché il nostro Paese ha conosciuto con grandi esiti l'esperienza della poesia e della prosa vernacolari. Come dimenticare Gozzi, Belli, Porta, Goldoni, Trilussa? E per parlare della mia Verona, Barbarani e il contemporaneo Dino Coltro? E come non citare Meneghello, Camilleri e tutti quegli scrittori che hanno il coraggio di utilizzare il dialetto per offrire una nuova prosa italiana, nella convinzione che il dialetto sia - in fondo - la lingua del cuore? D'altronde, altrove lo si fa con grande frutto. Si veda l'esempio di Stephen King che sfrutta le particolarità del linguaggio del Maine per una letteratura che ormai ha mercato mondiale. Ma rimaniamo in Italia. Vogliamo parlare del celebre Indovinello Veronese o del De Vulgari Eloquentia?

La storia italiana ha sempre spinto il suo popolo a scoprire da cosa è accomunato, fin dai tempi della Repubblica Romana. Quando la romanitas si espanse oltre i confini naturali, l'Italia era già nata come territorio. L'abitudine a considerare i molteplici popoli in esso contenuti come racchiusi in un comune orizzonte, contribuì a intrecciare sempre di più le loro sorti, creando di fatto una realtà che dovette attendere tredici secoli dalla caduta dell'Impero prima di tornare a esistere anche sulle carte geografiche. Già da secoli i più noti artisti e letterati italiani andavano attendendo chi volgesse i molti regni, principati e ducati in unità. Per questo motivo fu naturale considerarsi un'unica cosa e giungere all'uso delle armi per unificarsi.

Tuttavia, si faticò a trovare ideali perpetui nonostante l'unificazione, e ben presto le differenze interne, grandi per il nostro Paese, riemersero in tutta la loro spinta, per non dire che non sparirono mai. I dialetti, i pensieri e le abitudini diverse condussero a risultati che ora stanno davanti ai nostri occhi, sia a livello di ricchezza culturale che di faticosa unitarietà. Ciò che ci arricchisce, in effetti, oggi è ciò che ci divide, mentre il movimento più logico dovrebbe essere quello contrario: riconoscersi nella differenza. La letteratura da sempre ha costituito un baluardo contro la dispersione, e la stessa lingua che ci unifica si è formata a scuole differenti. Non è mistero che la lingua del Dolce Stil Novo si formò alla Scuola Siciliana, e che l'italiano non sia altro che il riemergere a metà Cinquecento di un dialetto rimasto a lungo nascosto in una terra isolata dal resto della Penisola, la Toscana. Le cosiddette questioni della lingua, intercorse a partire dal Trecento a intervallo di circa duecento anni l'una dall'altra, facevano leva sulla necessità di trovare una parlata (e una scrittura) italiana al passo con i tempi e capace di esprimere l'immensa ricchezza d'un Paese in continua evoluzione, un'Italia che sentiva la necessità di esprimersi con le stesse parole. Soprattutto questo: era avvertita come impellente la necessità di esprimersi in maniera unitaria e ovunque riconoscibile.

Parte imprescindibile di questa lingua in continua crescita è sempre stato l'immaginario fantastico, spesso mitico-religioso, porzione e materia importantissima di buona parte della migliore letteratura italiana. Inutile far nomi, sono talmente conosciuti che citare Dante, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Ariosto, Foscolo, Leopardi, Pirandello, Salgari, Marinetti, Buzzati e Calvino non aggiungerà nulla all'ovvietà di un fatto: che anche oggi la letteratura fantastica può contribuire a muovere un nuovo passo verso il compimento di un'unificazione ancora troppo presente solo sulla carta, studiando, ricercando e creando una nuova lingua fantastica comune, traendo dal passato la sostanza del futuro, e offrendo un nuovo orizzonte di storie che utilizzino una fantasia tutta italiana e, se vogliamo, mediterranea. Nell'ambito della fantasia in quanto veicolo di realtà, infatti, non siamo secondi a nessuno!

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