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Uzbekistan, un commento su Facebook può costare caro

In Uzbekistan dal 24 agosto decine di utenti di Facebook sono stati arrestati e trattenuti in detenzione amministrativa dopo aver postato commenti, messo “mi piace” o condiviso post su questioni religiose e culturali considerate particolarmente sensibili da parte del governo, come ad esempio il tema del hijab, vietato sul lavoro e a scuola.

Le autorità hanno rintracciato gli utenti tramite i loro indirizzi IP e inviato agenti del dipartimento anti-terrorismo a casa loro per confiscare i loro “strumenti di lavoro”, senza presentare alcun mandato di arresto o perquisizione.

Gli interrogatori sono durati più di quattro ore e sono stati condotti in assenza dei rappresentanti legali degli accusati. In alcuni casi, gli agenti avrebbero aggredito, insultato e maltrattato gli arrestati.

La maggior parte di loro è stata rilasciata intorno al 10 settembre ma in molti casi non sono stati restituiti computer e telefoni cellulari e la scarcerazione è stata subordinata a una dichiarazione scritta in cui il firmatario s’impegnava a non partecipare ulteriormente ad attività “sospette”: in assenza di una definizione giuridica chiara, pare evidente che si sia trattato una restrizione arbitraria del diritto alla libertà di espressione.

Le vittime della “purga online” sono persone con grandi numeri di amici e follower.

Shokir Sharipov, disabile, 4879 amici su Facebook, è stato arrestato il 25 agosto con l’accusa di “incitamento a disordini di massa”. Poco prima dell’arresto, aveva pubblicato un post in cui invitava ad unirsi a lui in una piccola manifestazione pacifica per chiedere che venisse autorizzato l’utilizzo del hijab. La legge uzbeka non vieta le piccole manifestazioni e per questo Sharipov aveva invitato solo tre o quattro amici a manifestare.

Adham Olimov, 5601 follower, scrive di problemi socio-politici, cambiamenti nella società e questioni spirituali e morali. È stato arrestato il 29 agosto ed è ancora in carcere con l’accusa di aver opposto resistenza all’arresto e aver ostacolato il lavoro di agenti di polizia durante lo svolgimento del loro servizio.

Ziyovuddin Rahim, teologo con 5000 amici e oltre 3000 followerHa scritto più di 20 libri su questioni spirituali e morali. Non è noto quando sia stato arrestato ma risulta ancora detenuto.

Miraziz Ahmedov, designer d’arredamenti, il 2 settembre ha fatto appena in tempo a scrivere su Facebook che era stato convocato dalla polizia per interrogatori e poi è scomparso per 10 giorni. Su Facebook scriveva abitualmente di religione, invitando altri utenti a unirsi in gruppi per la difesa dei diritti dei musulmani nel Paese. Di recente aveva scritto che forse non avrebbe mandato la figlia a scuola se le avessero vietato di indossare il velo.

Il 5 settembre il ministero della Giustizia ha annunciato la pubblicazione di una lista di siti vietati in cui saranno inclusi quelli che “pubblicano informazioni chiedendo un violento rovesciamento del sistema costituzionale; propagano violenza, terrorismo e estremismo religioso; diffondono informazioni confidenziali su segreti di Stato o leggi; e che incitano all’odio in base a nazionalità, etnia o religione, o che feriscono la dignità altrui”.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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