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“Traditori”: decine di persone arrestate in Bahrein all’ombra della guerra

Secondo una denuncia di Human Rights Watch, dall’inizio delle operazioni militari israelo-statunitensi contro l’Iran e degli attacchi di rappresaglia di quest’ultimo, le autorità del Bahrein hanno dato un ulteriore giro di vite alla repressione del dissenso e arrestato una quarantina di persone colpevoli solo di aver postato sui social media immagini degli attacchi iraniani o di aver commemorato in modo pacifico l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei.

Nell’isola del Golfo persico, dove la maggioranza della popolazione è sciita ed è da tempo vessata dalla minoranza sunnita al potere, gli attacchi iraniani (nella foto, un missile iraniano colpisce un grattacielo nella capitale Manama) hanno causato almeno due morti e 46 feriti.

In varie comunicazioni, il ministero dell’Interno ha dichiarato che le persone arrestate avevano fatto “abuso dei social media”, in quanto avrebbero “espresso solidarietà con l’aggressione iraniana” e dunque si sarebbero resi responsabili di “tradimento”.

Il 1° marzo Hussein Naji e Ali Mahdi sono stati arrestati mentre si stavano dirigendo all’ambasciata degli Usa per protestare pacificamente contro l’aggressione all’Iran. Secondo le autorità, hanno “incitato all’odio contro il governo”, “provocato disordini durante la guerra” e “appoggiato uno stato ostile”.

Alle 3.30 di notte del 4 marzo, 30 uomini qualificatisi come agenti della Forza per il mantenimento dell’ordine, alcuni dei quali in borghese, si sono presentati all’abitazione di Muneer Mirza Ahmed, devastando l’appartamento e portando via l’uomo senza mandato d’arresto. In seguito si è appreso che è accusato di “aver gestito un account pubblicando contenuti illegali”. Ma secondo la moglie, il telefono che hanno mostrato come prova non era quello del marito.

Il 6 marzo Consiglio della difesa civile del ministero dell’Interno ha vietato ogni forma di protesta, ufficialmente “per la sicurezza della popolazione”.

La notte dell’8 marzo altri uomini in borghese hanno fatto irruzione nella casa di Youssef Ahmed e hanno interrogato lui e il figlio di 16 anni. Quest’ultimo è stato arrestato senza fornire spiegazioni quando gli agenti si sono ripresentati il pomeriggio successivo.

Le famiglie di altre persone arrestate hanno denunciato di non aver avuto notizie per giorni dei loro cari. Badour Abdulhameed ha potuto telefonare alla famiglia solo cinque giorni dopo l’arresto senza poter dire in quale carcere si trovasse: una vera e propria sparizione.

Il 9 marzo la procura del Bahrein ha chiesto ai tribunali di emettere condanne a morte nei confronti di alcuni degli arrestati per il reato di “spionaggio”.

Tra questi potrebbero esserci cinque lavoratori pachistani e uno bangladese (i lavoratori migranti che costituiscono il 53 per cento della popolazione del Bahrein) che hanno “filmato, pubblicato e condiviso video relativi agli effetti della traditoria aggressione iraniana, esprimendo simpatia per essa ed esaltando questi atti ostili in modo tale da danneggiare la sicurezza e l’ordine pubblico”.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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