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Spending review: ancora sotto tiro i dipendenti pubblici

Due ore di sciopero nel settore pubblico martedì prossimo. I sindacati vogliono discutere con il governo di "spending review", che comporterà ulteriori tagli e licenziamenti in un settore già ripetutamente colpito dal governo Berlusconi

Sono quattro anni che i dipendenti pubblici (dell’amministrazione centrale, periferica, gli insegnanti) sono presi di mira da decisioni dell’Esecutivo. Uno dei primi atti presi dal governo Berlusconi, per impulso del suo ministro dell’economia Giulio Tremonti, fu il taglio di 8,5 miliardi di trasferimenti alla scuola, il più grande massacro di risorse pubbliche mai attuato nella storia italiana, che comportò una perdita netta di oltre 55 mila docenti fra 2009 e 2011 (dati ANIEF e non contando i posti di lavoro persi fra personale tecnico e collaboratori) e un impoverimento complessivo dell’offerta di istruzione.

Eppure l'Italia non è ai primi posti in Italia per numero di dipendenti pubblici. Secondo uno studio della Cgia di Mestre, dal 2001 ad oggi, essi sono complessivamente diminuiti del 3%: attualmente ci sono in Italia 58,4 dipendenti per ogni mille abitanti (in Francia sono 80,8, in Germania 55,4).

Nel 2011, di fronte all'esigenza di aggredire il deficit di bilancio, si decise di sospendere gli scatti stipendiali, un meccanismo che premiava l’anzianità di servizio, nonostante che l’allora ministro della pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini, avesse ripetutamente asserito che «era necessario portare gli stipendi degli insegnanti italiani ad avvicinarsi a quelli della media europea», quasi il doppio di quelli percepiti nel nostro Paese. Quindi, non solo gli stipendi non sono aumentati ma, per effetto del blocco degli scatti e di quelli contrattuali, le retribuzioni degli insegnanti e dei dipendenti pubblici sono oramai fermi da due anni, cioè il loro valore reale è diminuito di circa il 10% (stimando un’inflazione pari al 5% annuo).

Nello stesso periodo, l’allora ministro della funzione pubblica Renato Brunetta riusciva ad applicare alla pubblica amministrazione un principio di equità tipico della destra italiana: perché i privati possono essere licenziati e i dipendenti pubblici no? È un’inaccettabile discriminazione! Rendiamo possibili i licenziamenti anche nel pubblico. Era lo stesso ragionamento intriso della logica padronale, di cui si sono fatti artefici molti docenti di diritto del lavoro come Pietro Ichino: «Possibile che lo Statuto dei lavoratori si debba applicare solo ad una minoranza di lavoratori? Non è giusto» ed invece di estenderlo a tutti (come un semplice sillogismo avrebbe dovuto imporre a qualsiasi persona onesta intellettualmente, oltre che raziocinante) lo si voleva abolire del tutto. Loro, gli ideologi della destra italiana sono così, seguono una logica loro tutta particolare, che si basa sempre e soltanto sulle bastonate date sul groppone dei lavoratori. Ecco allora che il ministro Brunetta emanò un provvedimento che consentiva allo Stato di licenziare i propri dipendenti per motivi economici. Il massimo dell’illogicità, perché ovviamente e per definizione, lo Stato non può fallire, tutt’al più può non riuscire ad adempiere alle sue obbligazioni in un determinato periodo (al che si può ovviare stampando moneta o titoli). La legge Brunetta funziona così: se una determinata amministrazione pubblica non ha più bisogno di quei lavoratori, li mette in mobilità all’80% dello stipendio e, se entro due anni non riesce a ricollocarli (magari a cinquecento chilometri dalla loro residenza) li licenzia. Bello, vero?

Ma è finita? Nemmeno per sogno, perché l’attuale governo, utilizzando la bella dizione inglese di «Spending Review» (cioè, rivisitazione della spesa) se la prenderà ancora una volta con gli statali, nonostante i tagli di stipendio già praticati, il blocco del turn-over (alcune amministrazioni non riescono più a produrre servizi efficienti al cittadino per mancanza di personale), l’estrema precarizzazione di molti rapporti di lavoro con giovani dipendenti. Insomma, per questa insana destra al potere gli impiegati pubblici sono come il diavolo, qualcosa da estirpare il prima possibile.

Un giorno, forse, si comprenderà che cosa mai milioni di insegnanti, dipendenti degli enti locali e dell’amministrazione pubblica centrale abbiano fatto di così deleterio da essere additati al pubblico ludibrio e oggetto di reiterati provvedimenti punitivi. Già, perché, ora come ora, tanto astio verso di loro è del tutto incomprensibile.

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