Sotto il Vulcano

“Il vulcano islandese rimane un serio problema perché continua a eruttare con la stessa intensità alimentando la nube, rafforzandola. Difficile fare previsioni sull’evoluzione del fenomeno. ma perché le cose cambino ci sono solo due possibilità: che l’eruzione si riduca o che le correnti aeree diffondano altrove ceneri e gas. Ma nulla del genere sta accadendo”. Questo dichiara Warner Marzocchi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia da Parigi.
Qualcuno, non diciamo da che ambito per non infierire, ha fatto circolare la voce che la nube sarebbe sparita con l’arrivo di una perturbazione. Insomma, come lo smog cittadino dopo una bella pioggia. Purtroppo anche su questo punto arriva la smentita dei tecnici. Qualche precipitazione non cambierà molto la situazione: Giampiero Maracchi, ordinario di climatologia all’Università di Firenze, spiega infatti che le piogge previste in Italia fra oggi e i prossimi giorni non saranno certamente così importanti da cambiare il quadro che si è creato a causa delle ceneri del vulcano islandese. “Quello che conta – ha spiegato – è la grande circolazione atmosferica e contano i venti in quota che vanno da da ovest a est. Ci vorrà invece del tempo per capire altri aspetti importanti: quanto dura l’eruzione e, soprattutto, quale è il volume dell’emissione che ancora non sembra essere stato calcolato con precisione. Fra un anno circa riusciremo invece a capire se quanto sta succedendo ha effetti sul clima”.
Al contrario di quanto dichiarato da Bertolaso, l’allarme c’è e la comunità scientifica non riesce a capire fino in fondo la portata delle conseguenze dell’eruzione. Le simulazioni condotte dal Centro fenomeni estremi (Cetemps) dell’Università de L’Aquila, in coordinamento con il Met Office britannico e il centro meteorologico tedesco Wetter, e fornite alla nostra Protezione civile, mostrano come le particelle silicee si stiano distribuendo sull’intera Europa ricoprendo entro mercoledì tutta l’Italia, Sicilia compresa. «Fino a questo momento — precisa il professor Guido Visconti, direttore del centro — sono state riversate nell’atmosfera duecentomila tonnellate di materiale da parte del vulcano islandese e la loro maggior parte si concentra a un’altezza, a seconda della geografia, fra tre e otto chilometri. Oggi sono arrivate sulla Penisola dopo aver attraversato nella notte le Alpi e l’attraversamento dovrebbe aiutare ad abbattere una parte delle ceneri. Il resto si disseminerà in modo diluito sulle varie regioni contribuendo ad intensificare le precipitazioni; cioè potranno aumentare le piogge e la caduta di neve perché le particelle funzionano da nuclei di condensazione. Conseguenze negative sul clima per ora non possono verificarsi perché la nube non è penetrata nella stratosfera innescando meccanismi chimico-fisici negativi. In particolare, l’anidride solforosa presente nella nube non è in quantità tali da generare effetti climatici su vasta scala”.
Ma i tecnici islandesi non sono così ottimisti. Soprattutto per quanto riguarda la tossicità dei gas emessi durante l’eruzione; i gas sono potenzialmente pericolosi. Infatti le autorità islandesi hanno invitato la popolazione a non uscire di casa e ad indossare una maschera antigas: il precedente più significativo di un’eruzione vulcanica in Islanda che abbia causato problemi di salute in Europa per le ceneri e i gas è quello del 1783, quando l’eruzione del Laki provocò una nube tossica che uccise, in Gran Bretagna, ben 23mila persone: l’anidride solforosa e l’acido solforico contenuti nella nube attaccarono i polmoni delle vittime.
Per quanto riguarda le conseguenze del clima anche gli scenari più ottimistici devono fare i conti con due precedenti catastrofici. Nel primo caso, le ripercussioni climatiche furono catastrofiche. La polvere vulcanica emessa dal vulcano indonesiano Tambora agli inizi dell’ottocento restò per molto tempo nella stratosfera bloccando l’iraggiamento solare. In tutto il pianeta, per un paio d’anni, il clima fu sconvolto con inverni polari ed estati fredde. Il 1816 viene infatti ricordato come “l’anno senza estate”. Il secondo precedente è più recente. Il vulcano Pinatubo, nelle Filippine, ebbe effetti simili tra 1991 e 1993. A livello globale, la temperatura diminuì di mezzo grado e il buco dell’ozono crebbe sostanzialmente a causa dell’enorme quantità di fas immessi nella stratosfera.
Intanto, in Islanda, è allarme anche per il vulcano Grimsvotn, che sorge sotto il più grande ghiacciaio d’Europa, il Vatnajokull. A rischio è anche l’Hekla, il vulcano più famoso (e temuto) d’Islanda, che dal 1979 è entrato in fase eruttiva più o meno ogni 10 anni, l’ultima proprio nel 2000. Ma nell’immediato la preoccupazione maggiore riguarda il Katla, un vulcano che si trova a est del ghiacciaio Eyjafjallajokull e con una lunga storia di attività eruttive, spesso precedute proprio dalle eruzioni dei vulcani vicini. E’ un vulcano molto temuto, nominato “fratello maggiore” dell’Eyjafjallajokull. “Se scoppia – ammette sottovoce Sigried, la responsabile della Croce Rossa locale – sarà una vera tragedia… altro che ritardi agli aeroporti. Verrebbe inondata l’isola e potrebbe esserci un cambio climatico catastrofico”.
E tutto questo avviene mentre noi ci facciamo tranquilizzare da San Guido e l’unica preoccupazione italica è rappresentata dal rischio di un rinvio della partita di Champions.
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