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Signori della guerra e popoli senza diritti: il Festival della fotografia etica 2020

 Lo straordinario del Festival della Fotografia Etica di Lodi, rassegna all’XI edizione in corso fino al 25 ottobre (qui i dettagli), è l’obbligare la mente a riflettere sulle contraddizioni del mondo. Contrasti sempre più evidenti al crescere delle mostre visitate e che emergono in questa selezione proposta. Di certo ci fa meditare Nikita Teryoshin (1) con gli scatti senza volti nel dietro le quinte del business mondiale della difesa, il “back office della guerra” costituito dalle fiere di armi dove capi di stato incontrano i mercanti di morte firmando contratti miliardari. Secondo il Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), nel 2019 sarebbero 1.927 i miliardi spesi per bazooka, mitragliatrici, missili, aerei da combattimento e altri giocatoli distruttivi, una cifra in crescita del 3,6% rispetto al 2018 e più che sufficiente per debellare la fame nel mondo e soddisfare gli investimenti per contenere gli effetti dei cambiamenti climatici.

Un reportage che mostra “esattamente l’opposto di un campo di battaglia: un parco divertimenti per adulti di dimensioni esagerate con vino, finger food e armi luccicanti”. Una disneyland bellica dove i giostrai si puliscono la coscienza ribaltando l’evidenza di un animo avido di denaro privo di umanità con slogan come “Difendiamo la pace da 70 anni” o “Progettiamo un domani migliore”. Slogan fittizi che Teryoshin è abile a ridicolizzare con immagini non belle nel senso classico dei parametri fotografici, ma efficaci nello smascherare un’ipocrisia violenta. A ridare loro consapevolezza potrebbe essere la visione degli scatti di Maggie Stebber (2) che immortalano le conseguenze di un colpo di fucile sul volto di una giovane teenager. Perché i danni delle armi non sono confinati alle guerre, ma si cosparge pure nella vita quotidiana dei paesi in pace.

I pescatori di Guanabara

Stimolano il pensiero pure le mostre sui diritti negati. Memorabili sono le fotografie di Dario De Dominicis (3) sui pescatori della baia di Guanabara, il porto naturale di Rio de Janeiro, in Brasile. Un tempo custodi dell’equilibrio ittico e della biodiversità della baia con la loro pesca tradizionale, oggi il “progresso” li ha relegati a margine dell’area per fare spazio alla Marina militare, alle navi cargo e a piattaforme offshore e oleodotti dell’industria petrolifera. In cambio “ricevono” 0,3 tonnellate al giorno di metalli pesanti, come piombo, zinco e mercurio, e 17 tonnellate di acque reflue non trattate al secondo, il tutto a beneficio della loro salute e di quella di pesci e molluschi del quale si nutrono i cittadini. E se scampano al cancro e alla povertà, ci sono trafficanti di droga e di rifiuti tossici a complicare le vite degli 8.000 pescatori ancora attivi all’ombra del Cristo Redentore, probabilmente perplesso sugli effetti della modernità sugli ecosistemi e sugli uomini.

I diritti negati dei Mapuche

A narrare gli abusi perpetrati poco più a Sud, tra Cile e Argentina, è Pablo Ernesto Piovano (4) con la mostra dedicata al popolo mapuche, ancora vessato perché, a differenza degli incas, è riuscito a sopravvivere al genocidio etnico perpetrato dagli spagnoli nei secoli con campagne militari dai nomi imbarazzanti, come la “Pacificazione dell’Araucania”. Incursioni belliche per “civilizzare” un popolo con stupri, violenza, segregazione e uccisioni sommarie pensate per cancellare la vita sociale, religiosa e spirituale dei mapuche e, soprattutto, per usurparne le terre fertili. Una ferocia proseguita durante le dittature militari degli anni Sessanta e ancora oggi in corso con le giovani “democrazie” a operare per fare spazio a multinazionali minerarie, energetiche o agroalimentari. Una solerzia sostenuta da una magica alleanza tra politica, industria, media e una “giustizia” creata su misura per gli oppressori. Violazioni dei diritti umani smisurate costantemente ignorate dal mondo soltanto perché i mapuche sono considerate creature primitive nemiche della modernità.

Detenuti palestinesi…in vitro

Spostando lo sguardo a oriente arriviamo in Palestina, terra martoriata da un conflitto ormai senza tempo che Antonio Faccilongo (5) ha deciso di raccontare da una prospettiva insolita, quella delle mogli dei prigionieri palestinesi che ricorrono al contrabbando di sperma dei mariti carcerati per concepire figli attraverso la fecondazione in vitro. Si, perché oltre a condanne a volte pretestuose e senza equo processo, ai detenuti sono, di fatto, vietate le visite dei famigliari. Ai più fortunati è concesso di vedere le mogli attraverso vetri protettivi per 45 minuti ogni due settimane, con l’unico contatto fisico rappresentato da un rapido abbraccio con i figli alla fine delle visite. Un incontro fugace durante il quale i prigionieri riescono a celare all’interno delle barrette di cioccolato date in dono ai bimbi il liquido seminale inserito nel tubicino vuoto delle penne. Condizioni di detenzione che appaiono al limite della dignità umana e una violazione dei diritti internazionali dei detenuti.

Le lotte per il futuro di Hong Kong

Ancora più a Est, i fotografi dell’Agence France Presse (6) hanno immortalato le manifestazioni inscenate nel 2019 da milioni di cittadini di Hong Kong contro le norme e i metodi illiberali imposti negli anni dall’amministrazione cinese dopo la fine del dominio britannico sulla regione. Dimostrazioni che rappresentano una prosecuzione della “protesta degli ombrelli” del 2014 e che ancora un volta sono represse da una polizia violenta incline all’abuso di proiettili di gomma e all’arresto facile. Una situazione, per la verità, persistente in molti angoli del mondo, dove troppo spesso le forze dell’ordine approfittano del loro potere contro persone per lo più pacifiche e indifese. Segno di un’incapacità dei governanti di dialogare con la popolazione per trovare soluzioni condivise nella risoluzione delle controversie.

Note

1. Nikita Teryoshin, Nothing Personal – the back office of war, spazio World Report Award

2. Maggie Stebber, The Story of a Face, spazio Storie di coraggio

3. Dario De Dominicis, To the Left of Christ, spazio World Report Award

4. Pablo Ernesto Piovano, The awakening of ancient voice, spazio Madre Terra

5. Antonio Faccilongo, Habibi – Amore mio, spazio Uno sguardo sul nuovo mondo

6. AFT, Hong Kong: Opposing views, spazio Uno sguardo sul nuovo mondo

Festival della Fotografia Etica – XI edizione

Dove: Lodi e Codogno, sedi varie

Quando: dal 26-27 settembre, 3-4, 10-11, 17-18, 24-25 ottobre

Orari: 9.30-20.00

Ingresso mostre Festival: 19 euro (ridotto 14 euro) da acquistare in Piazza del Broletto, acquisto online (consigliato) 14 euro (primi due we) e 16 euro. L’ingresso ad alcune mostre è gratuito (vedi qui)

Ingresso OFF – Fuori Festival: gratuito

Sitowww.festivaldellafotografiaetica.it

Informazioni: Gruppo Fotografico Progetto Immagine – info@festivaldellafotografiaetica.it

 
 
 
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