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 Home page > Tribuna Libera > Sbrilluccichi vs. Storia: le due anime dei Musei Capitolini

Sbrilluccichi vs. Storia: le due anime dei Musei Capitolini

Negli spazi dei Musei Capitolini ospitano due mostre che, poste una “difronte” all’altra, sembrano raccontare non solo la storia di culture lontane nel tempo e nello spazio, ma anche qualcosa di molto contemporaneo: il modo in cui guardiamo — o non guardiamo — il patrimonio culturale.

Da una parte Cartier e il Mito, allestita per la prima volta nelle sale del Palazzo Nuovo, un percorso immersivo e scintillante che mette in dialogo le creazioni della Maison con le statue antiche della collezione Albani. Dall’altra Antiche civiltà del Turkmenistan, un’esposizione archeologica di straordinario valore scientifico, che porta a Roma oltre 150 capolavori provenienti dalla Margiana protostorica e dall’antica Partia, molti dei quali mai usciti prima dai musei del Turkmenistan.

Due mostre diversissime, due esperienze visive quasi agli antipodi. E, inevitabilmente, due livelli di attenzione del pubblico non proprio sovrapponibili.

È inutile girarci intorno: Cartier attira. Attira perché luccica, perché parla un linguaggio immediato e perché la contaminazione fra arte antica e alta gioielleria offre un immaginario seducente e spettacolare. L’allestimento firmato da Dante Ferretti — con la scenografica scalinata iniziale e le atmosfere da cinema — contribuisce a creare un’esperienza che sembra fatta apposta per essere fotografata, condivisa, ricordata.

La mostra racconta la relazione fra la Maison e il repertorio estetico dell’antichità classica: motivi greci e romani reinventati, icone come Afrodite o Dioniso rilette attraverso l’eleganza contemporanea, pietre e metalli trasformati in narrazioni visive. Ci sono le influenze del Neoclassicismo ottocentesco, i richiami a Cocteau, le forme simboliche del Novecento, fino agli approcci più moderni alla figura del mito. A ciò si aggiungono le installazioni olfattive di Mathilde Laurent e i pezzi di glittica dell’atelier Cartier: un insieme che dà alla visita un tono multisensoriale irresistibile.

Risultato: un successo quasi assicurato.
Ma proprio questa seduzione rischia di oscurare ciò che accade a pochi metri di distanza.

Antiche civiltà del Turkmenistan è invece una delle mostre archeologiche più importanti ospitate negli ultimi anni ai Capitolini: un viaggio nella Margiana dell’età del Bronzo e nell’antica Partia, con reperti che raccontano migrazioni, commerci, culti, architetture monumentali e raffinate produzioni artigianali.

Le teste in argilla cruda dei sovrani, le figurine votive, i corredi funerari, le collane d’oro e pietre semipreziose, i rhyta in avorio di Nisa — capolavori unici nella storia dell’arte antica — costituiscono un patrimonio di enorme rilevanza culturale. La ricostruzione 3D e il video mapping del sito di Nisa offrono un’esperienza immersiva scientificamente rigorosa, che permette ai visitatori di “entrare” in un paesaggio archeologico altrimenti difficilmente raggiungibile.

Eppure, paradossalmente, questa mostra appare meno visibile di quanto meriterebbe. Anche per un motivo molto semplice: non viene adeguatamente evidenziato dove sia allestita. Non è immediato, né sui materiali promozionali né negli spazi museali, orientarsi verso le sale che la ospitano.
Il risultato è che un’esposizione di straordinaria ricchezza rischia di rimanere nell’ombra, penalizzata dal confronto diretto con l’impatto scenografico – e mediatico – della mostra Cartier.

Il pubblico tende a essere attratto da ciò che riconosce immediatamente. Cartier appartiene all’immaginario collettivo, ai simboli del lusso, alla cultura glamour che influenza la percezione estetica contemporanea. Il Turkmenistan no. Eppure è proprio questa distanza a rendere la mostra archeologica un’occasione preziosa: permette di scoprire una civiltà quasi sconosciuta, di entrare in contatto con tradizioni materiali raffinatissime, di comprendere la complessità dei rapporti culturali fra Asia Centrale e Mediterraneo.

Il rischio, però, è che la scarsa comunicazione — o una comunicazione meno “accattivante” — porti molti visitatori a non notare neppure questa opportunità.

La sfida ora è trovare un equilibrio nella percezione del pubblico. Rendere più visibile, più narrata e meglio orientata la mostra sul Turkmenistan significa offrire davvero ai visitatori un percorso completo, capace di coniugare stupore e conoscenza.

Perché, alla fine, il vero valore di un museo è anche questo: non solo far brillare ciò che è già scintillante, ma illuminare ciò che rischia di rimanere nell’ombra.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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