Libertà di stampa al minimo storico
Non basta essere una democrazia per garantire la libertà di stampa. È questo il messaggio più forte che emerge dall’ultimo rapporto pubblicato da Reporters sans frontières, che fotografa un quadro globale sempre più preoccupante per il diritto all’informazione.
Secondo il World Press Freedom Index 2026, la libertà di stampa nel mondo ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 25 anni. Per la prima volta, oltre la metà dei Paesi analizzati (52,2%) presenta condizioni “difficili” o “molto gravi” per l’esercizio del giornalismo. Un dato in netto peggioramento rispetto al 2002, quando questa percentuale si fermava al 13,7%.
Uno dei dati più significativi riguarda gli Stati Uniti, che scendono al 64° posto in classifica, perdendo sette posizioni rispetto all’anno precedente. RSF evidenzia un clima sempre più ostile nei confronti dei media, aggravato da attacchi politici e da politiche restrittive rafforzate durante il secondo mandato di Donald Trump.
Emblematico, in questo contesto, è il caso della giornalista del Washington Post Hannah Natanson, premiata con il Pulitzer 2026 per le sue inchieste sulla riorganizzazione delle agenzie federali statunitensi e sugli effetti dei tagli dell’amministrazione Trump. Negli stessi mesi, Natanson è finita al centro di una controversia giudiziaria dopo il sequestro dei suoi dispositivi elettronici da parte dell’FBI, episodio che il Washington Post ha definito un grave attacco alla libertà di stampa e alla tutela delle fonti giornalistiche.
Il caso si inserisce in un quadro più ampio di crescente tensione tra istituzioni e media indipendenti. Le nuove restrizioni introdotte dal Pentagono — dall’obbligo di scorta per i giornalisti accreditati al divieto di pubblicare informazioni non autorizzate — sono state contestate da numerose testate e in parte bloccate dalla magistratura federale, che le ha giudicate incompatibili con il Primo Emendamento della Costituzione americana.
Proprio questi episodi confermano uno degli aspetti centrali evidenziati da RSF: la progressiva erosione delle libertà non riguarda più soltanto regimi autoritari o sistemi apertamente illiberali, ma coinvolge sempre più spesso anche democrazie consolidate. Il rischio, sottolineano osservatori e organizzazioni per i diritti civili, è la normalizzazione di misure emergenziali e securitarie che finiscono per restringere il diritto all’informazione e il ruolo di controllo esercitato dal giornalismo nei confronti del potere politico.
Anche in Europa, pur restando l’area più virtuosa, emergono criticità. L’Italia scivola al 56° posto, penalizzata da minacce della criminalità organizzata, pressioni politiche e il ricorso a querele temerarie (SLAPP) contro i giornalisti.
Il deterioramento non è improvviso, ma il risultato di un processo progressivo. In un quarto di secolo, la percentuale della popolazione mondiale che vive in contesti in cui la libertà di stampa è considerata “buona” è crollata dal 20% a meno dell’1%.
A incidere sono diversi fattori: pressioni politiche, difficoltà economiche, violenze contro i giornalisti e un quadro normativo sempre più restrittivo. Tra i cinque indicatori utilizzati da RSF — economico, legale, politico, sociale e securitario — quello legislativo è il più in crisi. In molti Paesi, leggi legate alla sicurezza nazionale vengono utilizzate per limitare il diritto all’informazione, anche in contesti democratici.
Come sottolinea Anne Bocandé, direttrice editoriale dell’organizzazione, la criminalizzazione del giornalismo è ormai un fenomeno globale: non riguarda più soltanto i regimi autoritari, ma coinvolge anche democrazie consolidate.
Uno dei dati più significativi riguarda gli Stati Uniti, che scendono al 64° posto in classifica, perdendo sette posizioni rispetto all’anno precedente. RSF evidenzia un clima sempre più ostile nei confronti dei media, aggravato da attacchi politici e da politiche restrittive rafforzate durante il secondo mandato di Donald Trump.
Anche in Europa, pur restando l’area più virtuosa, emergono criticità. L’Italia scivola al 56° posto, penalizzata da minacce della criminalità organizzata, pressioni politiche e il ricorso a querele temerarie (SLAPP) contro i giornalisti.
In cima alla classifica si conferma per il decimo anno consecutivo la Norvegia, seguita da altri Paesi del Nord Europa come Paesi Bassi, Estonia, Danimarca e Svezia.
All’estremo opposto si collocano l’Eritrea (ultima), la Corea del Nord e la Cina, dove il controllo statale sull’informazione è pressoché totale.
Tra i dati più sorprendenti, il miglioramento della Siria, che guadagna 36 posizioni dopo i recenti cambiamenti politici, pur restando in una situazione complessivamente molto grave.
Il rapporto evidenzia anche come il giornalismo sia diventato sempre più rischioso, soprattutto nelle aree di conflitto. Regioni come il Medio Oriente e il Nord Africa risultano le più critiche, con numerosi giornalisti uccisi o incarcerati.
Le guerre, la repressione politica e la violenza legata al crimine organizzato continuano a rappresentare minacce concrete per chi esercita la professione. In molti Paesi, fare informazione significa esporsi a intimidazioni, arresti o peggio.
Di fronte a questo scenario, RSF lancia un appello chiaro: l’inazione equivale a complicità. Non basta proclamare i principi della libertà di stampa, ma servono politiche concrete di tutela, garanzie legali efficaci e sanzioni contro chi ostacola il lavoro dei giornalisti.
“La passività diventa una forma di accettazione”, avverte Bocandé. La responsabilità, sottolinea l’organizzazione, ricade anche sulle democrazie e sui cittadini, chiamati a difendere attivamente uno dei pilastri fondamentali delle società libere.
Questo articolo è stato pubblicato qui
Lasciare un commento
Per commentare registrati al sito in alto a destra di questa pagina
Se non sei registrato puoi farlo qui
Sostieni la Fondazione AgoraVox







