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Riace e quel voto alla Lega

Chi si stupisce perché a Riace ha vinto la Lega evidentemente non ha seguito la lunga via crucisa cui la sua esperienza è stata sottoposta. “Riace e Lampedusa sono stati accomunati dalla stessa sorte elettorale e i giornalisti si sono sprecati in analisi assurde che parlano di “tradimento” – scrive Chiara Sasso – I riacesi e i lampedusani non erano santi prima e non sono mostri ora. Sono la fotografia di questo Paese: solidale al momento di aprire le case di fronte alla richiesta di aiuto ma incazzati nero con tutte le difficoltà della vita…”.

di Chiara Sasso (*)

Foto di Roberta Ferruti

La storia straordinaria di speranza a Riace non è nata vent’anni fa con le elezioni ma con un’associazione, Città futura: quella storia non si spegne certo nelle urne come dimostrano la nascente fondazione dal basso È stato il vento e il cammino della Rete dei comuni solidali
La guerra contro Riace

«Sono questi i vuoti d’aria / Sono come buchi neri / Questi buchi nei pensieri / Si fa finta di niente / Lo facciamo da sempre / Ci si dimentica / Che ognuno ha la sua parte in questa grande scena / Per sopportare il peso di ogni scelta / Siamo il confine della nostra libertà / Siamo noi l’umanità / Siamo in diritto di cambiare tutto e ricominciare, ricominciare»
(Fiorella Mannoia)

“Un vuoto d’aria” è quello che in molti abbiamo improvvisamente sentito dopo le elezioni. “Ognuno ha la sua parte in questa storia”. Nel bene e nel male. Su Riace, nel bene, perché migliaia di persone hanno voluto riconoscere in questo piccolo paese della Locride un luogo in grado di accogliere la speranza e l’hanno sostenuto con caparbietà. Aggrappandosi quasi fosse l’ultima spiaggia in questo declino generale. Tuttavia non è bastato perché i colpi inferti l’uno dopo l’altro sono stati pesantissimi e – diciamolo – con un accanimento non consueto.

Chi si stupisce perché a Riace ha vinto la Lega evidentemente non ha seguito la lunga via crucis a cui la sua esperienza è stata sottoposta. Dalle ispezioni della Prefettura con relazioni positive sul progetto di accoglienza casualmente tenute nascoste, “sparite” per oltre un anno. Ai contributi statali per i progetti non versati da due anni (mettendo in ginocchio l’economia di un paese). Alle intercettazioni ambientali rese pubbliche con il solo scopo di alimentare maldicenze. All’arresto, all’inchiesta, allo sfratto della sede a palazzo Pinnarò, al “confino” e all’impossibilità di fare una campagna elettorale e via seguitando. È quasi impossibile elencare tutto quello che è successo in un attacco su più fronti.

Si è dovuto organizzare una passeggiata (l’11 maggio) in mezzo ai campi fino a Stignano per permettere alla comunità di riabbracciare il suo sindaco dopo otto mesi di confino (Via col vento, Riace rinasce). Ma ormai il danno era stato inesorabilmente fatto.

Nel 2004, la vittoria elettorale era stata un miracolo, fra altre liste che si erano spartite i voti, e Lucano era stato eletto sindaco con il 35,4 per cento dei voti. Nella seconda elezione, nel 2009, Lucano aveva vinto con un grande consenso, il 51,7 per cento: non perché i riacesi si fossero tutti quanti convertiti alla causa umanitaria ma, molto più prosaicamente, perché moltissime famiglie riacesi avevano potuto trovare lavoro nei progetti. Domenico Lucano aveva dato letteralmente fuoco alle polveri con le sue idee e con una rinascita del paese di cui tutti potevano beneficiare. Da povero paese che si stava spopolando era diventato un luogo dove anche il turismo stava prendendo piede. Al terzo mandato amministrativo Lucano era stato ancora riconfermato con il 54,5 per cento dei voti. Ormai aveva inglobato anche i suoi avversari dando a tutti la possibilità di un lavoro nei progetti e un ruolo nell’amministrazione: un errore che avrebbe pagato subito con una crisi di giunta e brutte storie successe.

Va anche segnalato che Riace è divisa in due parti: la marina (più turistica e attratta alla cementificazione), dove vive la maggior parte delle persone, e il borgo superiore, quasi fermo nel tempo, fra anziani e vecchie case, ora ripopolato dai migranti. Sul borgo il sindaco aveva investito molto e, di conseguenza, era aumentato il distacco con la marina. Tant’è che, alla conta dei voti, i riacesi del borgo immaginavano di riuscire a coalizzarsi tutti in un blocco unico in modo da contrastare la marina. Così non è stato.

A influire, più ancora della politica nazionale, è stata una ricaduta nel declino del paese. Sono bastati pochi mesi della chiusura del progetto per cambiarne il volto. I riflettori internazionali, le fiction girate, i registi, gli artisti che hanno voluto essere presenti a Riace, l’interesse e l’affetto per Lucano da parte di piazze intere in tutta Italia, invece di portare consenso possono aver provocato invidia e maldicenza, mentre il regresso del paese avanzava e i cittadini tornavano a essere disoccupati e sottopagati con i figli costretti a emigrare al Nord, senza una speranza.

Così il voto è andato altrove, alla rincorsa di un sogno e di un leader che promette strabilianti cambiamenti.

Riace e Lampedusa sono stati accomunati dalla stessa sorte elettorale e i giornalisti si sono sprecati in analisi assurde che parlano di “tradimento”. I riacesi e i lampedusani non erano santi prima e non sono mostri ora. Sono la fotografia di questo Paese: solidale al momento di aprire le case di fronte alla richiesta di aiuto ma incazzati nero con tutte le difficoltà della vita.

Ora si ricomincia, come in un gioco dell’oca si torna alla prima casella. È lo stesso Domenico Lucano che lo ricorda. Del resto il progetto di Città Futura, il villaggio globale è nato ben prima della fase amministrativa.

Ricominciare, dice la Mannoia nel suo testo Il peso della vita. E si ricomincerà. Non a caso la Fondazione “È Stato il Vento” ha preso il via il 15 maggio, con lo scopo di supportare la rinascita del borgo, far riaprire le botteghe, riportare vita in quei vicoli, pensare a un’accoglienza non istituzionale dei migranti. Un primo passo è stato fatto (grazie alla sottoscrizione di tante persone) con l’acquisto di una nuova sede, sempre a Palazzo Pinnarò. Tutti gli altri passi (e saranno molti) verranno di seguito anche grazie al premio “Antonio Feltrinelli” che la Rete dei Comuni Solidali ha ottenuto dall’Accademia dei Lincei per una “impresa eccezionale di alto valore morale e umanitario” proprio per un progetto su Riace.

(*) pubblicato su Volerelaluna.it e su Comune-info

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Giacomo manzilli (---.---.---.90) 14 luglio 11:44

    Ecco! Questo è buon senso. Solo che qui in Italia fa comodo a qualcuno di vivere sempre in emergenza. Così continuano a fare tutti i c**i propri alla grande.

    Migranti, ecco il piano italiano: «Zone franche per gli sbarchi e distribuzione dei rifugiati»

    di Federico Fubini

    14 lug 2019

    Il ministro degli Esteri Moavero Milanesi: «Lo presenterò in settimana al Consiglio Ue: corridoi umanitari per chi supera il vaglio. E per la ripartizione ci vuole un metodo con criteri oggettivi»

    Enzo Moavero Milanesi ci lavora dal giorno in cui fu nominato ministro degli Esteri poco più di un anno fa. Ne ha parlato giovedì scorso con il premier Giuseppe Conte e con Matteo Salvini, il ministro dell’Interno, ed esporrà queste idee domani a Bruxelles al Consiglio Affari Esteri per una riflessione con i colleghi europei. «Usciamo dalla tirannia delle emergenze e dell’emotività — dice — obiettivamente, sui flussi migratori sino ad oggi ogni Paese tende a reagire in maniera sovranista. Ma riusciremo a governarli solo con una vera politica europea equilibrata, fatta di molti elementi».

    Ministro, lei sta per presentare idee per un’azione europea sulle migrazioni con il suo collega di Malta Carmelo Abela. Come nascono? «Negli ultimi tempi, ci sono stati accordi sulla distribuzione dei migranti fra Paesi prima dello sbarco. Ma non possiamo continuare a procedere caso per caso, cercando ogni volta soluzioni d’emergenza. Bisogna trovare un meccanismo strutturato, di carattere stabile».

    Va superato il regolamento di Dublino, che obbliga i Paesi di primo sbarco a vagliare le domande di asilo? Molti governi non vogliono. «Dublino riguarda l’asilo, ma il Trattato Ue contiene norme per regolare le migrazioni in generale, non solo su come verificare le domande di asilo. Questo porta ad allargare la riflessione all’insieme dei flussi migratori: i migranti non cercano la costa italiana, greca o maltese. Cercano l’Europa. Dunque è in una cornice europea che va trovata una soluzione».

    Non teme una reazione scettica dagli altri governi? Vi diranno che l’unica politica dell’Italia è chiudere i porti. «Per governare simili flussi occorre una politica comune europea che stabilisca bene cosa si fa, collaborando. Gli Stati non vanno lasciati soli ad affrontare l’emergenza con strumenti parziali e inevitabilmente egoistici. Il Trattato Ue parla di politiche europee sui flussi migratori e, quindi, va oltre il semplice riconoscimento del diritto di chiedere asilo o protezione internazionale».

    A cosa pensa? «Il primo livello è fare di più prima che le persone inizino a migrare. Occorrono investimenti maggiori, con finanziamenti sufficienti, nei Paesi dai quali si parte: progetti mirati a rafforzare il tessuto sociale o mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Le risorse necessarie sono ingenti e proprio per questo il tema deve entrare nei negoziati sul Quadro finanziario europeo 2021-2027. Per raccoglierle, si può pensare anche all’emissione di appositi titoli europei di debito».

    Le persone continueranno comunque a partire, non trova? «Per questo è giusto che quei migranti che legittimamente chiedono asilo possano farlo in luoghi il più possibile vicini a quelli che sono costretti a lasciare. Per esempio, un rifugiato da un paese in guerra dovrebbe poter far esaminare la sua domanda di asilo presso un ufficio europeo nel più vicino Stato in pace, prima di affrontare un viaggio lungo e sempre drammatico. E se l’asilo viene riconosciuto, il rifugiato dovrebbe viaggiare verso l’Europa attraverso corridoi umanitari senza dover pagare i trafficanti. L’Ue deve garantire trasporti normali, voli charter come ne sono stati fatti anche di recente verso l’Italia per persone di cui si sapeva già che avevano diritto all’asilo. Chi ha diritto all’asilo deve poter viaggiare in condizioni degne, non in mano a criminali».

    Significa che ci sarebbe una distribuzione dei rifugiati in Europa? «Il sistema funziona solo se un numero sufficiente e consistente di Stati Ue aderisce. Specie i più grandi. Per la ripartizione ci vuole un metodo con criteri oggettivi e chiari. Inoltre, gli uffici europei per la valutazione delle domande di asilo, se funzionano bene, potrebbero anche vagliare domande di lavoro fatte da chi emigra per ragioni economiche o a causa dei radicali mutamenti climatici. Se trovassero offerte di lavoro in qualche Paese europeo, anche queste persone potrebbero cosi viaggiare al sicuro».

    Non pensa che ci saranno sempre persone che si metteranno in mano ai trafficanti, aggirando i centri europei di filtro in Africa? «Per quello ci vuole una seria organizzata lotta al traffico di esseri umani, con più cooperazione fra le forze di polizia e di sicurezza europee».

    Ciò implica riportare missioni navali europee nel Mediterraneo? «Sì, ma stabilendo regole idonee. Il salvataggio in mare è un dovere antico, previsto da tutte le convenzioni ed è un obbligo morale. Le missioni europee nel Mediterraneo servono vari obiettivi, ma non possono continuare a prevedere che tutti i salvati siano portati in Italia. Nessun Paese può diventare la piattaforma europea degli sbarchi e, per le regole di Dublino, del vaglio delle domande di asilo e di ogni onere connesso. Senza contare che, nelle more dopo la domanda, molti richiedenti si allontanano, varcando anche la frontiera e creando questioni con gli Stati confinanti».

    Il filtro in Italia però è ciò a cui altri Paesi pensano. Come se ne esce? «C’è una strada per ridurre gli oneri per lo Stato dove sbarcano i migranti. Lo sbarco va scollegato dal concetto di ‘primo arrivo’ stabilito da Dublino e i migranti andrebbero accolti in ‘aree franche’ da crearsi nei vari Paesi Ue».

    Non rischiano di diventare centri di detenzione europea sui porti dell’Italia o della Grecia? «No. Si tratterebbe di centri controllati, un’idea presente già nelle conclusioni del Consiglio europeo di un anno fa. Tutti i Paesi Ue affacciati sul Mediterraneo potrebbero averne. Ma il soggiorno di chi sbarca sarebbe di pochi giorni, perché poi le persone andrebbero subito distribuite anche in altri Stati Ue dove si verificherebbe il loro diritto all’asilo. Così, operando su numeri ripartiti e minori, tutto procederebbe meglio».

    Quando le domande d’asilo vengono respinte, i migranti diventano irregolari e non rientrano nei loro Paesi. Perché i governi Ue dovrebbero accettare questo rischio, oggi in gran parte su Italia e Grecia? «Un punto nodale sono gli accordi di riammissione con i Paesi d’origine dei migranti. Oggi ne abbiamo pochi e con tanti limiti. Ma se fosse l’Unione europea a stipularli, avrebbe molto più peso negoziale. Anche perché potrebbe collegarli ai suoi investimenti nei medesimi Paesi d’origine, di cui dicevo prima».

    Lei pensa che ci sia spazio per un accordo del genere oggi in Europa? «È quello che vogliamo verificare. Per un’azione efficace, bisogna agire alla sorgente e non solo alla foce dei flussi. Questa è una proposta per un approccio europeo: richiede quel salto di qualità finora mai fatto. Perché funzioni, serve una volontà politica solidale che eviti l’arrocco sovrano di ciascuno Stato nel suo ‘particulare’».

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