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Reddito di cittadinanza | Perché serve evitare commistioni tra politiche sociali e del lavoro

Egregio Titolare,

insistere sulla sostenibilità, oggettivamente molto dubbia, del reddito di cittadinanza non ha forse molto senso, anche l’altrettanto oggettiva scarsa probabilità di vederlo realizzare, visto che ciò presupporrebbe la formazione di un Governo ad oggi piuttosto complicata. 

di Luigi Oliveri

 

Il tema, tuttavia, resta di estremo interesse perché il confronto tra il progetto di reddito di cittadinanza (che resta per ora solo un progetto) ed il reddito di inclusione (Rei), invece già, operante, è al centro dell’attenzione e dell’esame di alcuni (in particolare, Ella, caro TitolareChiara Saraceno su LaVoce.info e Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano del 14 marzo 2018).

Queste analisi approfondite probabilmente mettono in luce uno dei maggiori difetti comuni tanto al reddito di cittadinanza, quanto al reddito di inclusione: la commistione tra politiche attive del lavoro e politiche sociali vere e proprie, che finisce per rendere sostanzialmente inefficaci le prime ed eccessivamente complesse e condizionate le seconde.

Il reddito di cittadinanza soprattutto, e comunque in larga misura anche il Rei, partono dal presupposto che la mancanza di lavoro sia di per sé stessa causa e fonte della povertà. Il reddito di cittadinanza, quindi, apposta rimedi orientati in grande prevalenza ad attivare politiche del lavoro come condizione della sua erogazione; il Rei subordina, comunque, il sussidio attribuito in base alla valutazione delle condizioni di povertà (fondate su Isee e valutazioni tecniche dei servizi sociali) all’attivazione di politiche del lavoro, più o meno intense in relazione alla considerazione che la disoccupazione sia valutata come causa principale, invece che incidentale, della situazione di povertà.

Si tratta di approcci che non tengono nella dovuta considerazione la necessità di differenziare l’azione di contrasto alla povertà, rispetto a quella dell’aiuto alla ricerca di lavoro: differenza che, se fosse ben colta, porterebbe a distinguere correttamente il target dei destinatari. Da un lato coloro che vivono sotto una soglia definita di povertà; dall’altro i disoccupati.

Si tratta di due mondi simili ma che non necessariamente si incontrano. Vi possono essere disoccupati che, tuttavia, non sono poveri, per molte ragioni: perché comunque il reddito complessivo del nucleo familiare scongiura questa situazione, oppure perché si tratta di una disoccupazione intesa come transizione da un lavoro all’altro sorretta da una prestazione previdenziale come la Naspi, oppure perché è una disoccupazione derivante dalla stagionalità del lavoro svolto.

Simmetricamente, possono esservi occupati poveri: perché impiegati per troppo poco tempo in un anno, perché impiegati con un part time troppo ampio, perché il loro reddito non è sufficiente a coprire le necessità del nucleo familiare, specie se intervengano casi di malattie senili o croniche o da dipendenze, o situazioni di separazione tra coniugi con obblighi alimentari difficilmente sostenibili o semplicemente perché, questo vale in particolare per gli autonomi, il mercato non consente un guadagno sufficiente.

La povertà “profonda”, quella oggetto in particolare di attenzione del Rei spessissimo non è causata di per sé dalla disoccupazione: è vero forse il contrario (ovviamente non sempre). Infatti, questo tipo di povertà dipende non di rado i da situazioni sociali escludenti: ludopatie, malattie croniche, bassissima scolarità, creazione troppo precoce di nuclei familiari, dipendenze da alcol e droghe, problemi con la giustizia, mancanza di casa, mancanza di servizi efficienti di assistenza a figli (asili nido) o genitori o parenti anziani.

Per questo tipo di situazioni, molte volte la risposta lavorativa non è una soluzione praticabile. Alcuni banali esempi: se la situazione di povertà non consente nemmeno il possesso di un mezzo di locomozione privato, possibilità di lavoro in zone industriali o artigianali, poco servite da mezzi pubblici, sono praticamente nulle; oppure, un coniuge che non ha mai lavorato né maturato esperienze immediatamente spendibili e che per qualsiasi ragione si trovi senza più l’altro coniuge e a dover badare a figli molto piccoli, ha immediato bisogno di un tetto, del latte, dell’assistenza e questa assistenza potrebbe essere seriamente compromessa proprio dall’accettazione di una proposta di lavoro, in mancanza dell’inserimento in un asilo nido.

L’esperienza di quelle realtà nelle quali, anche grazie all’aiuto di finanziamenti privati non di rado provenienti da fondazioni bancarie, sono stati attivati nel decennio precedente iniziative di politica attiva per persone caratterizzate da svantaggi lavorativi e sociali, insegna che nella gran parte dei casi queste persone, pur riattivate, pur accompagnate ad esperienze formative, di tirocinio e di ricerca attiva di lavoro, rientrano nella condizione di partenza.

Non pochi dei fruitori del Rei e di iniziative territoriali sono, poi, una sorta di specialisti del sussidio: sempre entro le soglie di reddito e di valutazione sociale per essere inseriti nei progetti, ma mai o molto difficilmente capaci di acquisire una concreta spendibilità nel mercato del lavoro, in termine di competenze, capacità di rispettare orari, regole comportamentali ed obbligazioni di altra natura.

Queste persone è molto difficile inserirle. Né i centri per l’impiego pubblici, né le agenzie private possono avere molte chance di segnalarle con successo ai datori di lavoro.

L’attivazione di politiche del lavoro efficaci ed estese, allora, caro Titolare, dovrebbe essere un’attività ordinaria, non connesse ad un target di poveri, che senza progetti come il RdC o il Rei forse nemmeno penserebbero lontanamente di cercarlo, il lavoro.

 

Le politiche attive sono azioni di aiuto alla comprensione delle proprie capacità e vocazioni, ad eventuali lacune formative, per portare ad una formazione continua che assicuri o l’acquisizione di nuove competenze o il rafforzamento di quelle possedute.

Lo strumento principe di sostegno alla situazione del disoccupato che cerca lavoro è innanzitutto la Naspi. I centri per l’impiego dovrebbero essere fortemente rafforzati, a prescindere dall’introduzione del reddito di cittadinanza, perché troppo carenti per svolgere anche le funzioni “ordinarie” sintetizzate sopra. Affiancare alla politica “passiva”, la Naspi, una robusta capacità di intercettare la domanda di lavoro delle aziende è la strada necessaria per attivare le politiche attive. Il problema, semmai, si sposta nella necessità di individuare strumenti che incentivino le aziende a manifestare una domanda troppo spesso opaca e nascosta.

Le politiche sociali dovrebbero interessarsi di target specifici ed agire sui bisogni sociali, che spesso sono primari e solo una volta che si siano risolti in modo assestato, sì che un’attività formativa e lavorativa possa essere sostenuta davvero, passare ad un collegamento col mono del lavoro, mediante una collaborazione tra servizi sociali e servizi per il lavoro che, però, sarebbe opportuno avvenisse in modo molto più semplice e lineare del rococò del Rei.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di GeriSteve (---.---.---.122) 17 marzo 21:41

    REDDITO DI CITTADINANZA: risolve problemi o li crea?

     

    Condivido: L’idea del reddito di cittadinanza è valida, perchè è inacettabile che un cittadino incolpevole soffra per la sua dignità e per le sue necessità, ma dietro quel reddito ci sono tanti problemi. Alcuni sono molto bene espressi in quest’articolo.

     

    Io ne aggiungerei almeno un paio.

     

    C’è un problema di GIUSTIZIA SOCIALE, analogo a ciò che è successo quando si sono elevate le pensioni minime: gente che per tutta la vita ha lavorato e si è pagata i contributi che poi si è ritrovata con la stessa pensione di chi non ha mai lavorato o che si è arricchito lavorando in nero.

    Il reddito di cittadinanza dovrebbe essere bilanciato con lavori socialmente utili, apprendistato e altro, altrimenti è altamente probabile che ci si ritrovi con situazioni in cui uno che non lavora stia meglio (forse anche molto meglio) di uno che lavora.

    Ricordiamoci che c’è chi fa lavori altamente stressanti, chi lavora con stipendi bassi, chi con lavoro precario, chi per lavorare è costretto a traslocare dove non ha casa, non ha amicizie, dove la vita costa di più, a sostenere spese connesse con il suo lavoro (auto, vestiario, parrucchiere...).

    Impedire tutte queste possibili ingiustizie sociali è molto difficile, conviverci è pericolosissimo: chi lavora potrebbe preferire il reddito di cittadinanza al suo lavoro.

     

     

    C’è poi un problema di IDENTITA’ e GRATIFICAZIONI PERSONALI nel caso che la situazione di reddito di cittadinanza si prolunghi nel tempo: che ruolo sociale avrebbe uno che non lavora e vive di quel reddito? un perdente? un fallito? un parassita? un privilegiato? un furbo?

    E cosa farebbe nel suo tempo libero quel "cittadino"? quale sarebbe la sua "ragione di vita"? si annoierebbe? giocherebbe d’azzardo? si drogherebbe?

    E se invece si costruisse dei suoi buoni interessi positivi culturali, sportivi o in altre passioni, accetterebbe poi di perderli per andare a lavorare?

     

    Porre tutti questi problemi può essere il pretesto per non farne niente, ma non porseli sarebbe un suicidio. La via del fare facendo bene è difficile e stretta.

     

    Ci aggiungo un terzo problema: l’istituzione di un reddito di cittadinanza sarebbe una scelta REVERSIBILE?

    Se si arrivasse alla conclusione che i problemi che causa sono insostenibili e si decidesse di abolirlo cosa succederebbe? Rivolta sociale? suicidi di massa? nascita di associazioni a delinquere per autosostentamento?

     

    GeriSteve

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