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Protezionismo imperialista, verde e moralmente superiore di Elizabeth Warren

Tra i numerosi piani d’azione di Elizabeth Warren, concorrente Democratica alle presidenziali, spicca quello sul commercio internazionale. In esso, la senatrice del Massachusetts tenta, con grande equilibrismo, di conciliare due aspetti della politica americana: l’internazionalismo illuminato ed il protezionismo. Intrigante, no?

Il pr

Alla base di tutto, per Warren, deve esserci l’allineamento dell’agenda commerciale americana con gli interessi delle famiglie statunitensi. In pratica, per riuscire a vendere negli Usa, gli altri paesi dovranno dimostrare di rispondere a standard minimi non solo riguardo a lavoro e diritti umani ma ad una molteplicità di requisiti, tra cui: libertà religiosa, contrasto al cambiamento climatico (adesione all’Accordo sul clima di Parigi) con programma di riduzione di emissioni verificato da una parte terza, eliminazione di ogni sussidio pubblico a combustibili fossili, partecipazione al progetto antievasione ed elusione fiscale promosso dall’Ocse, non comparire nella lista di “manipolatori valutari” aggiornata dal Tesoro statunitense. Ed altro.

Gli stessi Stati Uniti non rispettano tutte le “condizioni” di Warren, e dovranno quindi adeguarsi. Prevista anche una border carbon tax per “equalizzare” le importazioni da paesi che non rispettano i programmi di riduzione della CO2. Idea tanto suggestiva quanto pressoché inapplicabile nella realtà, visto il trascurabile dettaglio delle catene di fornitura. Ma forse Warren vede e prevede un futuro senza catene, di ogni sorta.

Ma c’è molto altro, motivo per cui vi invito a leggere tutto il “piano” di Warren. Da segnalare la riforma della WTO, con la nuova designazione di “economia non sostenibile” per i paesi che hanno standard di lavoro ed ambientali troppo bassi. Se pensate che questo sia il libro dei sogni, lo è. Ma è un libro dei sogni che attira molto interesse anche nelle nostre misere lande, dove ci si batte come leoni contro il “neoliberismo”, meglio se con molte b, e dove ci sono politici convinti che chiedere l’allineamento degli “standard” dei paesi da cui acquistiamo sia il modo per evitare un declino economico che appare ormai difficilmente reversibile.

La differenza tra le aspirazioni degli italiani e quelle di Elizabeth Warren è che gli Usa possono effettivamente tentare di sterzare e condizionare gli standard del commercio mondiale. O almeno così credono quelli che non riescono a comprendere che il mondo ha smesso da molto tempo di essere unipolare, ammesso che mai lo sia stato.

La cosa sicuramente più suggestiva è che, mediante questo piano, Warren pensa davvero di promuovere la tutela “delle famiglie americane” ed al contempo l’innalzamento delle condizioni di vita di quelle del resto del pianeta. Un gendarme buono ed eticamente universalista, in pratica. Bene avere degli ideali ma sarebbe utile non allontanarsi troppo dalla realtà.

Se dovessero applicare ora questi standard, gli Stati Uniti praticamente smetterebbero di commerciare col mondo. O meglio, smetterebbero di importare quasi tutto ma riterrebbero di dover continuare ad esportare in quanto luce guida del mondo, occidentale e no.

A voler essere cinici, potremmo anche immaginare che questa iniziativa serva agli americani per “esportare la democrazia” in punta non di cannoni ma di commercio. Ma non serve essere cinici, visto che è la stessa Warren ad ammetterlo candidamente:

Oltre a richiedere l’implementazione dell’accordo di Parigi sul clima e l’eliminazione di sussidi ai combustibili fossili come precondizione per qualsiasi accordo commerciale, ho già proposto un Green Marshall Plan per dedicare 100 miliardi di dollari ad aiutare altri paesi ad acquistare ed installare la tecnologia energetica pulita prodotta negli Stati Uniti.

Come è buona lei, senatrice Warren: vuole aiutare il mondo a dotarsi di tecnologie verdi rigorosamente Made in USA, esattamente come ambisce a mantenere e rafforzare il Buy American, altro meccanismo protezionista, sia pur depotenziato, che serve a tenere alti i costi per il contribuente americano nel procurement pubblico.

Il rischio, o la certezza, di questo protezionismo per il bene dell’umanità sarebbero forti aumenti di prezzo di molti beni per le famiglie americane. Ma forse quello non è un problema perché Warren procederebbe con la sua mega patrimoniale, ed “equalizzerebbe” tutto.

Alla fine, non si inventa nulla. Invocare un protezionismo da “asticella elevata” per proteggere i produttori interni è certamente più “nobile” della rozzezza di Donald Trump, fatta di odi al carbone, anche se i danni ai consumatori sono pressoché gli stessi. Anche la “proiezione di potenza” mediante immancabile Piano Marshall di tecnologie pulite fa parte della storia.

Scontato che una presidenza Warren fischierà falli ai propri (reali) concorrenti non già sul lavoro minorile ma su ben altri aspetti. La minaccia per le “famiglie americane” non sono certo i ragazzi del Bangladesh che cuciono palloni. Quindi è probabile che servirebbero nuove asticelle etiche per legittimare il protezionismo. Ma siamo certi che Warren troverebbe qualcosa di moralmente superiore anche contro l’Unione europea, alla bisogna.

Sempre se fossimo cinici, diremmo che quello di Elizabeth Warren è il programma di Trump solo più smartgreen e moralmente superiore, persino nella nuova versione di imperialismo che promuove.

Foto: Gege Skidmore/Flickr

Questo articolo è stato pubblicato qui

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