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Perché l’America non condanna Israele

C’e’ un motivo per il quale gli Stati Uniti non hanno ancora condannato Israele per il maldestro attacco contro una flotta turca che cercava di rompere il blocco di Gaza...
In un momento in cui tutto il mondo esprime la sua ira contro lo stato ebraico, Obama non solo si rifiuta di condannare l’attacco ma addirittura si dichiara “l’unico amico di Israele”. Ci vuole un gran coraggio.

Come mai Obama, che aveva iniziato la sua presidenza con toni decisamente diversi verso Tel Aviv rispetto al suo predecessore, ha deciso di prendere questa strada? Se lo chiedono in molti in questi giorni. In realtà è una scommessa (molto rischiosa) del presidente americano.

Il momento per la sventurata azione militare israeliana non poteva essere peggiore: stavano per iniziare negoziati di pace tra Israele e lo Stato palestinese; il Consiglio di Sicurezza dell’ONU stava per iniziare a vagliare l’ipotesi di ulteriori sanzioni contro l’Iran; e la Turchia, che una volta era il più grande amico di Israele tra i paesi musulmani, si sta spostando lentamente verso un islamismo più estremo.

Inoltre, l’azione militare israeliana sposta l’attenzione del pubblico mondiale dalle sanzioni contro l’Iran (che era un l’obiettivo primario del governo Netanyahu) al blocco della Striscia di Gaza. Tra le altre cose, il blocco non sta avendo il successo sperato. Anche se riesce nell’intenzione di tenere armi e materiali edili fuori da Gaza l’obiettivo politico (quello di minare la leadership di Hamas nella Striscia) sta chiaramente fallendo.

Considerando che sui battelli turchi c’erano cittadini di molti paesi diversi si capisce l’ira internazionale contro Israele. Allora perché Obama, che finora ha incontrato tanta difficoltà a limitare le azioni espansionistiche del governo di Netanyahu, non si è unito al coro di sdegno? La verità è che Obama spera di usare il sostegno in questo momento come un arma per influenzare maggiormente il governo d’Israele su questioni più importanti e di lungo respiro.

La casa Bianca ha due obiettivi principali nei confronti d’Israele:

il primo è un allentamento del blocco di Gaza. Obama è convinto che il blocco abbia creato più problemi allo stato ebraico che ad Hamas. La povertà aumentata grazie al blocco di materiali edili e il disastro umanitario creato dalla mancanza di medicinali, che arrivano, ma in quantità decisamente insufficienti, a sentire le agenzie internazionali, contribuisce a dipingere Israele come uno “Stato canaglia”, per usare un termine caro al grande amico di Tel Aviv, George W. Bush.

Il secondo obiettivo è di creare un clima più favorevole per i negoziati con i palestinesi. Negli ultimi incontri l’Autorità Palestinese aveva mostrato disponibilità a fare concessioni, aumentando la precedente offerta di concedere il 2% della terra sulla loro parte del confine pre-1967 tra Israele e Palestina. Ma il governo Natanyahu, che include partiti di estrema destra, non si è ancora espresso al riguardo. Esistono partiti nella coalizione di governo che non credono nella possibilità di arrivare alla pace con i palestinesi e le loro azioni per minare i negoziati di pace sono ormai sotto gli occhi di tutto il mondo. Inoltre, ci sono diverse questioni che andrebbero affrontate, come lo stato della città di Gerusalemme e il diritto dei palestinesi di tornare nelle terre sequestrate da Israele.

Ma gli obiettivi americani fin d’ora si sono scontrati contro un muro impenetrabile. Lo scorso marzo, lo smacco arrivò al culmine quando il governo Netanyahu dichiarò pubblicamente che avrebbe ripreso a costruire nei territori occupati di Gerusalemme in un momento in cui Washington lavorava sodo per portare pace in Medio Oriente. La cosa più grave è che l’annuncio arrivò proprio durante una visita del Vice Presidente americano, Joe Biden. Obama si infuriò e Netanyahu si giustificò sostenendo che fu un imboscata della componente estremista del governo a fare l’annuncio, per poi ritrattare sostenendo che Israele aveva il diritto di costruire ovunque nella città Santa. Poche settimane dopo il suo governo bloccò, in silenzio, i permessi per costruire.

Il nuovo approccio morbido di Obama verso Israele è un grosso cambiamento rispetto all’aggressività dei suoi primi interventi. Il presidente americano sa che ora Israele ha un gran bisogno di alleati e che essendo l’unico paese disposto a difenderlo in un momento cosi’ cruciale, Netanyahu non potrà più respingere con tanta arroganza le richieste di Washington.

Ciò non toglie che Obama è il presidente americano meno amato dagli israeliani e che seguirlo su questo terreno avrebbe un costo politico per Netanyahu. Se il governo israeliano e alcuni dei suoi alleati avranno il coraggio di rompere con la componente di estrema destra nella coalizione, allora Obama avrà vinto la scommessa. L’alternativa è un possibile isolamento dello stato ebraico, ma questa ipotesi non solo non porterà nulla di buono per il mondo e per il Medio Oriente, ma sancirà l’ennesimo fallimento dell’agenda di Obama in un momento in cui il sostegno del pubblico americano per la sua amministrazione è in netto calo per le molte promesse non mantenute su questioni domestiche.

dalla redazione di Campidoglio.org

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