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Perché così poche donne nei consigli di amministrazione?

Oramai lo abbiamo capito. Le imprese che ritengono e promuovono donne capaci e preparate hanno delle performance migliori di quelle in cui solo gli uomini sono rappresentati in posizioni di decisione e comando. Le donne tendono a prendere decisioni in modo più concertato e meno personalistico e hanno comportamenti più risk-adverse. Durante la crisi economica e finanziaria degli ultimi anni, molti economisti hanno detto che le imprese guidate da donne si sarebbero dimostrate più capaci di affrontare positivamente la crisi, a vantaggio proprio e dei propri impiegati.

Nonostante questo, molte poche sono le imprese con una presenza femminile importante nei consigli di amministrazione (cda). Negli Stati Uniti, questa presenza è del 16.6%, Nell’Unione Europea, la media è del 13,7% e nell’Italia del 6% (Women in economic decision-making in the EU: Progress report). Il parlamento e il Consiglio Europeo stanno ora analizzando una proposta di direttiva tesa a incoraggiare i membri dell’Unione a prendere le misure necessarie per far crescere fino al 40% le donne nei cda delle grandi società (più di 250 dipendenti e un fatturato annuo superiore ai 50 milioni di euro ) entro il 2020.

In Italia, nel 2011, è stato approvato un decreto legge che prevede l’obbligo per le società quotate in mercati regolamentati di includere una rappresentanza femminile nei cda di un quinto da quest’anno e un terzo dal 2015. Nonostante i progressi legislativi, l’applicazione della legge non sarà facile e molte imprese se ne stanno già rendendo conto. La ragione è che poche donne riescono a raggiungere i più alti livelli nel mondo imprenditoriale, a causa delle barriere culturali, sociali ed economiche che rendono la permanenza al top molto difficile per le donne.

L’origine del problema, come ci si può immaginare e come confermato dall’Harvard Business Review, è sociale, culturale ed economica, con profonde implicazioni a livello di politiche pubbliche e pratiche corporative. Socialmente, per noi donne, è più accettabile mettere in stand-by la mia carriera per dedicarsi ai figli di quanto non lo sia per i nostri mariti. Per questo, in molti paesi esistono politiche che proteggono, almeno in parte, la nostra scelta di maternità con congedi parentali e non la loro scelta di paternità.

Culturalmente, il lavoro per le donne con figli è considerato come una scelta e non un obbligo, anche se alle volte ciò non rispecchia le necessità economiche delle famiglie. Per questo, il sentimento di colpa per le ore passate al lavoro, lasciando i figli nelle mani di altri, colpisce le donne molto più di quanto non colpisca gli uomini e dunque disincentiva la scelta di tornare lavorare, dopo la maternità, con i ritmi lavorativi che richiede una carriera ad alto livello.

Economicamente, noi donne guadagniamo, in genere, meno dei nostri mariti, a parità di competenze e percorsi accademici. Per questo, per considerazioni puramente pragmatiche e di bilancio familiare, qualora sia impossibile coniugare entrambe le carriere con l’attenzione ai figli, spesso ci troviamo a dover essere noi a rinunciare, temporaneamente o permanentemente, alla carriera. Una rinuncia che spesso avviene proprio intorno ai trent’anni, quando potremmo iniziare ad assumere posizioni di management, ma dobbiamo lasciarle ai nostri compagni perché i trent’anni coincidono per noi con la scelta riproduttiva.

Eppure non deve essere così. Magari l’orologio biologico non cambierà, ma i paradigmi sociali, economici e culturali dipendono da noi e come tali possono essere migliorati per arrivare a società più eque. Gli esempi sono tanti. Politiche di lavoro flessibili e licenza di paternità e maternità obbligatoria per uomini e donne. Servizi a basso costo per l’attenzione ai bambini. Educazione di genere nelle scuole per cambiare i paradigmi culturali delle nuove generazioni. Programmi che promuovano sponsorship per le donne nel mondo corporativo, come esistono già de facto per gli uomini.

Le quote rosa nei consigli di amministrazione sono un bel passo avanti. Ora però aspettiamo quelle riforme sociali e culturali che permettano alle donne di trarre beneficio di queste quote ed alle imprese di trarre beneficio della loro intelligenza e creatività. Ma soprattutto, che permettano al Paese di promuovere una società più prospera e giusta.

 

Commenti all'articolo

  • Di paolo (---.---.---.44) 18 dicembre 2012 12:08

    Cara Lucina l’articolo è la plastica dimostrazione di un teorema di bourbakiana memoria che ,partendo da un postulato non vero si può logicamente dedurre una tesi vera .

    Ovvero non è affatto dimostrato che le imprese che promuovono donne capaci e preparate abbiano performance migliori di quelle che hanno solo rappresentanza ai livelli più alti di genere maschile ,mentre è sicuramente vero che le imprese che promuovono sia coglioncelli maschi che femmine sono destinate a performance negative .

    Del tutto vero invece che le aziende più sane aprono ai contributi al femminile ,dal momento che è indiscutibile il pregio della maggior concretezza che hanno le donne rispetto agli uomini .
    Evviva le donne!!

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