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Paramilitari colombiani in Venezuela

Sempre più frequenti le scorribande delle bande criminali (Bacrim). L’ultimo episodio il 4 novembre scorso, quando un gruppo della Guardia nazionale bolivariana è caduto in un’imboscata, ma è dalla fine degli anni Novanta che i paramilitari entrano ed escono a piacimento dagli stati venezuelani alla frontiera con la Colombia.

Il Venezuela continua ad essere sotto pressione. Dai grandi gruppi di comunicazione internazionali alle potenze mondiali (a partire dagli Stati uniti) non passa giorno senza che Caracas non sia tirata in ballo, basti pensare alla guerra umanitaria ventilata più volte per far cadere Maduro, alla reale e gravissima crisi economica che sta attraversando il paese e alla costante delegittimazione a prescindere del governo bolivariano. Si parla assai poco, invece, della presenza del paramilitarismo colombiano che opera da tempo alla frontiera tra i due paesi ed è funzionale alla strategia della tensione messa in atto da tutti presidenti della Colombia che si sono alternati a Palacio Nariño nel tentativo di destabilizzare il Venezuela con il beneplacito e la protezione degli Stati uniti.

Un ottimo lavoro di controinformazione è stato promosso dalla Venezoelana de Televisión, che fa risalire i primi sconfinamenti dei paras nel proprio paese alla seconda metà degli anni Novanta, quando l’ex leader delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), Carlos Castaño, già si riuniva con i terratenientes veenzuelani negli stati di frontiera di Zulia, Táchira e Barinas. A partire dal 2003 gli scontri tra i paramilitari e l’esercito venezuelano iniziarono a crescere di intensità, soprattutto a seguito dell’addestramento, da parte delle Auc, di venezuelani intenzionati a rovesciare il governo del proprio paese. Fu lo stesso Castaño a rivelarlo, in un’occasione, con parole inequivocabili: “Tenemos gente dictando instrucción en territorio venezuelano. Mantenemos comunicación. Es un proceso de gestación”.

Non è un mistero nemmeno il fatto che gruppi di paramilitari colombiani abbiano partecipato, in prima fila, alle barricate promosse dall’oligarchia caraqueña per far cadere Hugo Chávez, così come non è un segreto che le tecniche per le guarimbas che hanno bloccato la capitale e provocato la morte e il ferimento non solo di militanti chavisti, ma anche di cittadini comuni, siano state messe in pratica su suggerimento dei paramilitari colombiani, nel frattempo riciclatisi nelle Bacrim (Bandas Criminales). Ad esempio, pare che ci fossero i paras dietro alla morte del giovane deputato del Psuv Robert Serra, impegnato proprio a scoprire i legami tra la destra golpista venezuelana e quella latinoamericana.

L’ultimo episodio di destabilizzazione risale allo scorso 4 novembre quando un gruppo di militari della Guardia nazionale bolivariana (Gnb) è stato vittima di un’imboscata nel quartiere Escondido del municipio di Atures, nello stato di Amazonas. In quell’occasione sono morti tre giovani militari venezuelani ed altri otto sono rimasti feriti. Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino López, ha evidenziato come l’accaduto rappresenti una rappresaglia di fronte alla cattura, altrettanto recente, di nove paramilitari colombiani attivi nei gruppi Las Aguilas Negras, Los Urabeños e Los Rastrojos, tutti facenti capo alle Bacrim.

La destabilizzazione del Venezuela non avviene solo a livello militare, ma anche sul piano istituzionale. Ad esempio, il governo colombiano insiste nelle insinuazioni che evidenziano come la seconda guerriglia del paese, l’Ejército de Liberación Nacional (Eln), godrebbe di un certo sostegno da parte di Caracas soprattutto a proposito dello sfruttamento e del commercio dell’oro proveniente dall’Arco Minero del Orinoco. Tuttavia, nonostante le continue ingerenze, sul piano politico e su quello militare, il governo colombiano non ha mai subito alcun richiamo. Eppure lo scopo del paramilitarismo colombiano, nato alla fine degli anni ’70 come supporto alle organizzazioni di estrema destra per combattere le forze guerrigliere di sinistra, è sempre lo stesso: autofinanziarsi con il narcotraffico e svolgere il lavoro sporco per conto di altri, che si tratti dell’estabilishment colombiano o dei grandi proprietari terrieri e della grande borghesia venezuelana. Tutto ciò è emerso con evidenza anche in occasione del caso della Finca Daktari del 9 maggio 2004, quando il proprietario finquero, Robert Alonso la elesse a sede dei paramilitari colombiani il cui scopo era uccidere Hugo Chávez. In quell’occasione si comprese che Alonso era un oppositore radicale del chavismo e che erano a conoscenza di quanto stava accadendo nella finca, tra gli altri, Pedro Carmona Estanga, l’allora leader della Confindustria venezuelana autoproclamatosi per brevissimo tempo presidente del paese a seguito del golpe dell’aprile 2002, il deputato adeco Rafael Marín ed uomini politici colombiani assai vicini ad Álvaro Uribe, all’epoca presidente della Colombia e da sempre assai indulgente verso i paramilitari, tanto da riceverli anche in Parlamento.

Spesso sui giornali viene dati spazio alla crisi economica che attanaglia il Venezuela e spinge centinaia di migliaia di persone a migrare cercando di rifugio in Colombia. Di questa emergenza migratoria viene incolpato il governo bolivariano, ma nessuno parla delle continue scorribande dei paramilitari colombiani in Venezuela, segno evidente che pur di far cadere Maduro e il chavismo tutto è ritenuto lecito, anche servirsi dei paras.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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