La Resistenza del margine
Recensione al libro di Silvia Folchi, presidente del comitato provinciale Anpi di Siena, dedicato alle storie delle antifasciste, delle sovversive e delle partigiane del territorio senese.
La Resistenza del margine ha il merito di raccontare la lotta per la Liberazione dal punto di vista femminile. Per anni le partigiane non hanno parlato della loro esperienza, escluse alcune eccezioni, e ancor meno sono quelle che hanno assunto incarichi istituzionali.
Il libro di Silvia Folchi, presidente del comitato provinciale Anpi di Siena, grazie ad un ottimo lavoro sia a livello storiografico sia per quanto riguarda la raccolta di molteplici testimonianze orali, serve per far rivivere le storie delle antifasciste, delle sovversive e delle partigiane della provincia di Siena da un punto di vista assai particolare e ancora poco studiato, quello di donne che si muovono, appunto da un margine, quello della casa, dove erano inquadrate in relazioni familiari piuttosto rigide, per dare un contributo fondamentale nella sconfitta del fascismo, ma tornare, subito dopo, ad occupare lo spazio da cui erano venute, spesso nelle retrovie. È forse anche per questo che solo sette di loro sono ricordate nella toponomastica della provincia senese a fronte di quante hanno rischiato il carcere, l’arresto o hanno messo a repentaglio la loro vita.
Al ritorno della democrazia le donne hanno finito per ritirarsi dal potere, esercitato invece da molti partigiani uomini in quello che l’autrice definisce come un «antifascismo virile». È l’Archivio per il servizio riconoscimento qualifiche e per le ricompense dei partigiani a restituire loro dignità. Nelle schede Ricompart sono infatti ben 113 le senesi rintracciate, tra combattenti e patriote, ma ci sono molte che, pur non partecipando ad azioni di lotta armata, hanno offerto comunque un supporto fondamentale alle brigate partigiane, nascondendo, a costo della loro stessa vita, antifascisti feriti o ricercati dai nazifascisti o dando informazioni utili sugli spostamenti delle milizie alla ricerca dei ribelli.
Tutto ciò, argomenta Silvia Folchi, si spiega, in parte, nel confine molto labile tra resistenza organizzata e resistenza civile, tanto che sono molte le donne ad aver contribuito alla Resistenza a non considerarsi partigiane, ma semplici collaboratrici, e, per questo, non si rivolgono alla Commissione preposta a rilasciare il riconoscimento di patriota o partigiana stessa, da cui sarebbero derivati anche dei benefici economici.
Tra gli atti di eroismo delle donne, che le rendono a buon diritto protagoniste imprescindibili della Resistenza, vi sono, ad esempio, i Gruppi di Difesa della donna e le donne armate di padelle. Sono loro in prima fila, sfidando la repressione fascista, a presentarsi di fronte alle caserme dei carabinieri per chiedere il rilascio dei renitenti alla leva e, sempre loro, a mobilitarsi contro il carovita, la mancanza del cibo e per invitare la popolazione a scendere nelle piazze e nelle strade contro il nazifascismo. Impossibile citare tutti gli episodi raccolti, con dovizia di particolari, dall’autrice, in cui le donne compiono atti eroici, così come tutte le collaboratrici che raccolgono lana per maglie e calze e si adoperano per risistemare il vestiario utile per i partigiani che sono alla macchia. È proprio per questi motivi che non sono poche le donne segnalate negli elenchi del Casellario politico centrale.
Infine, il volume è impreziosito da biografie che, a partire dall’impegno delle donne nella Resistenza, le fanno uscire dall’oblio e saldano quel «debito di memoria» verso tutte coloro che hanno compiuto azioni o rivestito ruoli di estrema importanza, ma che, con umiltà, hanno sempre dichiarato di «aver fatto soltanto quello che andava fatto» in quel particolare momento storico.
Silvia Folchi
Nuova Immagine Editrice, 2025
Pagg. 199
€ 15
(*) Recensione pubblicata sull’edizione di gennaio 2026 di «Le monde diplomatique/il manifesto»
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