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PFM: una tournée nel nome di De André

Premiata a Londra come Band International Of The Year con il Prog Award, è stata una delle band più rivoluzionarie della nostra musica, vantando grandi riconoscimenti all’estero. Stiamo parlando della PFM, di cui, il leader, Franz Di Cioccio, in questa intervista, ci parla del tour incentrato sulle canzoni di De André, che riproporranno all’Arena di Verona il 29 luglio insieme al figlio Cristiano e delle collaborazioni con i grandi nomi della musica italiana.

A distanza di quarant’anni dalla celebre tournée con Fabrizio De André, il 29 luglio all’Arena di Verona, riproporrete insieme al figlio Cristiano la celebrazione di quell’evento unico. Quali sono le sue sensazioni?

“Sono sensazioni molto belle, perché è come se si chiudesse un cerchio. Dopo aver fatto la tournée nel 1978/79 con Fabrizio, abbiamo arrangiato questa musica. Questo progetto ha trovato spazio nel cuore di tutte le persone che hanno accettato, con entusiasmo, l’idea e la collaborazione tra un gruppo rock e un cantautore, poeta, che fa della musica in un altro modo. Era giusto che trovasse spazio in questo paese in cui gli esperimenti non avvengono sempre. Oggi, lo facciamo con Cristiano che, tra l’altro, era un ragazzino piccolo quando abbiamo fatto questo tour con il padre. Ha una bellissima voce. È riuscito a trovare una strada artistica molto importante. Chiudiamo idealmente un cerchio, facendo questo concerto dedicato a Fabrizio, in cui siamo entrambi partecipi, perché ce lo abbiamo dentro di noi.”

 

È stato decisivo l’incontro con Fabrizio ai tempi in cui registrava l’album “La Buona Novella”. Com’è nata l’idea di riproporre in una versione rivisitata il vasto repertorio di Fabrizio?

“Quando abbiamo fatto la Buona Novella, l’abbiamo riarrangiata negli anni Settanta. L’abbiamo suonata esattamente come l’aveva arrangiata il maestro Reverberi. Noi abbiamo partecipato come session man. Fu l’ultimo lavoro che facemmo come session man. Dopo cambiammo nome con I Quelli. Cambiando nome, siamo diventati Premiata Forneria Marconi. Poi, ci siamo persi di vista, fino al 1978, quando, un giorno, suonavamo a Nuoro come PFM. Fabrizio decise di venirci a vedere. Era, tra l’altro, una cosa complessa, perché lui era senza patente e ha dovuto chiedere a qualcuno di accompagnarlo al concerto. Lì, ci siamo rivisti. È scoccata la scintilla ed è nato il progetto. Nella Buona Novella, abbiamo potuto fare poco, perché eravamo dei ragazzi scalpitanti, pieni di idee, ma dovevamo sottostare agli arrangiamenti che aveva fatto Reverberi. Anni dopo, nel 2010, Fabrizio era già nell’etere insieme ad altri poeti e artisti. Abbiamo pensato di dedicargli un disco, La Buona Novella, rivisto così come la PFM è abituata a fare, lavorando sulla poesia, dando molto spazio alla musica. È nata questa versione della Buona Novella che, quest’anno, noi abbiamo riproposto nel tour “PFM canta De André Anniversary”, e che riproporremo all’Arena di Verona. È una versione che dà molto più spazio alla comprensione del testo, perché la musica ha dilatato molto delle narrazioni che Fabrizio ha fatto, attingendo dai Vangeli Apocrifi. Tutto ciò che voleva narrare intorno alla figura di Gesù Cristo.”

 

Com’era il vostro rapporto con Fabrizio e i brani a cui la band è rimasta maggiormente legata?

“Il rapporto con Fabrizio è stato molto bello, perché si è fidato completamente di noi. Quando abbiamo fatto questo lavoro, abbiamo creato questa musica intorno alla sua poesia, con gli arrangiamenti che c’erano prima, molto minimali. L’estensione musicale non ha fatto altro che rendere i brani ancora più accessibili e fruibili, vicino a quella che poteva essere la concezione di quella musica fatta live. Era la prima volta che Fabrizio si esprimeva in un concerto con tanto pubblico, in palchi molto grandi, come eravamo abituati noi nelle nostre tournée di rock progressivo. Facendolo oggi, ci siamo ritrovati perfettamente, perché abbiamo notato che, nel cuore della gente, quegli arrangiamenti fanno parte della loro vita. L’album Fabrizio De André e PFM in concerto è uno degli album di De André più venduti. Quella musica è sentita da tutti, dalle generazioni che c’erano. Quest’anno, facendo il tour, abbiamo visto che il pubblico è molto aumentato. I figli, di tutti quelli che c’erano al concerto di allora e che hanno il disco in casa, sono innamorati di questa musica, di questi arrangiamenti e di questo modo di proporre la poesia in una forma molto più vicina a quella che può essere in un ragazzo che ama diverse situazioni musicali, non solo la musica cantautorale. Ci siamo ritrovati a fare questa musica ed è bello vedere tutto il pubblico che apprezza questo lavoro che abbiamo fatto, perché è diventato una delle cose belle della musica italiana.”

 

Come sono avvenuti gli esordi della storica band che, come in tanti sanno, agli inizi, portava il nome di Quelli?

“Ci chiamavamo Quelli. Facevamo i session man. Suonavamo nei dischi di altri. All’epoca, si facevano molti dischi di cover, per cui le nostre non erano così importanti da creare un mercato o un successo. Abbiamo ottenuto un paio di successi che erano “La bambolina che fa no, no, no” e “Per vivere insieme”. Abbiamo deciso di cambiare musica, perché la nostra musicalità ci andava un po' stretta per l’epoca. Andava molto la forma canzone, mentre noi eravamo degli strumentisti più abili nell’utilizzare gli strumenti, nel fare l’interplay, ovvero l’improvvisare insieme. C’è una musica più suggestiva nei concerti dal vivo. Non a caso si chiama progressive. Era un rock che progrediva verso una sua nuova dimensione, che si poteva esprimere quando ci si esibiva dal vivo. C’è stato il cambiamento. In questo, abbiamo voluto mettere il cambiamento del nome, perché I Quelli non funzionava più per la musica che dovevamo fare. Dovevamo essere liberi e indipendenti di poter suonare quello che ci piaceva. La Premiata Forneria Marconi era un nome perfetto. Abbiamo scelto un nome molto difficile. È come una cosa difficile che, quando te la ricordi, diventa indelebile. Siamo gli artigiani della musica. Impastiamo le note così come i panettieri impastano la farina per fare il pane.”

 

Fu tra i complessi italiani a entrare nella classifica della celebre rivista statunitense Billboard per le grandi sperimentazioni musicali. Che cosa c’è alla base di questo successo?

“Alla base del successo c’è la voglia e la determinazione. La musica è bella in tutto il mondo, non solo in Italia. Appena ci siamo riusciti, siamo andati all’estero e abbiamo frequentato gli Stati Uniti, l’Inghilterra, l’Europa, diventando un gruppo internazionale, non solo italiano. Come gruppo, siamo entrati nel grande circuito internazionale dei concerti e della discografia. Questa è la ragione per cui siamo riusciti ad entrare come unica band nella storia italiana nelle classifiche di Billboard nei primi cento. L’anno scorso, quando abbiamo fatto l’ultimo album “Emotional Tattos”, abbiamo scoperto, con sorpresa, che avevano organizzato un referendum rock magazine, la Bibbia della musica progressiva in Inghilterra. Siamo stati quotati come Band International Of The Year, la band internazionale dell’anno. Siamo stati premiati a Londra con questo Prog Award, che è il simbolo del migliore dell’anno per quanto riguarda il gruppo internazionale.”

 

Nella vostra carriera, oltre a De André, avete affiancato i grandi nomi della musica italiana come Battisti, Mina, Celentano. Che ricordi avete di questi personaggi?

“I ricordi sono molto belli, perché nel nostro periodo di session man, abbiamo lavorato con i più grandi. Loro avevano una capacità di capire che cosa significa avere del talento quando si studia e poter mettere dentro le proprie idee. Abbiamo lavorato, io, in particolare, ho lavorato tantissimo con Battisti. La maggior parte dei suoi brani, che vanno dal ’70 fino al 71’, 72’, portano la mia firma ritmica. Abbiamo fatto molti lavori con Mina, Celentano, Battisti, Don Backy. È un modo per inserirsi nel circuito musicale. Se tu hai del talento, lo puoi anche dare in prestito ad altri per poter fare dei dischi. Questo lavoro ti aiuta a crescere e a poterti misurare con altre firme e nuovi progetti.”

 

Quali sono i vostri brani preferiti di Fabrizio De André che riproporrete in concerto?

“I preferiti sono tutti. Non abbiamo delle preferenze. Ognuno, per certi versi, ha una sua bellezza. Abbiamo fatto questi arrangiamenti, pensando di poter estendere la musica alla forza della poesia. Abbiamo lavorato molto sulla poesia, su ciò che la poesia doveva dare. Ci sono più atmosfere, più aperture. A volte, i brani sono dilatati. Molti hanno delle improvvisazioni dentro come “Amico Fragile”, che ha un grandissimo finale. Hanno una felicità che, prima, il brano non aveva, come “Il Pescatore”, dove il “la, la, la” era solamente fischiettato, mentre nella canzone, il “la, la, la” è diventato un coro in cui il pubblico partecipa al brano. Per certi versi, amo Il pescatore, Amico fragile, che è il mio preferito. Amo anche Giugno 73’, perché è un brano molto francese, intimo. Quest’anno, dove sono in fronte al palco e canto le canzoni, devo dire che non c’è una preferita. Le amo tutte.”

Foto: Lorenzo Ceva Valla

 

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