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Nella Carta d’Intenti Pd, Sel e Psi manca il respiro dell’alternativa

Su due cose il PD, SEL e PSI sono d’accordo e sono il superamento della tecnica, il ritorno della politica e dell’uomo salvatore della patria.

Per il resto ci sono un partito e un’alleanza spaccata, nella valutazione politica del passato e nel programma per il futuro. C’è una parte che considera il governo Monti un governo sbagliato che fa cose sbagliate e un’altra no, quella parte che vuole realizzare, senza se e senza ma, l’agenda Monti. Ma nella Carta non si parla di Monti. Ancora una volta il silenzio sulle divergenze, ancora una volta si mette l’immondizia sotto il tappeto, mentre manca il respiro di un’alternativa alla destra. 

La Carta aderisce sostanzialmente all’agenda Monti, con qualche spruzzata di equità sociale e territoriale, la creazione di nuovo lavoro, la costruzione dell’Europa federata. Sono i pilastri della Carta. I pilastri non si fanno solo con sabbia e cemento, ma anche con i principi e con i valori. Il bravo e onesto muratore per fare un pilastro robusto e a regola d’arte, usa più cemento e meno sabbia, anche se il cemento costa più della sabbia. Il muratore incapace o disonesto usa più sabbia e meno cemento, così guadagna di più e poco importa se il pilastro cade. Nella costruzione di un pilastro sono determinati i principi e i valori, i valori della professionalità e dell’onestà. Allo stesso modo l’alternativa del centro sinistra non si costruisce solo con programmi e proposte, ma anche con principi e valori.

Nella Carta d'intenti si parla di lavoro, eguaglianza, libertà, sapere, sviluppo sostenibile, principi che diventano astratti, se non hanno un aggancio con la realtà. Così non si parla della riforma delle pensioni e dell’articolo 18, non si parla di regole per la rappresentanza sindacale, non si parla di Taranto, del finanziamento pubblico dei partiti, dei criteri per la definizione di una politica industriale, di una politica per il lavoro coerente con il processo di globalizzazione, della competizione sistemica e dei fattori competitivi richiesti da tale processo. Nella costruzione dell’Europa federata, non si capisce il ruolo dello Stato nella gestione dell’economia, uno Stato che sta alla finestra oppure che interviene nell’economia e in quest’ambito, del tutto assente sono le riflessioni sulle imprese globali e sui diritti globali.

Non si parla dell’agenda Monti e si pensa che il silenzio possa oscurare le divergenze. Ma queste ritorneranno nella loro virulenza al momento dell’approvazione dei singoli provvedimenti di legge. Rimane dunque una divisione politica che non si supera con la regola della maggioranza qualificata nella votazione dei gruppi parlamentari. E la crisi della politica non è supportata da un’analisi delle ragioni che l’hanno determinata, al punto di ritenere sufficiente nuove elezioni, nuovi uomini, nuovi programmi per il suo ritorno.

La crisi della politica ha prodotto dei vuoti colmati di volta in volta dalla magistratura, dalla tecnica, dalla finanza, dalla criminalità. Taranto è un problema che, non risolto dalla politica, viene affrontato dalla magistratura. L’assenza e l’incapacità della politica nella gestione della crisi degli spread ha lasciato il campo alla finanza travestita da tecnica. Sicilia, Campania e Calabria sono regioni in mano alla criminalità per le deficienze della politica. La tv svolge il ruolo dei partiti a cui ha espropriato le sue funzioni ne condiziona le scelte e così supporta, affossa o addirittura promuove iniziative politiche, seleziona e forma personale politico, produce consenso.

Ma questi processi hanno messo il dito nella piaga senza produrre alcun effetto salvifico, hanno accentuato le ragioni della crisi della politica, più che risolverle. L’accettazione dei partiti della proposta di Napolitano per un governo Monti ha costituito e costituisce per la politica la confessione della incapacità, della vigliaccheria dei partiti politici rispetto alla crisi e l’ammissione della superiorità della tecnica. E così la denuncia della magistratura sul problema salute/lavoro rende rumoroso il silenzio dei partiti sull’argomento, l’assenza di un soluzione politica e ciò allarga il baratro tra politica e gente. Il ruolo dominante della malavita denuncia con l’incapacità e la vigliaccheria della politica.

E allora non bastano nuove persone nuovi programmi. Il ritorno alla apolitica si realizza affrontando ciò che è alla base della crisi della politica. Il problema non sono le persone vecchie, ma le idee politiche vecchie. Sono queste, le idee, che bisogna rottamare. E le idee vecchie sono quelle per le quali la politica è spettacolo, una continua campagna elettorale, al servizio di se stessa, non della agente, e le persone vengono prima delle idee. Insomma bisogna fermare i processi di personificazione e di mercificazione della politica, promossi e favoriti da una società videocratica, in cui l’immagine, e quindi lo spettacolo e la persona, giocano un ruolo di primo piano.

Quando la politica si identifica con una o più persone e diventa un prodotto da vendere, ed ha come obiettivo non la costruzione di buon prodotto, ma indurre la gente ad acquistarlo, questa politica innesca un processo di autoconservazione, in cui trovano spazio i fattori che lo realizzano: il danaro e i soggetti che traducono il danaro in voti. Non trova spazio la gente con le sue necessita, le sue aspirazioni, i suoi sogni. E tutto ciò è terreno fertile per il degrado e la corruzione, quindi per l’affossamento della politica.

Nella Carta d’intenti c’è un capitolo non scritto, il capitolo dei principi e dei valori che conferisce all’intesa di programma il respiro dell’alternativa. Se la giustizia sociale, la legalità, la solidarietà scompaiono dall’orizzonte politico del centrosinistra, allora si spiegano quei silenzi sulla Grecia affamata, sullo strapotere del capitalismo finanziario, le incertezze sulla laicità e legalità, l’adesione di Fassino al contratto di Marchionne per Mirafiori. E il grido di solidarietà verso gli immigrati che attinge alla storia della sinistra, al suo DNA, rischia di spegnersi in una scia di indifferenza, mentre le incertezze intaccano il patrimonio politico, etico e culturale del centrosinistra. E tutto ciò ha detto chiaramente che il berlusconismo non è qualcosa che riguarda gli altri, ma riguarda anche la sinistra e i suoi valori, le sue idee e quanto cammino le resta da fare per liberarsi del cavaliere .

 La Carta d’intenti poteva essere l’occasione per riscoprirli questi principi, questi valori che segnano il discrimine tra destra e sinistra e liberarli da quella melassa che ha accomunato tutto e tutti. Ma non lo ha fatto, si occupa di cultura ma non fa i conti con l’egemonia culturale berlusconiana che ha sottratto all’Italia conquiste di civiltà nate dalla resistenza, dal 68 e dalle lotte operaie. Insomma la Carta di intenti non ha il respiro dell’alternativa.

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