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Maria Antonietta: finalmente il rock è femmina

Incontro Maria Antonietta, all'anagrafe Letizia Cesarini, classe 1987, pesarese, nell'ambito della rassegna del RocKontiki, a San Benedetto del Tronto, giunta ormai al suo decimo appuntamento. Capelli rosso fuoco, minuta, occhi enormi, pelle diafana e un candore che non stride con la sua capacità di raccontarsi senza filtri.

Chiacchieriamo a lungo e mi colpisce la sua lucidità nonostante la giovane età. Il modo di cantare poco ortodosso, una voce a tratti melodiosa a tratti ruvida, la fascinazione per i personaggi femminili e l'agiografia, il femminismo post-moderno, l'anima punk unita alla passione per il sacro.

Dopo una breve esperienza con gli Young Wrists e un cd da solista, I want to suck your young bloodlo scorso gennaio ha pubblicato un album omonimo, cantato in italiano. L'album è bello e crudo, caratterizzato da forti contrasti: approccio punk, pezzi scarni e diretti, alternato ad un pop curato, anche grazie alla produzione sapiente di Dario Brunori (leggi l'intervista) per la Picicca Dischi. La dimensione personale è cantata senza mezze misure, parole dritte in faccia come pugni, un'autoanalisi spietata capace di fotografare lo "schianto dei vent'anni" senza troppi giri di parole.

Come mai hai deciso di chiamarti Maria Antonietta?

M. A. - Maria Antonietta perché è un omaggio alla regina di Francia, che è stata una grandissima incompresa, è un personaggio che amo molto e una persona che è stata tanto mistificata nel corso dei secoli e durante la sua vita è stata sempre osteggiata aldilà di quella che era la realtà storica dei fatti, perché la comprensione in questo mondo è qualcosa di molto improbabile.

Hai scelto un personaggio scomodo e poco "popolare". Che rapporto hai tu con la popolarità?

M. A. - Ancora non ce l'ho una popolarità in realtà! Per ora diciamo che il rapporto con gli altri, con coloro che vengono ai concerti, che mi seguono o anche con coloro che non mi seguono è molto forte, nel senso che o c'è molto amore nei miei confronti oppure c'è un odio feroce. Entrambe le cose sono belle, poiché in ogni caso sono reazioni forti e tutte le cose forti a me piacciono molto, sono fatta così, se una cosa non mi arriva addosso un po' come un pugno nello stomaco non mi sveglio e quindi va bene.

L'uscita del tuo album ha creato un certo scalpore, ci sono molte aspettative intorno a te. Ti aspettavi tutto questo?

M. A. - Nell'ultima fase di registrazione del disco avevo la sensazione che le cose sarebbero andate in qualche modo bene, che la piega che avrebbero preso sarebbe stata forte; però era una sensazione mia, poi è stato tutto molto veloce e anche aldilà delle mie aspettative, nel senso che sono uscite delle cose sulla stampa, sul web, il tour ha tantissime date. A questo livello non me lo aspettavo, avevo fiducia semplicemente.

Quando hai iniziato a scrivere canzoni?

M. A. - Tutto è nato quando i miei genitori mi regalarono un quattro piste a cassetta per la maturità e allora cominciai a scrivere delle cose, in camera, con la mia chitarra. Io ero e sono tuttora molto timida, ma lentamente sono riuscita a confrontarmi con gli altri, nel 2010 è uscito un mio disco autoprodotto, in inglese, chitarra e voce; poi ho fondato con un altro ragazzo un progetto in inglese, gli Young Wrists, con il quale ho fatto un tour l'anno scorso e alla fine sono arrivata a scrivere questo disco. Pertanto è stato un percorso abbastanza lento, nel senso che ho dovuto acquisire fiducia in me stessa succhiandola dagli altri un po' come un parassita, ma adesso mi sento molto più sicura.

Come nascono le tue canzoni, qual è il processo creativo?

M. A. - Ho sempre molta urgenza di dire delle cose, magari ho ricevuto un pugno nello stomaco e allora devo scriverci sopra qualcosa sennò sto male; tendenzialmente in dieci minuti scrivo il pezzo, è tutto molto istintivo, poi è chiaro che fai degli aggiustamenti e limi delle cose, ma il nucleo delle canzoni nasce in breve tempo. Addirittura tutto il disco è stato scritto nel giro di quattro-cinque mesi, perché era un periodo di grossi pugni nello stomaco quindi avevo molte cose da dire. L'approccio è questo, tendo sempre, magari inconsciamente, a dare più importanza alla parte testuale e al cantato, la parte musicale viene dopo.

Possiamo dire che il filo conduttore dell'album è l'inquietudine, visto che è nato da una crisi personale, esistenziale, è autobiografico ed intimista?

M. A. - Certo, è proprio così, come dico in una canzone, tutti i pezzi parlano di "un solo cazzo di argomento", erano legati alla mia incapacità di "accettare la realtà", dalla quale discendeva una grande sofferenza, un grande disagio e tutta una serie di comportamenti autodistruttivi. Poi ti rendi conto che quando vuoi essere felice ad ogni costo non lo sei, non lo sarai mai, la felicità ti arriva senza che tu chieda niente, adesso che è arrivata lo capisco; quindi nei pezzi c'è molta rabbia, molta frustrazione, molta solitudine, molto disgusto. Sicuramente il prossimo sarà un disco molto diverso, sempre che ne scriva uno, perché i ragazzi mi prendono in giro dicendomi che ormai la mia ispirazione è finita.

In Questa è la mia festa sostieni che "la felicità è una cosa troppo seria".

M. A. - Sì, la felicità è una cosa serissima e quindi va coltivata con molto impegno, arriva senza che tu l'abbia chiesta, ma quando succede devi essere bravo ad amministrarla, io sto cercando di farlo e spero che durerà per sempre, anche se questo magari vorrà dire non scrivere più dischi, anche se non lo credo perché penso che tutte le cose possano darti degli imput per scrivere e per generare altro; però la felicità non ha prezzo e neanche le canzoni la ripagano, quindi se dovrà essere questo il patto con il destino per continuare ad essere felice ci sto.

A livello musicale qual è la differenza con il disco precedente, quello in inglese?

M. A. - In primis l'uso della lingua, nel senso che ero un po' più debole e indifesa e l'inglese mi schermava molto da qualsiasi scontro diretto con le persone, anche perché il tenore dei testi era più o meno lo stesso, ma nessuno osò dire nulla perché evidentemente non ci aveva capito niente o non li aveva letti; i pezzi vecchi non erano arrangiati, erano chitarra e voce, erano molto minimal, legati non dico al folk ma a tutto un mondo differente e naturalmente anche all'età in cui erano stati scritti. Anche se li ho pubblicati nel 2010 erano pur sempre pezzi scritti quando avevo 17 anni e appartenevano ad un'altra fase della mia vita, anche se il mio approccio alla scrittura è rimasto negli anni più o meno lo stesso, caratterizzato dall'urgenza e da canzoni da due accordi sostanzialmente.

Mi presenti i ragazzi che ti accompagneranno stasera?

M. A. - Per tutto il tour verrò accompagnata da Damiano Simoncini alla batteria che suonava con me nel mio vecchio gruppo, gli Young Wrists, che ha un suo progetto, "Versailles", ed è l'ex batterista dei Damien, poi c'è Lorenzo Pizzorno al basso, un bravissimo cantautore; si tratta di due musicisti molto in gamba oltre che amici, quindi tutto diventa migliore, i viaggi, il montare…mi seguiranno per tutto il tour e quando Lorenzo non potrà esserci a causa dei suoi impegni subentreranno vari sostituti.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali?

M. A. - Sicuramente la radice più profonda dei miei ascolti ma anche di me stessa è quella del punk, i gruppi che mi hanno formato sono i quelli femminili dei primi anni '90 e quindi i Bikini Kill, le Hole, i Seven e tutto il movimento riot girls che mi ha sempre molto gasato dai 15 ai 17 anni, poi ovviamente cresci e ascolti anche altre cose ma sicuramente quella prima radice non riesci mai ad estirparla; quell'attitudine, quel piglio del punk che per me significa sostanzialmente "andare dritti", in qualche modo è una forma di purezza e spero che mi rimanga perché penso che la purezza intesa come trasparenza non sia qualcosa che riesci ad acquisire, ce l'hai o no, io penso di averla e spero di non perderla.

Nel brano Con gli occhiali da sole affermi che il tuo "album del cuore è rimasto sempre lo stesso", ci dici qual è?

M. A. - E' Live through this delle Hole, del '94. Grandissimo disco.

Nelle tue canzoni c'è un continuo riferimento al sacro, invochi spesso Gesù, parli di redenzione, come è nata la fascinazione nei confronti della religione, che rapporto hai con la fede?

M. A. - Ho fatto un percorso che è durato anni, anche perché la mia famiglia non è particolarmente legata alla fede, a volte dico che è un po' anticlericale; tutto è nato da una fascinazione estetica, mio padre dipinge icone sacre medievali, quindi in casa sono sempre stata bombardata da queste immagini. Quando ero piccola le vacanze si svolgevano tra monasteri, pievi, chiostri e musei di arte sacra, per questo quell'immaginario mi ha sempre molto incuriosito. Poi ho iniziato ad approfondire le vite di vari personaggi come Santa Caterina, Maria Maddalena e Giovanna d'Arco che è la mia eroina e protettrice, aldilà del discorso religioso sono esempi molto concreti di vita, sono donne di estrema volontà che hanno combattuto con molto coraggio, con molto amore e molta determinazione; approfondendo queste storie inevitabilmente è nato anche un interesse dal punto di vista più strettamente spirituale e religioso. Quindi quando cito questi personaggi si tratta ormai di qualcosa che è concretamente presente nella mia vita.

Spiegaci meglio cosa rappresenta per te Giovanna d'Arco. Questa eroina è anche tatuata sul tuo braccio.

M. A. - Nel disco ho citato una sua frase, "Agite e Dio agirà con voi". E' il trionfo della volontà nel senso più puro e bello del termine, molte volte le persone si bloccano perché hanno paura, perché hanno vissuto delle cose spiacevoli e tendono a ripetere sempre gli stessi errori. Sostanzialmente ti lamenti e resti bloccato nella palude, in realtà se trovi la forza e il coraggio di agire e fare delle cose, poi tutta la vita e tutto l'universo complottano con te per farti ottenere ciò che desideri, ma sei tu che devi partire e dare fiducia all'Universo, altrimenti l'Universo non può dartela. Io l'ho sperimentato sulla mia pelle e Giovanna ne è l'esempio, l'ho tatuata sul mio braccio per ricordarmi di avere sempre volontà nella vita, perché senza nessuno ti aiuterà mai, neanche Dio.

Ti affascinano figure femminili di un certo tipo, Maria Antonietta è finita sulla ghigliottina, Giovanna d'Arco al rogo. Ritieni che la sofferenza sia insita nel nostro essere donne?

M. A. - Io penso che in quanto esseri umani dobbiamo soffrire, non è retorico dire che la conoscenza e la felicità passano sempre attraverso la sofferenza, è una condizione inevitabile, dalla negatività bisogna riuscire a tirar fuori qualcosa di positivo che abbia un senso "altro", è ciò che ho provato a fare con questo disco. Quando lo riascolto provo soddisfazione nel pensare che con tutto quello schifo ci ho scritto un disco; ora sono in tour e posso suonare, stare bene, è anche bello perché in qualche modo vedi una parte di te cristallizzata per sempre e da cui ti senti lontana milioni di anni luce. Durante il concerto mi carico di negatività, perché mentre le canto ripenso a quelle sensazioni negative, ma una volta finito sono felicissima perché ormai non mi appartengono più, in qualche modo ho reso migliore ciò che mi ha fatto stare molto male.

Fai spesso riferimento a grandi figure femminili del passato, quali sono invece le tue eroine moderne?

M. A. - Tendenzialmente ammiro tutte le persone piene di coraggio, tra le mie eroine attuali c'è sicuramente PJ Harvey che è una donna piena di coraggio e di idee, è inarrivabile.

Sei stata accostata a dei nomi importanti, come Carmen Consoli, forse per questo modo originale di usare la voce, Nada, Ornella Vanoni…

M. A. - Mi lusinga ma magari aspettiamo dieci anni, mi sembra un po' azzardato. E' chiaro che i complimenti mi riempiono di orgoglio, visto che oltretutto si tratta di artiste che mi piacciono molto.

Perché secondo te ci sono così poche ragazze che suonano? Se pensiamo al panorama italiano possiamo farne pochi di nomi, soprattutto giovani come te.

M. A. - Quello della musica è un mondo molto maschile, dai fonici, a chi lavora nei locali, ai proprietari dei locali stessi, a chi suona nelle band. Sicuramente c'è un po' di ostilità, mi è capitato anche di viverla sulla mia pelle. Io sono circondata da uomini molto galanti, lavoro con persone speciali, senza pregiudizi, però non è semplice esporsi in questa maniera, quando scrivi metti dei pezzi di te alla portata di tutti, quando sei sul palco lo stesso, l'esposizione è massima, soprattutto se vuoi essere molto onesto. Per una donna non è semplice, forse perché susciti in qualche modo paura o dai l'idea di essere una possibile rivale, non so quali meccanismi entrino in gioco. E' come se tu dovessi dimostrare cento volte di più rispetto ad un uomo, può trattarsi di un minimo talento nella scrittura o della tua capacità di gestire il palco. Psicologicamente devi essere abbastanza forte per riuscire a sopportare certe critiche; poi figurati, quando arrivano il 2% sono strettamente musicali perché ovviamente su una donna è molto semplice andare a fare considerazioni di altro tipo. Resta il fatto che mentre questa gente scrive quelle cose io sono in tour a godermela come una bestia, quindi va benissimo. 

Il tuo è un album decisamente coraggioso dal punto di vista testuale, ti esponi moltissimo, racconti esperienze molto private.

M. A. - Probabilmente nel pubblico non c'è abitudine ad ascoltare certe cose, quindi destabilizza un po', ma se ascolti i testi di PJ Harvey o di molte altre artiste straniere, si parla di cose molto più crude e pesanti, però quello è altro, invece dirle in italiano sembra le renda quasi blasfeme o conturbanti, mentre io penso che siano tutte esperienze molto umane, che appartengono a chiunque. 

In Santa Caterina canti lo "schianto dei tuoi vent'anni", in questo si possono riconoscere molti ventenni perché racconti le inquietudini di una generazione.

M. A. - Penso che quando scrivi delle cose, più sono personali, crude e dettagliate, più in qualche modo diventano universali, al contrario se parli di cose universali, suonano astratte, nessuno ci si ritrova realmente, l'identificazione scatta quando sei trasparente. Io ho scritto l'album per me, il fatto che molti ragazzi ci si siano riconosciuti è arrivato dopo. Nonostante ciò non mi ergo a scrittrice generazionale.

Come è avvenuto l'incontro con Dario Brunori che ti ha prodotto il disco e ha suonato anche nell'album insieme alla Brunori Sas?

M. A. - Il manager di Dario, Matteo Zanobini, ebbe modo di ascoltare un po' di canzoni del mio vecchio disco in inglese, mi vide anche live in un paio di occasioni e mi disse di chiamarlo quando avessi scritto in italiano; così quando ebbi questi pezzi glieli mandai con il cellulare, con degli strani fruscii, però gli piacquero, passò le canzoni a Dario che le ascoltò in furgone con gli altri ragazzi; da lì nacque questa idea folle di registrare il disco insieme e di avere una produzione sua. Io e Dario apparteniamo a due mondi molto diversi, ma è anche bello che il disco suoni in maniera totalmente differente da quello che è il live; è una cosa a cui tengo moltissimo, che il live abbia un valore aggiunto, tu arrivi al concerto e ascolti delle cose che non ti aspetti e che hanno un taglio differente. Dario sicuramente ha contribuito a dargli un taglio più pop e a tratti cantautoriale, live invece siamo un "power trio" quindi molto più punk sicuramente.

Progetti per il futuro?

M. A. - Innanzitutto riuscire ad arrivare viva alla fine di questo tour, visto che le date sono tante e sono sempre molto provata a livello psicofisico, poi cominciare a scrivere cose nuove ma senza ansia o pressione. A prescindere dalla musica il mio progetto per il futuro è continuare ad essere molto felice e passare molto tempo con le persone che amo.

Prossimo appuntamento con il RocKontiki venerdì 11 maggio con Giovanni Lindo Ferretti, in una delle date del tour "A Cuor Contento". Con la sua voce inconfondibile, Ferretti torna a raccontarsi con le canzoni del suo repertorio solista e quelle dei CCCP, dei C.S.I. e PGR con una nuova scaletta rispetto a quella del 2011.

Per informazioni: Oper Events tel 333.5099339 operoevents@gmail.com

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