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Manuela Sáenz Aizpuru: rivoluzione, politica e rivolta

Manuela Sáenz Aizpuru: mito e icona del femminismo rivoluzionario

Manuela Sáenz, nota come la “Libertadora del Libertador”, fu la compagna del generale Simón Bolívar. È una delle figure più importanti e controverse del periodo dell’Indipendenza ispano-americana. Figlia illegittima di una coppia di nobili, vittima di un matrimonio combinato che la portò al divorzio in giovane età, agitatrice politica, cospiratrice, spia, soldatessa, colonnella e amante del più noto generale dell’epoca, divenne presto una figura invisa ai più per aver infranto tutte le regole e le prescrizioni della morale comune. Eduardo Galeano descrive Manuela Sáenz come una donna dal temperamento indomito e anticonformista, che la rese oggetto di numerose maldicenze: a quindici anni Manuela indossava abiti maschili, fumava e domava cavalli. La sua migliore amica era la sua schiava nera, Jonathan. Manuela aveva sedici anni quando fu cacciata dal convento della sua città con l’accusa di essere una “peccatrice” e, pazza per le uniformi, fuggì con Fausto D’Elhuyar, funzionario del re. Così scrive Galeano:

Nació Quito entre volcanes, alta, lejana de la mar; y entre la catedral y el palacio, en la Plaza Mayor, nació Manuela. Llegó a Quito en lecho de raso, sobre sábanas de Bruselas, hija de amores secretos de don Simón Sáenz, el matador de los criollos que aquí se habían sublevado. A los quince años, Manuela vestía ropa de varón, fumaba y domaba caballos. No montaba de costado, como las señoras, sino de piernas abiertas y despreciando monturas. Su mejor amiga era su esclava negra, Jonatás, que maullaba como gato, cantaba como pájaro y caminando ondulaba como serpiente. Tenía Manuela dieciséis años cuando la encerraron en uno de los muchos conventos de esta ciudad rezadora y pecadora, donde los frailes ayudan a las monjas viejas a bien morir y a las monjas jóvenes a bien vivir. En el convento de Santa Catalina aprendió Manuela a bordar, a tocar el clavicordio, a simular virtudes y a desmayarse con ojos en blanco. A los diecisiete años, loca por los uniformes, se fugó con Fausto D’Elhuyar, oficial del rey. A los veinte, relampaguea. Todos los hombres quieren ser la ostra de esta perla. La casan con James Thorne, respetable médico inglés. La fiesta dura una semana corrida.[1]

 

Eroina della lotta per l’indipendenza dell’America meridionale agli inizi del XIX secolo, divenne nota nella storiografia ufficiale soprattutto come amante di Simón Bolívar, capo degli eserciti dell’Indipendenza in Venezuela, Colombia, Ecuador, Bolivia e Perù divenuto figura emblematica, in tutto il continente, per la sua abilità militare e la sua visione politica. La scintilla che fece scoppiare le rivolte indipendentiste fu l’invasione napoleonica della Spagna nel 1808. Il ruolo delle donne nelle lotte politiche e militari durante l’Age of Revolution, e il significato di questo periodo nel cambiamento delle relazioni tra i generi sono fonti di recente interesse per gli storici. Guardare alla vita di Manuela Sáenz è importante per comprendere i vari aspetti del fenomeno. Per il suo background Sáenz fu una donna eccezionale, ma fu anche una rappresentante dell’impegno civico e politico in America meridionale. Fu considerata rilevante solo in relazione a un uomo potente, Bolívar, emblema del modo in cui le storie delle donne eccezionali sono state nascoste, collocate in disparte e utilizzate per aggiungere glamour e passione alle storie politiche di attori di sesso maschile. Certamente, Sáenz non fu esclusivamente l’amante di Simón Bolívar; fu una protagonista decisiva nella liberazione dell’America Meridionale. Lavorò come stratega militare, soldato, spia, politico e archivista, ed è diventata simbolo dell’Indipendenza latino-americana. Pur essendo l’amante di Bolívar non agì mai passivamente, anzi fu sempre attiva, e lottò per mantenere intatta l’ambizione politica così come l’amore. Nella ricostruzione della storia delle donne è necessario rivedere a fondo le manipolazioni della memoria sulla presenza femminile, spesso occultata o poco visibile, sia in tutte le società tradizionali che in quelle attuali. E. Burgos afferma che in America Latina, più che in qualsiasi altra regione del mondo, il palcoscenico della Storia è dominato dall’uomo inteso come maschio, cosa che non stupisce affatto dal momento che l’architettura sulla quale poggia la Storia è la guerra che è stata nel tempo la base di sostegno della cultura maschile. A ciò si deve che la grandezza della storia di una nazione risieda nel nome dei cadaveri accumulati nei secoli:

 

A partire dal momento in cui Cristoforo Colombo inserì l’America nella Storia dell’Occidente cristiano, attraverso i grandi conquistatori: Cortés, Pizarro; gli illustri fautori dell’indipendenza: Miranda, Bolívar, Hidalgo, San Martìn, fino ad arrivare all’epoca dei rivoluzionari degli anni Sessanta: Fidel Castro, “Che” Guevara, la Storia è stata privilegio di grandi eroi e di caudillos. È così che questi ultimi si sono accaparrati il protagonismo dell’azione. Protagonismo che è poi diventato modello di identità culturale nonché personificazione della mediazione simbolica di essa. Le culture autoctone americane hanno a loro volta fatto proprio questo modello: quando ci si avvicina ad esse attraverso la cultura europea, il loro ambito storico si riduce anch’esso alle grandi figure maschili di Montezuma, Atahualpa, Manco Capac, Guaicaipuro.[2]

 

 

Le interpretazioni molto divergenti e discordanti sulle icone femminili sono un esempio paradigmatico che permette di riflettere sui tabù morali e culturali del momento storico analizzato. Solo recentemente Sáenz è stata inserita nell’elenco dei più grandi e noti eroi indipendentisti di questo periodo. Eppure gli intellettuali a lei contemporanei la dipinsero come una donna dal temperamento mascolino e immorale. Un esempio di atto infamante verso la figura di Manuelita lo offre la rivista colombiana Aurora. Il periodico Aurora la dipinge, infatti, come una sorta di donna mascolina (o virago), sovversiva e dissennata:

 

… le agredió a Manuela Sáenz, en Bogotá, en las páginas del periódico La Aurora, cuando el Libertador se hallaba ya en Cartagena, en 1830, rumbo a Santa Marta. Manuela, valiente y saturada de ira, había atacado un castillo con fuegos artificiales, en la víspera del Corpus; acompañada de sus dos sirvientes negras, Natán y Jonatás, vestidas a lo militar, no toleró que en ese armatoste se hubiesen puesto los retratos de Bolívar y de la propia Manuela, con los apodos de «El despotismo» y «La tiranía», para quemarlos, en medio de la soez algarada popular. ¡El castillo fue despedazado! Decía el semanario La Aurora: «Una mujer descocada, que ha seguido siempre los pasos del general Bolívar... se presentó en traje de hombre en la plaza pública con dos o tres soldados (las negras) que conserva en su casa, atropelló los guardias que custodiaban el castillo y rastrilló una pistola que llevaba, declamando contra el gobierno, la libertad y contra el pueblo... Los soldados fueron arrestados; y cuando creíamos que se les instruyese el correspondiente proceso por un delito tan enorme como el de acometer las guardias, que castiga la Ordenanza Militar con la pena de muerte, vimos con dolor que inmediatamente fueron puestos en libertad... S.E. el Vicepresidente de la República, encargado del Poder Ejecutivo, pasó personalmente, con mengua de su dignidad, a la habitación de aquella ‘forastera’a sostenerla y satisfacerla». Manuela, en hojas sueltas, contestó vibrante: «Mi silencio sería criminal. Poderosos motivos tengo para creer que la parte sensata del pueblo de Bogotá no me acusa... Ninguna mano elevada me ha ofendido; ésta no es infame... Pueden calificar de crimen mi exaltación, pueden vituperarme; mi quietud descansa en la tranquilidad de mi conciencia y no en la malignidad de mis enemigos, en la de los enemigos de S.E. el Libertador... Yo les digo: pueden disponer alevosamente de mi existencia, menos de hacerme retrogradar ni una línea en el respeto, amistad y gratitud al general Bolívar... El odio y la venganza no son las armas con que yo combato; por el contrario, he hecho todo el bien que ha estado a mi alcance... El autor de La Aurora me ha vituperado del modo más bajo; yo le perdono; pero sí le hago una pequeña observación: ¿por qué llama hermanos a los del Sur, y a mí ‘forastera’? Seré todo lo que quiera: lo que sé es que mi país es el continente de América, y he nacido bajo la línea del Ecuador».[3]

 

 

Dal 1860 fu in sostanza cancellata dalla storia ufficiale e dalla letteratura, a causa del perbenismo diffuso nella sua terra natia, l’Ecuador:

 

El nombre de Manuela Sáenz fue escondido, vilipendiado, olvidado por décadas y dé- cadas. Las cartas íntimas, diarios y documentos fueron ocultados por más de 130 años. Para muchos, no cabía ensalzar la figura de quien les parecía más concubina y adúltera que la expresión más pura de la revolución, el coraje, la independencia y el amor. Esa Manuelita Sáenz Aizpuru, que padeció la lacra social de ser hija ilegítima; entregada, de acuerdo a las convenciones de la época al Monasterio de Santa Catalina, huérfana de madre, logró ganar el cariño de su madrastra y el amor de su padre, Simón Sáenz. Los retratos de su niñez la pintan jugando en el jardín, con ojos vivaces y escrutadores, suelta y embellecida por su espíritu insubordinado, como anticipando lo que sería una práctica de vida: el asombro, la valentía y la pasión.[4]

 

 

Come notò Victor W. von Hagen, saggista e romanziere, gli storiografi per decenni occultarono il suo contributo, la sua figura e la sua memoria, fino a trasformarla in un mito irreale e astratto. Von Hagen, che oggi si crede sia il migliore biografo di Manuelita, basandosi sulla numerosa documentazione in suo possesso afferma che la prima lettera che Bolívar scrisse a Manuela fu inoltrata dal villaggio di Yucanquer (22 dicembre 1822), sei mesi dopo il loro primo incontro.[5] Questa lettera non fu mai resa nota, poiché diverse parti del suo epistolario andarono perdute. Soltanto alla fine del XX secolo Manuelita diviene soggetto per scrittori e biografi e musa per diversi artisti che, gradualmente, modificano la sua immagine e le idee negative su lei. Le è finalmente concesso un agognato riconoscimento che in vita le fu sempre negato giacché “trasgressiva” degli spazi cui erano confinate le donne (negazione di una vita culturale e civile, proibizione alla vita militare, pubblica e politica). In Ecuador, Venezuela e Cuba si fecero i primi tentativi per salvarla dall’oblio. Questa tesi esamina la rappresentazione di Sáenz nell’immaginario culturale e politico latino-americano, poiché attraverso un processo di re-significazione e trascrizione della storia è possibile rappresentare una nuova immagine di Sáenz che corrisponde a un nuovo modello di donna, più vicina alla contemporaneità. Figura che in America Latina diviene icona estetica, culturale e politica, e modello d’impegno civico e nazionale, proposto da educatori e insegnanti ai giovani latino-americani:

 

Ella, la «Insepulta de Paita», como la nombrara Pablo Neruda, nos despierta con su ejemplo libertario las conciencias, nos pone frente a frente con nuestras responsabilidades con la historia; ella, cuya memoria nos fuera confiscada por tanto tiempo, ha sido reconocida como Generala del ejército ecuatoriano, ella, con su ejemplo libertario nos dice en este momento único, irrepetible y lúcido que no podemos quedarnos en culpar al pasado, en culpar al destino; porque al destino, los verdaderos revolucionarios, tenemos que trazarlo. Ahora, con este acto simbólico que reafirma nuestro compromiso libertario, podemos decir que no solo la espada de Bolívar camina por América Latina, Manuela con su claridad manifiesta, con el amor, con la valentía y la conciencia también cabalga de nuevo por la historia; ella, que desafió las convenciones de su época; ella, que dicen que se reía a carcajadas, oponiendo la música de su alegría en contra de las risitas discretas de las señoras de sociedad; que mostraba su talante, su alevosía vistiéndose de hombre, luciendo uniforme militar y cabalgando con mayor destreza que sus acompañantes; audaz, inteligente y loca, la «amable loca» de Bolívar, la quiteña insurrecta, insumisa, rebelde y luchadora, llena de amor, de sueños y de un coraje supremo para conquistar la libertad.[6]

 

La presunta inferiorità della donna, attraverso i secoli, fu motivata da condizioni economiche ma fu giustificata anche dal suo “naturale” ruolo di fattrice: la donna è colei che si prende cura del futuro della società attraverso l’educazione dei bambini. Ma mentre si procede verso la civiltà, avanzando verso una piena umanizzazione, le donne hanno imboccato la strada di una piena partecipazione alla vita economica, culturale, sociale, politica e civile. All’inizio del Novecento la donna, sfruttata disumanamente per pochi spiccioli, priva di diritti sindacali, politici e giuridici – tra cui anche il diritto di voto – e accerchiata dal pregiudizio di una presunta inferiorità morale e intellettiva rispetto all’uomo, era libera solo di scegliere se morire di parto, in una fabbrica di camicie, per mano di un bruto o uccisa dalla polizia nella repressione dei frequenti scioperi dell’epoca. Perciò nel 1907 Clara Zetkin, delegata del partito socialdemocratico tedesco e dirigente del movimento operaio, e Rosa Luxemburg, teorica della rivoluzione marxista e fondatrice del Partito Socialista Polacco e del Partito Comunista Tedesco, organizzarono la 1° Conferenza internazionale della donna, in cui si discute, per la prima volta, anche del ruolo politico e civile della donna. Senza perdersi d’animo, la socialista americana Corinne Brown decise di sovrintendere direttamente l’assemblea: in quella conferenza, in seguito chiamata «Woman’s Day», il giorno della donna, si discusse sullo sfruttamento operato dai datori di lavoro ai danni delle operaie in termini di basso salario e di orario di lavoro, delle discriminazioni sessuali e del diritto di voto alle donne.[7] La rivendicazione di questi diritti basilari, cioè del diritto a godere di una piena cittadinanza, non significa certo guerreggiare contro gli uomini (come afferma una certa retorica machista), ma si tratta esclusivamente dell’ottenimento del diritto a una parità di condizioni. In Ecuador, in questo senso, proprio l’esempio di lotta e onestà di Manuela Sáenz è rivendicato come modello di “donna-nuova”, emblema di cittadinanza femminile compiuta. In Bolivia, nello stesso periodo, nacque il “movimento femminista comunitario” che ben presto ispirò l’intero continente latino-americano. I movimenti femministi, in generale, furono caratterizzati dalla volontà di decostruire il sistema sociale dominante e combattere la disuguaglianza sociale e civile tra uomini e donne, che collocano queste ultime in una posizione d’inferiorità, giustificata dal dominio maschile in conformità a una presunta inferiorità biologica della donna. Questa ha le sue origini storiche nella famiglia, la cui leadership esercitata dal padre si proietta all’intero ordine sociale. Nel caso del femminismo comunitario Bolívariano, la definizione del sistema oppressivo parte anche da una critica al sistema economico dominante, come nel caso del neoliberismo e del capitalismo. Il capitalismo, cioè, rappresenta anche il patriarcato e incarna la conquista dei popoli indigeni delle Americhe. Il femminismo latino-americano, come movimento politico-sociale, si basa sulla necessità di ricostruire una comunità perduta (quella nativa americana) e nasce in Bolivia da un forte elemento indigeno. Si potrebbe pensare che quando si parla di comunità ci si riferisca a una zona rurale, ma non è così. La comunità rappresenta un inclusivo principio di vita basato sul prendersi cura degli altri e dell’ambiente. La comunità può nascere in qualsiasi parte del mondo, perché le donne sono la metà di ogni popolo e perché in ogni comunità il femminismo sta creando la sua storia. L’esistenza del femminismo comunitario è importante perché le donne, in America Latina, il continente più machista del mondo, orientano la loro lotta in una direzione indigenista ed eco-socialista. Questo continente preferisce chiamarsi Abya Yala, che è il nome che il popolo indigeno Kuna diede a Panama e Colombia, prima della conquista da parte dell’Europa. Esiste un femminismo nato in Europa dalle radici della Rivoluzione Francese, ma il femminismo europeo non è in grado di analizzare e influenzare il contesto latino-americano che ha ben altre radici. Infatti, nel 1781, a La Paz, in Bolivia, Gregoria Apaza e Bartolina Sisa combatterono accanto a Tupac Katari, riconosciuto leader Inca e Tupac Amaru. Si tratta di donne che presero importanti decisioni politiche e militari, molti anni prima che la francese Olympe de Gouges scrivesse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791). Certamente, il continente Abya Yala trae le sue origini dalle comunità native in cui le donne spesso esercitarono ruoli decisivi e addirittura di leadership politica e militare. Questo progetto di ricerca ricostruisce, seguendo un preciso ordine cronologico, il movimento delle donne neoBolívariano, nato in America Meridionale, grazie al contributo di Manuela Sáenz, fino ai vari femminismi comunitari contemporanei, generati dai nuovi movimenti sociali. Attraverso le prospettive offerte dal comunitarismo indigeno dell’America meridionale, nasce l’educazione popolare femminista – corrente pedagogica che ha plasmato la visione e le strategie delle organizzazioni sociali autoctone. L’idea di educazione popolare sorta in America Latina, come pratica educativa “di, da e per la gente” è un approccio all’apprendimento attraverso cui le persone insegnano e imparano insieme, analizzando criticamente le loro vite, le loro situazioni e le questioni che sono più importanti all’interno della loro comunità per mettere in discussione le radici strutturali e ideologiche dei problemi, avviare un processo d’apprendimento e definire un’agenda comune per l’organizzazione di azioni congiunte. Da decenni l’educazione popolare, guidata dall’attivista e accademico brasiliano Paulo Freire è all’avanguardia: è stata forgiata nel calore delle lotte contadine per la terra, concentrandosi sui movimenti rivoluzionari che hanno combattuto contro le varie dittature in America Latina.[8] L’approccio iniziale ha evidenziato il concetto di classe come una delle principali strutture a sostegno delle gerarchie sociali. Dagli anni settanta, attivisti per la giustizia, femministe e antirazzisti hanno inserito concetti inerenti al sesso, alla razza e altri elementi come determinanti della disuguaglianza. Il settore privato e domestico è spesso il luogo privilegiato per plasmare l’oppressione interiorizzata delle donne. Le femministe hanno anche identificato numerosi fattori di oppressione che s’intersecano. Questi includono genere, classe, sessualità, età, nazionalità, posizione sociale ed etnia. In questo momento, al fine di risolvere problemi sociali di un certo rilievo, in filosofia e pedagogia si adottano strategie che combinano l’empowerment individuale con il rafforzamento comunitario, per la costruzione di movimenti sempre più dinamici con cui si ottiene maggiore incidenza per il cambiamento sociale. Un nobile strumento di empowerment femminile è senz’altro la valorizzazione della letteratura femminile come strumento di critica sociale. In questo senso, le epistole di Manuela Sáenz si rivelano colonna portante del progetto educativo. Anche se sono stati scritti molti libri sul lavoro e la figura di Simón Bolívar, pochi sono quelli che trattano il suo amore tempestoso con Manuela Sáenz. Un consistente numero di lettere e documenti attesta quello che fu un rapporto intenso e impetuoso. La corrispondenza tra Simón Bolívar e Manuela è onesta e tenera. Mentre Simón Bolívar lotta per la liberazione dei popoli del Sud America, si nutre dell’amore incondizionato che Manuelita Sáenz gli offre. Se la storiografia ufficiale sfoggia Bolívar attraverso una prosa austera, mirata ed elegante, le parole che lui e Sáenz si scambiano privatamente, nel corso degli anni, lo svelano più sciolto e vulnerabile. Anche se Manuela fu detestata da alcuni storiografi reazionari, oggi è onorata in tutto il continente latino-americano, riconosciuta per il suo ruolo di primo piano nella lotta di liberazione e per la sua fedeltà agli ideali indipendentisti. Perciò questa tesi sarà anche corredata da una completa traduzione, dallo spagnolo all’italiano, dell’epistolario appassionato tra i due patrioti indipendentisti Simón Bolívar e Manuela Sáenz. Nell’epistolario si evidenziano sentimenti come l’agonia, la passione, la nostalgia e l’amore patriottico. Anche se sono passati quasi duecento anni, gran parte di ciò che è trasmesso in queste lettere risuona dell’attualità delle parole di due amanti di questo secolo. Parafrasando E. Burgos, si tratta di “rivelare la Storia nascosta sotto la Storia”, facendo emergere dal silenzio anonimo e riscattando dall’aneddoto scontato, nel quale è stata relegata, la presenza storico-culturale della donna latino-americana:

Non si tratta pertanto di una storia della donna latino-americana, bensì della storia dell’America Latina attraverso le sue donne. È una storia scritta al femminile: ciò comporta una rottura con l’egocentrismo fallico della storia patriarcale.[9]

 

Non stupisce quindi che la rivoluzione neobolívariana abbia valorizzato anche i sentimenti che, nonostante i veli, sono parte integrante delle grandi storie. Tutte le donne che in questo periodo si trovano in una posizione di potere, dovrebbero pensare che non sono sole, ma formano una parte di questo enorme esercito di donne che hanno attraversato secoli di sacrifici, di morte e numerose esperienze sgradevoli, pur di rendere la donna soggetto attivo della storia, libera di pensare e agire.[10]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Donne e Nazionalismo ispano-americano

Come più volte ha affermato Natividad Gutierrez, non si può descrivere il ruolo delle donne nell’Indipendenza ispano-americana senza comprendere che ogni scritto del XIX secolo su questo processo è legato all’esaltazione del nazionalismo che è un fenomeno molto complesso, poiché a volte è definito come movimento culturale o come ideologia, come sentimento, come fine o ideale. Esiste una letteratura nazionalista, una musica nazionalista, un’economia nazionalista e una scuola di pensiero nazionalista. Esistono nazionalismi aggressivi o difensivi. Il nazionalismo è considerato dagli storici del XIX secolo e della prima metà del XX come il motore dell’indipendenza. Le donne negli scritti dei nazionalisti sono simboli, non personaggi storici. Celebrano la continuità, la riproduzione, la sopravvivenza, i posteri; sono miti destinati a occupare ruoli secondari in strutture patriarcali.[11] Nei pochi scritti di donne attive nell’indipendenza si rivelano alcune peculiarità, come la loro origine etnica. Juana Azurduy, per esempio, fu una donna di origine india, colonnella di un vero e proprio esercito:

 

 

Señora Doña Juana:

El Libertador Bolívar me ha comentado la honda emoción que vivió al compartir con el General Sucre, Lanza y el Estado Mayor del Ejército Colombiano, la visita que realizaron para reconocerle sus sacrificios por la libertad y la independencia.El sentimiento que recogí del Libertador, y el ascenso a Coronel que le ha conferido, el primero que firma en la patria de su nombre, se vieron acompañados de comentarios del valor y la abnegación que identificaron a su persona durante los años más difíciles de la lucha por la independencia. No estuvo ausente la memoria de su esposo, el Coronel Manuel Asencio Padilla, y de los recuerdos que la gente tiene del Caudillo y la Amazona.Una vida como la suya me produce el mayor de los respetos y mueven mi sentimiento para pedirle pueda recibirme cuando usted disponga, para conversar y expresarle la admiración que me nace por su conducta; debe sentirse orgullosa de ver convertida en realidad la razón de sus sacrificios y recibir los honores que ellos le han ganado.

Téngame, por favor, como su amiga leal.[12]

 

Le lettere tra Manuela Sáenz e Juana Azurduy sono testimonianza di simpatia e di riconoscimento reciproco tra due colonnelli dell’Esercito di Liberazione. Quante fossero, quale fosse il loro background sociale, non è molto chiaro. Gli storici tendono a descrizioni romantiche. Mario “Pacho” O’Donnell, un medico, nel suo saggio La Teniente Coronela (Buenos Aires, 1994),[13]ripete i temi con cui il boliviano Joaquin Gantier, che poi ha ripreso da vari storici del XIX secolo, descrive le donne di Chuquisaca, città natale di Azurduy nel 1780, in termini così lusinghieri da risultare irritanti, perché le “doti di donna chuquisaqueña” sarebbero, secondo lui, “il profondo affetto alla terra, la difesa appassionata della loro casa, vivere al limite dell’immaginazione artistica, onestà e spirito di sacrificio”. Infatti, le donne hanno sofferto l’ingiustizia brutale di essere contadine e indigene. Si sono unite al movimento rivoluzionario guidato da una coppia, Juana e il marito Asencio Padilla, perché ricordava un’altra coppia leader, Bartolina Sisa e Tupac Katari, che nella tradizione aymara e quechua riconduceva alla coppia creativa primordiale che forma la pienezza dell’essere. La bellezza di Juana, così decantata dai suoi contemporanei, era un complemento perfetto per il suo coraggio e un ingrediente di attrazione che la sua figura sortiva sulle truppe, in particolare per quelle donne che sono state rivendicate dalla sua capacità militare, la sua audacia arrogante, la sua condizione meticcia e la sua bellezza. Le donne a cavallo rivendicavano un desiderio di libertà: erano quindi per lo più indigene che esprimevano la loro insoddisfazione per il trattamento ricevuto da creoli e spagnoli. Questa caratteristica si evince anche in Manuela Sáenz, che fu creola ma figlia illegittima, perciò nata in una condizione di marginalità. Manuela Sáenz, secondo la storica ecuadoriana Jenny Londoño, era una donna che aveva vissuto sin dall’infanzia in un ambiente pro indipendenza e conosceva bene le rivolte scoppiate in Ecuador alla fine del XVIII secolo.[14] J. Azurduy, invece, fu un’eroina maggiormente conosciuta, soprattutto per le sue origini etniche. L’altra colonnella dell’Esercito di Liberazione del Sud, ma per anni misconosciuta, fu proprio Manuela Sáenz, che comprese la rabbia che accompagnò le richieste e le rimostranze delle popolazioni amerinde e afro-discendenti. In effetti, la donna che ha legato la sua vita alla sorte di Simón Bolívar manifestò uno spirito ribelle e partecipò a parità di condizioni con gli schiavi in rivolta, prima di incontrare Bolívar, nel 1822. In America Latina i processi nazionalisti sono entrati in gioco dopo l’indipendenza (non in epoca coloniale), al fine di consolidare la legittimità politica locale. Qui fattori diversi si sono sovrapposti nello sviluppo della coscienza nazionale, come ad esempio la complessità etnica e provinciale, le identità politiche, la socialità, la pedagogia, la letteratura patriottica e la mitopoiesi, l’archeologia e l’evocazione del passato precolombiano, la costruzione di monumenti e opere civili. Per le considerazioni inerenti al genere e alle sue intersezioni con la cultura e il nazionalismo, la storica Sarah C. Chambers, autrice di Onore, sesso e politica in Arequipa (Perù, 1780-1785), afferma che la “socialità femminile” fu una pietra miliare nella costruzione di comunità nazionali in America Latina.[15] L’autrice analizza la scrittura e la vita sociale di tre donne, Manuela Sáenz (amante di Simón Bolívar), Mariquita Sánchez e Carmen Arriagada. Si tratta di donne che frequentarono i migliori salotti letterari dell’epoca. L’autrice esamina come hanno immaginato le loro comunità e le nazioni, e il loro ruolo di donne in ambienti politici e letterari. Chambers analizza anche gli effetti dell’esilio e la conseguente disaffezione politica sul senso dell’identità nazionale in queste donne. L’identità nazionale non può essere rappresentata unicamente dai territori di appartenenza, le relazioni sociali erano ugualmente formative: amici e familiari, salotti letterari e organizzazioni caritative formarono la realtà nazionale. Una figura di spicco nel panorama intellettuale postindipendenza in America Latina, padrona di casa in molti salotti letterari, insegnante, giornalista e scrittrice prolifica, fu Juana Manuela Gorriti (1818-1892), che ha contribuito non poco a formare le culture nazionali dell’Argentina e del Perù, suo paese d’esilio. Fu una scrittrice romantica celebrata nella letteratura argentina. Sogni e Realtà è la prima edizione della sua collezione di racconti, pubblicato la prima volta nel 1865 a Buenos Aires.[16] Soltanto durante il XXI secolo le donne non furono più celebrate unicamente per le loro virtù domestiche, poetiche o letterarie, ma anche per le qualità politiche e militari che rafforzarono il processo di unità nazionale. Emblema esclusivo di questa politica innovativa fu proprio Manuela Sáenz, che simboleggiò la patria rinnovata, un nazionalismo progressivo che si riappropria della storia locale e della memoria collettiva:

En ella y con ella, a partir de hechos simbólicos generamos hechos políticos: la presencia y permanencia del valor de la mujer en la historia de nuestras revoluciones; su participación con la fuerza, inteligencia y la sensibilidad de quienes piensan, sienten y aman. Manuela fue mujer, amante, compañera, amiga, guerrera, estratega, cómplice, encu- bridora, coronela, generala, caballeresa del sol... bordadora, tierna hacedora que acuna- ba los sueños y las realidades del amor y de la libertad. Es probable que Manuela haya amado más a la libertad que al Libertador, y es posible que por esa profunda lealtad a la liberación de sus pueblos, su camino de fuerza y luz, transite a veces por el laberinto de nostalgia y soledad, al escribirle Bolívar: «estarás sola Manuela y estaré solo a mitad del mundo y no habrá más consolación que el habernos conquistado a nosotros mismos». Para el Ecuador haber compartido la dimensión histórica de una mujer que pertenece a nuestra América, en las campañas para el retorno simbólico de sus restos, constituyó una inmensa demostración de que en su paso por los cuatro países, por la ruta de la libertad y del Libertador, fueron sumándose voluntades, adhesiones, organizaciones, cánticos y gritos, que en favor del amor y la libertad, expresaban los pueblos de Ecuador, Colombia, Perú y finalmente de Venezuela, en más de trescientos multitudinarios homenajes. Este es un libro, o más bien la constancia del sentir colectivo, que recoge escritos, discursos y testimonios de esa huella imborrable, de cuánto recordamos y cuánto queremos, a las Manuelas que habitan en nosotros, y que a la vez necesitamos que estén con nosotros.[17]

1.1. L’indipendenza quiteña

Il 16 giugno del 1822, in mezzo a razzi, fuochi d’artificio e al suono delle campane, il Libertador Simón Bolívar si unì a Quito (Ecuador) con Manuela Sáenz, il grande amore della sua vita e la sua più fedele difensora. Quel giorno Bolívar entrò a Quito tra applausi e festeggiamenti, avendo di recente liberato la città dal dominio spagnolo. Jose Antonio Sucre, l’eroe della battaglia di Pichincha (Ecuador), lo precedette. La gente osannava i libertadores in una grande festa. Dai balconi le giovani donne gettavano splendidi fiori sulla testa dei patrioti a cavallo. Tra loro c’era Manuelita Sáenz; al tempo aveva 24 anni e quello stesso giorno si innamorò di Bolívar, durante il balletto comune, dopo aver gettato l’alloro ai suoi piedi. Manuelita fu il grande amore di Bolívar fino al 1830:

 

 

En 16 de junio de 1822, luego de la batalla de Pichincha, arriba a Quito el hombre más grande de América. Un cohete, se elevò veloz, impetuoso en llamaradas, para inundar el cielo con chipas amarillas, rojas, azules en una esclosión de meravillosa bienvenida. Desde el Panecillo, fiel guardián de la ciudad, un cañón retunmbó en salvas de libertades, agitando aun más el corazón de las gentes que estaban congregadas para conocerlo. “Todos los campanarios indios, que locos, daban rienda suelta a su alegría, sin darse cuenta el caos que armaban a las gentes sobre sus cabezas, solo contaba la euforía de la muchedumbre por tan gran acontecimiento” (….) Manuela que ocupaba un lugar junto a Juan Larrea, se inclinó hacia delante con repentina rxcitación. “Era él, por fin el que miraban sus ojos, el hombre más grande de todo el continente, la encarnación de todos los sueños y entusiasmos, la causa por la que se había luchado durante tanto tiempo. Y era tambíen un hombre fascinante, cuyo rostro revelaba el sufrimiento y la meditación, su flexible cuerpo se movía graciosamente con cada brioso caracoleo de su magnífico caballo blanco. Manuela tomó una corona de laurel, y le lanzó a los pies del Libertador. Y luego observó con horror que el objeto cambiaba de rumbo en el aire e iba a dar al jinete de lleno en la mejilla”. El libertador miró hacia el balcón y vio a la culpable, que tenía los ojios negros muy abiertos y luminosos, el rostro ancendido, las blanca manos apretadas contra el blanco pecho que lucía el dorado emblema del Sol, y sonrió con su perdón a los ojos de Manuela, y luego pasó a ocupar el lugar en la gran plaza donde se le tenía preparado el primer recibimiento tanto a él corno a los otros libertadores.[18]

Si fece notare per il suo eroismo quando la notte del 25 settembre 1828 un gruppo di sostenitori di Francisco de Paula Santander tentò di assassinare il Libertador nel Palazzo del Governo a Bogotà (Colombia). Manuelita, con la spada in mano, affrontò i sicari mentre Bolívar ebbe il tempo di fuggire attraverso il balcone. Ma il “primo grido d’indipendenza” avvertito a Quito ebbe luogo il 10 agosto 1809, essendo quando era presidente della Real Audiencia[19] lo spagnolo Don Manuel de Urriez, Conde Ruiz de Castilla. Tutto il processo rivoluzionario coinvolse un grande contingente femminile, donne poco conosciute nella storiografia nazionale. Nella notte del 9 agosto i patrioti di Quito avevano organizzato un Consiglio Supremo attraverso una riunione cospirativa che si tenne a casa di Manuela Cañizares, patriota ed eroina nata nel 1769 che fin da giovane s’indentificò con la lotta dei creoli contro le autorità che avevano governato l’Audiencia di Quito. Fu questo il motivo per cui prestò la sua casa per diversi incontri clandestini, dove i quiteños progettarono le prime mosse contro le autorità spagnole, in particolare contro il presidente Don Manuel de Urriez. Così nella notte del 9 agosto 1809, quando i patrioti quiteños riunitisi a casa sua ebbero un momento di debolezza che avrebbe potuto far deragliare il movimento rivoluzionario, diventò l’eroina spirituale dell’azione, affrontandoli con determinazione. Li arringò con queste parole che la resero protagonista della storia: “Vigliacchi ...! Uomini nati per la servitù ... di che cosa avete paura ...?! Non c’è tempo da perdere ...”! Fu allora che con coraggio, determinazione e decisione, i quiteños portarono a termine con successo la rivoluzione del 10 agosto 1809. La scintilla della rivoluzione fu la mancanza di sostegno da parte di altre province e i conflitti interni al Consiglio Supremo che portò all’arresto dei suoi membri, processati e infine giustiziati il fatidico 2 agosto 1810. Quel giorno morirono più di sessanta eroi, compresi i leader più radicali del Consiglio Supremo. Il massacro radicalizzò la lotta a Quito, dove qualche anno dopo si formò un nuovo Consiglio Supremo, che continuò la guerra e convocò un Congresso che emise la nota Costituzione di Quito del 1812, su cui si sarebbe poi istituito lo Stato ecuadoriano. Dopo il massacro degli eroi, il villaggio fu attaccato per le strade e casa per casa da soldati affamati e la città fu definitivamente sconfitta dalle truppe coloniali. Il risultato finale fu la morte dell’uno per cento della popolazione. Il movimento di liberazione quiteño ricevette perciò il suo primo battesimo di sangue e restò senza élite intellettuale per molti anni. La Rivoluzione quiteña del 1809 fu sostenuta quasi esclusivamente da donne native e nobili. Le più note sono state: Manuela Cañizares, Manuela Espejo, Josefa Tinajero e Mariana Matheu.[20] Chi erano queste donne? Perché sono state coinvolte nel movimento della prima indipendenza di Quito? In che condizioni hanno sviluppato quella lotta? Finora si sa poco, è noto solo che si trattò di donne benestanti e colte, finanziatrici e animatrici di salotti letterari e filosofici, e aderenti alla massoneria, precisamente alla loggia “Ley Natural”:

 

 

Contaron para ello con la colaboración de varias mujeres ilustradas, entre las que destacaban Manuela Cañizares, Mariana Matheu y Josefa Tinajero, quienes desde tiempo atrás habían organizado un grupo de reflexión patriótica bajo el liderazgo de Manuela Espejo, hermana del Precursor y esposa de José Mejía. Luego, siguiendo el modelo de la Ilustración europea, Manuela Cañizares había abierto en su casa una tertulia intelectual a la que asistían regularmente los quiteños ilustrados. Todo parece indicar que las damas de aquel círculo no solo participaron en la conspiración patriótica de 1809, sino que lo hicieron en calidad de miembros de pleno derecho de la logia «Ley Natural». Fue así que el 10 de agosto de 1809, en el segundo aniversario de la muerte del barón de Carondelet, estallaba en Quito el denominado «Primer grito de la independencia americana»y se constituía una «Junta Soberana», presidida por el marqués de Selva Alegre, Venerable Maestro de la logia «Ley Natural». La junta estaba integrada, entre otros, por dos destacados miembros de esa logia: los doctores Juan de Dios Morales, como secretario del Interior, y Manuel Rodríguez de Quiroga, como secretario de Gracia y Justicia. Otros miembros de esa fraternidad masónica integraban también el senado revolucionario.[21]

 

 

 

1.2 L’occultamento delle donne nella storiografia

Nella vasta storiografia esistente sugli eventi patriottici e rivoluzionari latino-americani quasi mai sono stati menzionati i compiti assegnati alle donne, le loro storie di vita, la loro partecipazione a tali processi. Le donne e la loro diversità resta subalterna; dipendenti dagli uomini, i loro nomi sono stati ignorati o rimossi dalla trasmissione storica, creando una generazione di donne orfane nella costruzione della propria identità. Proprio come gli antichi popoli dell’America (i nativi), per 500 anni e più le donne sono state private della cittadinanza storica. Le donne creole hanno sostenuto l’indipendenza con contributi economici, con attività patriottiche, rompendo i ruoli tradizionali della donna coloniale anche quando la sofferenza si manifestò come punizione esemplare: per il sostegno fornito alla causa dell’indipendenza subirono persecuzioni, stupri, torture e talvolta la morte. Un certo moralismo rese invisibili le donne seguendo le regole del pudore verso il corpo violentato delle patriote in guerra. Si occultarono le donne dei villaggi che appartenevano a classi subordinate, le meticce, le mulatte e le zambas che combatterono nelle truppe sui campi di battaglia. In Ecuador, che non fa eccezione anche se esistono molti studi di primo grido sull’indipendenza quiteña provenienti da diversi approcci, ancora permane un enorme vuoto sulla conoscenza delle donne che hanno contribuito a questo processo. Vi sono diverse biografie in cui si analizzano i dati delle donne che sono state coinvolte nelle battaglie, biografie che esaltano le eroine più note, nella fase finale dell’indipendenza ecuadoriana: 1820-1824. La biografia più conosciuta è certamente quella di Manuela Sáenz. Tuttavia, le biografie delle eroine della rivoluzione di Quito del 1810-1812 sono ancora in attesa di essere scritte per le generazioni attuali e future di giovani che hanno bisogno di nuovi paradigmi per la formazione di alti ideali e di una forte autostima, per rafforzare l’identità nazionale latino-americana. Una delle caratteristiche collettive che potremmo evidenziare nelle eroine di Quito è che appartenevano tutte a famiglie creole, alcune di grande prestigio. La visione patriarcale sulla storiografia tradizionale di Manuela Sáenz cominciò a vacillare dagli anni ottanta del XX secolo, in Ecuador, grazie a una nota attivista di nome Nela Martínez Espinoza. Le donne ecuadoriane sono state attive fino ad oggi per un recupero sistematico della sua figura, per rivendicarla come una dei più importanti leader rivoluzionari dell’indipendenza delle Americhe. Nela Martínez Espinoza, nativa della provincia di Canar, nacque nel 1912. Fu scrittrice, poetessa, politico e difensora dei diritti indigeni e sindacali e dell’Ecuador rivoluzionario. Fu la prima deputata del paese, sostenuta dal Partito Comunista.[22] Si espose politicamente partecipando all’insurrezione per rovesciare il dittatore Carlos Arroyo del Rio. Nela rappresentò l’Alleanza delle Donne Ecuadoriane al Congresso Internazionale delle Donne latino-americane che si tenne in Guatemala ed è stata la prima donna a condannare l’uso della bomba atomica. Nel 1954 partecipò alla Fondazione della Federazione Democratica delle Donne (AFE), che racchiudeva diverse reti sociali di donne intellettuali e sindacaliste. Nel 1956 l’AFE ha partecipato alla prima riunione delle donne lavoratrici, allargando la propria lotta a due categorie molto importanti: il genere e la classe. Morta nel 2004 all’età di 92 anni, dedicò molto tempo al recupero della figura di Manuela Sáenz, al movimento femminista e a quello per i diritti sociali e politici dell’Ecuador. Dopo la sua equiparazione a quella di Bolívar, in termini di patriottismo e amore per la libertà, Manuela Sáenz non è più l’“amante pazza” di Simón Bolívar, ma la Libertadora. Nela Martínez Espinoza, infatti, capì la necessità di riscattare Manuela Sáenz alla memoria collettiva e nazionale, e si dedicò a proporla come modello di donna nuova e patriota, affermando:

 

Los académicos tiene trabajo: expurgan minuciosamente libros, folletos, periódicos, manuscritos. Encienden hogueras mentales para quemarle. La cacería continúa. Pero no basta un siglo o dos para borrar sus huellas. La volvimos a encontrar cuando fuimos tras los huesos de la Insepulta. No estaban en el cementerio ni en la fosa juntadora de cal después de la peste, y del ahogo de tanto mar y tanta soledad. El pueblo entero sabía de «esa señora maravillosa que aquí habitó». Recuerdo de abuelas, de tíos, de la historia viva, no escrita de los pequeños pueblos. Nadie recordaba ni sabía de crónicas escandalosas. Muchos ni a Simón Bolívar le conocían. Por la narración oral nos la describieron escrutando la distancia con su catalejo. Daba la voz de llegada de los barcos y «cambiaba su lengua por la de los extranjeros» cuando era necesario. Traductora, dulcera, cigarrillera, vendedora de artesanías de su Quito en donde se fusionaban las habilidades fluyentes de etnias y oficios, extendía su gracia desde el mísero portal de la casa por cuya escalera quizás iba de prisa, para alguna urgencia ajena, hasta quebrarse los huesos por las carencias y quedarse inmóvil, entre sillón y hamaca, la pecadora, sublevada para siempre junto a sus recuerdos de gloria por la libertad y la tierra, la patria y la soberanía. Desde el fondo de la casa vino a mí su inquilino. Muy reservadamente me entregó una llave artesanal grande y oscura y me dijo: «esta es la llave de la casa de Manuela, la puerta que se abra será la del encuentro». Ninguna puerta se ha abierto hasta ahora. Todas están selladas ante la demanda de reconocerla en su dimensión histórica. Nudo apretado, los intereses de la colonia de ayer y los de la colonización de ahora se juntan cerrándole el aire a la garganta de nuestra América. Nunca antes tanta entrega mísera de la Patria Grande que unida sería, cuando menos, digna. Y aquí estamos buscándola, esperándola. «El tiempo me justificará», dijo la insepulta, la discriminada, la apasionada, la que ganó sus ascensos en los Ejércitos de la República. Sucre, el más genial oficial de Bolívar, le pidió a este que se la ascendiera al grado de Coronel. Y Coronel, es el grado que Bolívar, en justicia de merito le confirió. Si ninguna otra razón nos hubiese dado el encuentro de las cartas y los documentos hoy revelados, lo de la verdad de su grado militar y su participación en la Batalla de Ayacucho, nos la devuelve desde la cima de Condorcanqui, íntegra y triunfante. En Colombia, Santander la ha degradado en ausencia. Un poco después, Flora Tristán, la precursora de Marx, escribió sobre esa sociedad peruana enroscada en las realidades del Virreinato: «El grado de desarrollo de un país se conjuga con el de la libertad de la mujer». Y este despojo malintencionado de la verdad histórica y humana de Manuela Sáenz nos llama a ganarle su última batalla.[23] 

 

 

Nel 1989 Nela Martínez Espinoza organizzò il “Primo incontro con la storia: Manuela Sáenz”, tenutosi a Paita il 24 settembre dello stesso anno. Esiste una dichiarazione che è stata firmata da più intellettuali, attraverso la quale i partecipanti si sono impegnati a seguire l’esempio di Manuela e combattere tutte le forme d’ingiustizia neocoloniale, compresa la discriminazione di classe, razza e genere. I partecipanti proclamarono Manuela Sáenz precursora della donna emancipata e Libertadora. L’appellativo sancì che il suo contributo all’indipendenza era da considerarsi pari a quella di Bolívar. Ma soprattutto è emersa la presenza di Manuela Sáenz come un’eroina femminista e militante rivoluzionaria combattiva, un simbolo che dovrebbe ispirare tutti, donne e uomini, quelli che sono coinvolti nella trasformazione delle società latino-americane, secondo ideali femministi e rivoluzionari. La proposta di promozione postuma a Generalessa per Manuela Sáenz, e il suo riconoscimento a livello nazionale partì sempre da Nela Martínez Espinoza e le donne s’impegnarono in tutto l’Ecuador nella Fondazione Manuela Sáenz di Quito, attualmente divenuta un Museo ricco di testi d’epoca, foto e vario materiale educativo e didattico circa l’eredità storica e culturale lasciata da Manuela Sáenz.[24]

Nonostante le immagini storiche che dipingono Sáenz come un’appendice del generale Bolívar, la realtà fu ben diversa. La biografa di Manuela Sáenz, Yolanda Añazco, afferma che l’impegno civico e politico di Manuelita cominciò in tenera età: precisamente a 14 anni. A quell’età Manuelita incontrò i primi combattenti indipendentisti e conobbe la patriota e protofemminista Manuela Cañizares:

 

 

Manuela Sáenz tenía escasos 14 años, cuando afloraron en el país los anhelos libertarios fermentados desde el momento mismo de la conquista. En la hacienda de Chilo Jijón de propriedad del Márquez de Selva Alegre, el 25 de diciembre de 1808, se reunieron los primeros independentista, las sucesivas reuniones fueron en la casa de Juan de Dios Morales y Manuela Cañizares.[25]

 

 

Dopo il matrimonio con il mercante inglese De Thorne, Manuela entrò a far parte di un circolo sociale privilegiato dagli stretti legami con i poteri politici ed economici. Nel fiorente movimento per l’indipendenza, le feste dell’élite furono inondate da dibattiti sulla strategia militare e le varie teorie politiche:

 

 

Cuando viajaba Thorne, Manuela se dedicaba a actividades diferentes en clases sociales muy distintas. Se movía en los círculos patrióticos, quienes conspiraban contra la Corona. Perù estaba entonces en pie de guerra. Los realistas picados por la derrotas en Chile, trajeron mucho material de guerra. El General San Martín, con sus insurgentes victorias, avanzaban sobre la frontera del Perù y en la misma Lima los amigos de la libertad conspiraban para minar el terreno al Virrey. En el Salón barroco de la casa de Rosita Campuzano, su compatriota, Manuela participaba fervorosamente ed esta conspiración, juego peligroso, el hecho de que su marido fuera inglés no la hibiera salvado si hubiese sido descubierta.[26]

 

 

Sáenz fu ospite fissa alle serate danzanti tenute nelle sale da ballo del viceré spagnolo. Come afferma Y. Añazco, fu durante questi incontri che divenne amica di Rosita Campusano, l’amante di José San Martín, che aveva guidato con successo la campagna per l’indipendenza in Argentina e Cile e che in quel momento era a capo di forze antispagnole in Perù. I due condividevano l’interesse per la politica e l’impegno per gli stessi obiettivi patriottici. Sáenz offrì se stessa e i suoi schiavi per la lotta di liberazione del Perù, e accettò di fornire informazioni sulle strategie militari realiste. Le sue convinzioni politiche erano opposte a quelle di suo marito e di suo padre che, come europei e commercianti, si sentivano minacciati dalla possibilità di una Repubblica e da una successiva rivoluzione socio-politica. Le formulazioni politiche di Sáenz erano in contrasto con l’idea diffusa circa l’incapacità delle donne di pensare e di impegnarsi politicamente, e le sue azioni politiche, in questa fase, non si adeguarono alle norme di genere dominanti. Nela Martinez, riguardo al complesso lavoro politico gestito da Manuelita, scrive appunto:

 

No hace mucho era la reina de la Magdalena. Una reina trabajadora, activa en la or- ganización del archivo político y militar, incansable buceadora en las agitadas corrientes conspirativas a las que enfrentaba con persuasión o maldición, con armas cuando hacía falta, sola en medio de la tropa asombrada y una oficialidad dubitativa o sencillamente comprometida con godos o realistas, Ah, pero también recibía a la flor y nata de la sociedad virreinal que jugaba a la república. Ningún servicio secreto estaba mejor informado que Manuela Sáenz. Nadie se comunicaba tan espontánea y directamente con el pueblo, con los soldados, con las mujeres. Madrina de sus hijos, preocupada por el rancho y las condiciones de vida en los cuarteles, enfermera y ayudante sanitaria allí donde hacía falta, daba y disponía la atención de esa masa que, por convicción o necesidad, llenaba pobrísima los cuarteles.[27]

 

Sussisteva una visione sessista nelle norme secondo le quali le donne si sarebbero dovute coinvolgere in politica o diventare attrici del nazionalismo emergente. Reti femminili di gossip – per donne di classe alta o reti mediate dagli schiavi – furono al centro dell’azione politica di Sáenz. A sostegno di San Martín, Sáenz trasmise le informazioni carpite durante gli eleganti ricevimenti a Lima. Usò i suoi schiavi per inviare indicazioni a San Martín su ciò che l’elite realista pianificava. Non solo i suoi schiavi inviavano messaggi, ma raccoglievano anche relazioni sui movimenti dei soldati monarchici. Poiché tale attività si basò sulla sfera domestica, allora riservata esclusivamente alle donne, Sáenz non aveva ancora rotto con le norme di genere tradizionali, ma prudentemente estese la sfera domestica alla dimensione pubblica. In quel periodo storico, ecceto i ruoli casalinghi, la sfera d’influenza delle donne non aveva alcun impatto sul mondo dominato dalla politica maschile. Dato che permanevano anche importanti dinamiche classiste ed etniche, Sáenz ebbe accesso a determinate informazioni privilegiate in ragione della sua condizione di donna creola, bianca, frequentatrice di salotti elitari, ma senza l’aiuto degli schiavi neri e senza accesso alle loro informazioni l’efficacia del suo ruolo di spia sarebbe stato più limitato. Come riconoscimento verso il ruolo importante che Manuela aveva giocato, San Martín nominò Sáenz membra della Società Patriottica Femminile e le assegnò il titolo di Cavaliera dell’Ordine del Sole, per il quale ricevette una medaglia speciale all’onore con inciso lo slogan: “Per le più sensibili tra le patriote”. L’esistenza della Società Patriottica e l’Ordine del Sole dimostrano come l’impegno delle donne per l’indipendenza fosse piuttosto diffuso, e che quest’attivismo non fu visto come una minaccia, ma, al contrario, furono percepite positivamente le donne che lavorano per il bene delle loro società, in modo da sostenere il sesso maschile nell’ottenimento degli obiettivi politici.[28] Tuttavia, questa percezione sulle azioni della Sáenz sarebbe presto cambiata dopo il suo incontro con Bolívar, quando fu coinvolta per l’indipendenza a un livello militare più alto. Sáenz faceva parte della commissione che preparò un ricevimento per Bolívar dopo la sua decisiva vittoria nella battaglia di Pichincha, e coordinò le azioni di pulizia delle stanze che avrebbero accolto il generale Bolívar, ancora una volta un ruolo politico tradizionale, tipicamente femminile e “domestico”. Fu durante l’accoglienza che si verificò il fatidico incontro tra il Sáenz e il generale Bolívar. Si dice che lei si fosse posta su uno dei balconi, guardando la sfilata e gettando fiori ai soldati mentre marciavano. Quando Bolívar passò, gli lanciò una decorazione floreale. Il generale alzò lo sguardo verso di lei e la salutò. Bolívar era noto come un donnaiolo, e in un primo momento appariva probabile che il suo incontro con Sáenz sarebbe stato un amore fugace. Quando Bolívar lasciò Quito sembrava che la relazione stesse per finire. Invece, Sáenz lo seguì, lasciando il marito. Nella Quito tardo coloniale, il divorzio non era un’opzione prevista per le donne di una classe superiore. Il divorzio per decisione della donna era improponibile; il matrimonio era fondamentale per la protezione fisica, economica e l’onore femminile. Inoltre, un marito – anche se abbandonato – aveva il diritto di sequestrare la moglie e rinchiuderla in un convento, se sentiva minata la sua reputazione. Perciò l’azione di Sáenz fu piuttosto coraggiosa, ed è probabile che l’ambizione politica e la passione romantica siano stati fattori motivanti.[29]

1.3 Nascita degli stati nazionali postcoloniali

Le guerre d’Indipendenza latino-americane contro la Spagna rappresentano il crollo sostanziale dell’impero spagnolo, e furono di epocale importanza. Hanno portato alla nascita dei primi stati nazionali “postcoloniali”, inaugurato una serie di trasformazioni economiche e politiche nelle Americhe e aperto la strada alla massiccia espansione del territorio degli Stati Uniti e del loro potere. Anche se le guerre si sono svolte tra il 1808 e il 1824, gli storici hanno recentemente dimostrato come il passaggio dall’assoggettamento spagnolo alla cittadinanza latino-americana faccia parte di un processo più ampio che copre gli anni che vanno dal 1750 al 1850, in cui gli ideali rivoluzionari primeggiarono nel mondo. Dal XVII secolo lo stato di Spagna come potenza europea aveva intrapreso un rapido declino. La depressione economica e la sconfitta militare devastarono il tesoro nazionale, e la Spagna diventò sempre più dipendente dalle sue colonie per le risorse. Quando la dinastia borbonica sostituì gli Asburgo in Spagna nel 1700 e venne emanata un’ambiziosa serie di riforme tra le metropoli dell’impero che ridusse l’egemonia della Chiesa cattolica, il potere politico centralizzato ristrutturò l’economia. L’effetto di queste riforme nell’America spagnola fu fatale. Le idee illuministe circolarono per la prima volta, mentre le riforme economiche e politiche generarono risentimento e ribellione tra le classi elitarie e le classi popolari. Tuttavia questo sentimento separatista raggiunse il culmine durante l’invasione napoleonica della Spagna nel 1808. Simón Bolívar allora emerse come leader militare e figura-chiave dell’America del Sud. Un aristocratico creolo di Caracas, esposto alle idee rivoluzionarie durante la sua formazione in Europa, fu un capo militare straordinariamente carismatico e audace, e un uomo dalla singolare visione intellettuale. Bolívar fu anche uno scrittore prolifico e lasciò più di 10.000 discorsi, lettere e pagine di diario in cui dispose i suoi piani per un Sud America unificato, modellato sulla falsariga degli Stati Uniti. Bolívar sconfisse il dominio spagnolo ma non riuscì mai a realizzare pienamente un’unione panamericana. Gli ideali democratici e d’inclusione sociale che aveva teorizzato nei suoi primi scritti, furono messi da parte a causa dell’instabilità e delle turbolenze che caratterizzarono il continente latino-americano per diversi decenni. Lo storico britannico Eric Hobsbawm così descrive il processo indipendentista latino-americano:

 

 

(…) le strutture sociali e lo status coloniale del continente rimasero virtualmente intatti. Le masse degli schiavi o ex schiavi (ossia i negri), i peones e i servi (ossia gli indigeni), le comunità di sussistenza dell’entroterra composte da contadini mestizos, di matrice medioevale, gli artigiani e i lavoratori delle città non si interessarono affatto alla liberazione nazionale, né fu chiesto il loro apporto. Alcuni di loro, per esempio gli indios dell’altiplano andino, almeno fino agli anni Cinquanta, erano quasi certamente ignari di vivere in un certo Stato piuttosto che in un altro, e la nazionalità dei signori e degli ufficiali che li vessavano era irrilevante per la loro vita.[30]

 

2. Descrizione biografica: una gioventù ribelle

È in questo contesto rivoluzionario di lotta militare e speranze deluse che dobbiamo individuare la storia di Manuela Sáenz. Nacque a Quito nel 1797, figlia illegittima di un mercante e ufficiale municipale spagnolo e di una madre creola e nobile. I suoi documenti battesimali ufficiali la identificano come trovatella, o hija exposita – figlia d’ignoti – il modo convenzionale in cui si riconosceva la vergogna dell’illegittimità. Eppure il padre di Manuela la riconobbe come sua prole in modo informale: con la sua ricchezza e la sua influenza fornì alla figlia una dote sostanziale e la fece ammettere al più antico e prestigioso convento della città, dove avrebbe ricevuto la migliore istruzione disponibile per le donne nobili in quel momento. La vita del convento divenne fondamentale per il raggiungimento dell’agognata “rispettabilità”. Con i suoi 60.000 abitanti, la città di Quito visse sotto l’influenza francese, perciò vi entrarono gli echi e le influenze della Rivoluzione. Manuela aveva solo 12 anni quando le campane di Tolgo suonarono per dare l’allarme di una rivolta in corso, il 10 di agosto di 1809, quando i patrioti ecuadoriani si sollevarono davanti al Presidente della Reale Udienza di Tolgo per proclamare l’indipendenza dalla Spagna e cessare le relazioni di vassallaggio con la nobiltà locale. Manuela cominciò da giovanissima a interessarsi di questioni politiche, nonostante vivesse nell’oscurità di un convento dove però imparò a leggere e a scrivere, l’inglese e il francese. Ma a soli 17 anni Manuela fugge dal Convento con un giovane ufficiale, lasciando dietro di sé una scia di pettegolezzi. Il padre di Manuela, per non alimentare ulteriori voci e scandali, offrì sua figlia come sposa a un ricco mercante inglese, James de Thorne, un uomo di circa 20 più anziano di sua figlia. Ma la relazione non durò a lungo. Manuela cominciò a interessarsi sempre più di questioni politiche, cospirazioni e campagne militari, rifiutando tutte le attenzioni del marito.[31] James de Thorne la portò a vivere a Lima, dove Manuela sostenne la lotta patriottica di Rosa Campuzano Cornejo[32] e iniziò una serie di attività cospirative contro il vicereame del Perù. Con Rosa Campuzano, più nota come la “Protettrice del Protettore” di Lima, sua complice e amica, arrivarono a convincere il Battaglione realistico di Numancia a passare nelle fila dell’Esercito Liberatore, comandato dal generale José de San Martín:

Su actitud conspiradora le valió el reconocimiento del General José de San Martín que la condecoró con la Orden de Caballeresa del Sol. Hizo amistad con la guayaquileña Rosita Campuzano, compañera de amor y de ideales de San Martín. De vuelta a Quito, y con los acontecimientos de la Batalla de Pichincha, Manuela se incorpora a la lucha al presentarse a colaborar con el ejército independentista. Participa en el auxilio de los heridos, y tras la capitulación realista, traba amistad con el Mariscal Sucre. Conoce a Bolívar el 16 de junio de 1822, y se inicia uno de los más hermosos romances de nuestra historia. [33]

 

Manuela visse sette anni a Lima, dove divenne effettivamente membra della “Rete di guerra” di San Martín e Monteagudo, abbracciando quel tipo di guerra che si porta avanti creando svantaggi materiali all’avversario, dove l’aspetto principale sono le operazioni di sabotaggio, la cospirazione e la propaganda politica. Fu in quest’occasione che Manuela organizzò una vera e propria rete femminile di cospirazione e propaganda rivoluzionaria:

 

 

A Lima aveva organizzato le donne, aveva raccolto denaro per costruire le navi; era andata di casa in casa a chiedere stoffa per le uniformi. (…) Accompagnata dalla fida Jonatas, col suo turbante rosso, e dalla graziosa Nathan, con la sua acconciatura alla moda, si rivolse alle dame di Quito. Tutte le case furono trasformate in laboratori, dove nobildonne e serve indie lavoravano insieme per cucire le uniformi del nuovo esercito. Fu organizzata anche una colletta di gioielli e argenteria per il finanziamento della prossima campagna. Manuela controllava ogni cosa, era dappertutto a chiedere, smuovere, lusingare, convincendo la gente a contribuire o costringendola, a volte, grazie alla sua conoscenza dei vecchi scandali di Quito. Tutto questo portò numerosi cimeli di famiglia nelle casse della guerra, ma non contribuì certo a migliorare la pubblica stima della Sáenz. La gente chiacchierava (...)[34]

 

 

Manuela era anche la sorella di José María Sáenz, uno degli ufficiali del battaglione “Numancia”, quello della più alta élite militare dell’esercito reale spagnolo, presente a Lima, per questo Manuela partecipò alla guerriglia chiamata “operazione Cervantes”. Manuela e Rosa, per il contributo politico e militare offerto alla causa dell’emancipazione furono premiate nel 1822 dal Generale San Martin con la decorazione dell’ordine dei “Cavallieri del Sole”, logo della nuova nobiltà repubblicana che fu consegnata anche a altre 111 donne combattenti e patriottiche di Lima. Per questo vicenda, più tardi, Bartolomé Mitre, storiografo e presidente dell’Argentina oligarchica, etnocida e centralista, e dichiarato nemico e calunniatore di San Martín, si scandalizzerà dell’ordine dei Cavalieri del Sole, che riconosceva e includeva gli indigeni e, peggio ancora, le donne. Manuela ritornò a Tolgo, dove ospitò nella sua casa José di Sucre: nacque in entrambi un’amicizia e un cameratismo permanente. Prestò servizio e consegnò la sua fortuna personale all’Esercito Liberatore che sigillò con la battaglia di Pichincha (24 maggio 1822) l’indipendenza dell’Ecuador, la sua patria nativa. Il giovane Sucre, asceso a generale rivoluzionario a 21 anni, diventa uno dei più limpidi sostenitori del progetto d’indipendenza, unità continentale e soprattutto eguaglianza sociale. Manuela partecipa alla Battaglia di Pichincha vinta dai patrioti e, durante una festa indetta per la vittoria militare, conobbe il Libertador Simón Bolívar. Divenne amante e compagna di Simón Bolívar, abbandonando per sempre il marito imposto James de Thorne. Manuelita Sáenz aveva 27 anni, Simón Bolívar 39. Da quel giorno sigillarono il loro amore e lei accompagnò il generale nelle sue battaglie. Si introdusse nel suo Stato Maggiore e fu promossa a Capitano degli Ussari dopo la Battaglia di Junín nel 1824. Dal fronte di Ayacucho, nel dicembre dello stesso anno, il maresciallo Antonio José di Sucre riconobbe che Manuela aveva combattuto valorosamente e assistito i soldati feriti, per questo motivo chiese che le fosse concesso il grado di Colonella dell’Esercito colombiano e Bolívar accettò. Quando Bolívar ritornò a Bogotà per riassumere la Presidenza della Gran Colombia e affrontare la minaccia della separazione del Venezuela, uno dei suoi primi desideri fu chiedere che Manuelita l’accompagnasse.[35] Lei presenterà a Bolívar Bernardo de Monteagudo, suo amico e compagno di lotta, veterano e rivoluzionario dall’epoca della prima rivoluzione nell’attuale Argentina e Bolivia, diretta dal mitico Mariano Bruno. Più tardi divenne anche Ministro di San Martín in Perù, uno dei più brillanti promotori dell’integrazione continentale latino-americana e della giustizia sociale. Arriverà a essere un quadro importante del progetto di Bolívar e sarà assassinato a Lima nel 1825. Durante i sette anni di convivenza con Bolívar, Manuela militò nella causa indipendentista, partecipò agli allenamenti militari e sostenne logisticamente le truppe, fu spia e messaggera degli insorti. Per questo la vita di Manuela Sáenz è essenziale per comprendere la realtà della donna in un’epoca di transizione, nella quale cominciarono a nascere e in seguito a definirsi le nazioni ispano-americane: la Gran Colombia doveva essere il sole, intorno alla quale ruotavano gli altri stati americani minori.[36] Teresa de la Parra così descrisse la precoce passione politica e sociale di Manuela Sáenz:

 

 

 

De extremada viveza era generosa con sus amigos y caritativa con los pobres. Muy valerosa sabía manejar la espada y la pistola, montaba a caballo, vestida de hombre con pantalón rojo, ruana negra de terciopelo y sueltos los rizos que se desataban a su espalda debajo de un sombrerillo con plumas que realzaba su fi gura encantadora”.

Por lo visto, a medida que aumentaban sus proezas doña Manuelita iba militarizzando más y más su vestido. Le añadía colores y le cosía nuevos galones. Digo esto porque Palma cita otro retrato hecho poco después por un segundo testigo en el cual aparece con dolmán rojo, botones amarillos y brandenburgos de oro. Sea como fuere es lo cierto que con su uniforme, su lanza, su caballo y sus negras ecuestres que se llamaban Natán y Jonatás, doña Manuelita dio mucho que hacer a los Gobiernos del Perú y de Colombia cuando estos se declararon hostiles a Bolívar. Al ausentarse él y presentarse la menor ocasión, doña Manuelita que se creía obligada a guardarle las espaldas, aprovechaba la oportunidad y hacía una salida lanza en ristre a lo don Quijote. Estas salidas casi nunca tuvieron éxito, muy al contrario, pero ella sin desanimarse, continuaba al acecho. Por evitarse desasosiegos lo mismo el Gobierno del Perú que el de Colombia acabaron por desterrarla. En el fondo, doña Manuelita tenía siempre razón. Era la época triste de Bolívar, la de la gran cosecha de ingratitudes, el calvario, los últimos años tan amargos de su vida. Sus proyectos de union y de concentración estorbaban los pequeños intereses. Disuelta la gran Colombia y anarquizada su obra lo acusaban por todas partes de tiranía y de autocracia. Al ausentarse de un país a otro estallaban revueltas contra él. Era lo que sulfuraba a doña Manuelita y la decidía a entrar en escena.

En Lima, en 1827, tuvo lugar la traición de Bustamante dirigida naturalmente contra Bolívar quien acababa de salir para Colombia. Advertida a tiempo doña Manuelita corrió a un cuartel, hizo reaccionar a un batallón, pero fracasó en su intento y el gobierno que surgió del cuartelazo la desterró del Perú.

Durante varios años vivió entonces en Bogotá en la Quinta Bolívar al lado de este, rodeada de honores que le dispensaban todos los grandes hombres del día quienes la trataban como a la mujer legítima de Bolívar. Las señoras se mostraban más esquivas, pero doña Manuelita no se alarmaba por eso. Opinaba que la conversación de las mujeres era por lo general menos interesante. En la célebre noche del 25 de septiembre, en que un grupo de conjurados como saben todos ustedes asaltó la casa para asesinar a Bolívar, doña Manuelita, que con intuición admirable comprendió de lo que se trataba, lo hizo huir por una ventana. Armada con una pistola salió después ella misma al encuentro de los conjurados, les abrió la puerta y logró despistarlos sobre el rumbo que al escapar había tomado Bolívar. Desde aquella noche, la llamaron y se llamó a sí misma la Libertadora. Durante una de las ausencias de Bolívar, como Santander, vicepresidente entonces de Colombia se condujese en forma que ella juzgó malevolente para con el ausente, decidió dar una gran fi esta a la que invitó a las personas más notables.[37]

 

 

 

La storiografia tradizionale ha preteso di mostrarci una donna dissoluta che ostentò la sua condizione di amante come un affronto, una donna che non rispettava la morale, né le buone abitudini. Anche la storiografia tradizionale dimenticò che Manuela fu la stessa donna che difese il Liberador dai suoi nemici, contro i suoi detrattori, contro chi voleva assassinarlo; la stessa donna che affrontò cospirazioni e tradimenti e che una notte fece fucilare il fantoccio di Francisco de Paula Santander, per ingannare i sicari; in un’altra occasione salvò Bolívar da un agguato mortale organizzato da Santander. Per divesi anni Manuela Sáenz diresse complessi servizi d’intelligence, prima quello dell’Esercito indipendentista, in seguito l’intelligence dello Stato della Nuova Colombia. Y. Añazco, infatti, scrive:

 

A partir del momento en que Manuela se vincula con Bolívar, comienza a crear sus mecanismos de defensa para proteger al Libertador; y es asì como organiza equipos de información para producir inteligencia de nivel táctico y estratégico. En cuanto a inteligencia estratégica, tenemos como ejemplo la relacionado con el General San Martín [38]

 

 

Añazco rileva anche come l’esercito indipendentista guidato dal generale San Martín, lo stesso in cui operò per diversi anni anche Manuela Sáenz, fosse piuttosto “democratico”, giacché composto da soldati di varia provenienza, alcuni indios e neri, gruppi che in precedenza non ebbero mai l’opportunità di servire l’esercito o interessarsi di politica:

 

Manuela por haber estado en Lima conocía de los ancestros de San Martín que eran los mismos de Bolívar, estos dos grandes hombres pertenecían a la raza cósmica de América, formada por blancos, indios y negros, de cuyos genes les viene el valor espiritual que los pusieron en práctica con un heroísmo titánico al servicio de la revolución libertadora de América del Sur. Veamos: los negros de Coro de Venezuela que se sublevaron contra sus amos por la brutal explotación de que eran víctimas![39]

 

 

Nella battaglia di Junín (1824) Bolívar promuove Manuela come archivista dello Stato Maggiore e Patriota. Ordina a Manuela di non entrare nella prima linea di fuoco, come invece desiderava ardentemente. Lei rispetta l’ordine superiore, ma grida in protesta davanti a tutto l’esercito: “Indosso sfortunatamente il mio sesso!” Nelle fasi finali della lotta per l’indipendenza, quando già si consolidano le forze contrarie al progetto di sovranità, uguaglianza e unionismo di Bolívar, Manuela salvò in due occasioni Bolívar da cospiratori e attentatori contro la sua vita. Bolívar la chiamerà “Manuelita”, la “Libertadora” del Libertador. Grazie al suo carattere appassionato, impulsivo e a volte tumultuoso, la chiamerà anche la “mia dolce pazza”. A tal proposito, M. Fajardo nota:

 

La sua relazione amorosa con Bolívar è piena di difficoltà e, soprattutto, di assenze. La maggior parte del tempo sono separati a causa dei vari viaggi del Libertador. Manuela poco a poco acquisisce sempre più titoli militari come quello di ussaro, capitano degli ussari e tenente degli ussari grazie alla sua permanente abnegazione e lavoro al servizio della causa dell’Indipendenza. Nel 1824 Manuela insiste con Bolívar affinché la autorizzi a partecipare alla Battaglia di Junín e lui, che glielo aveva sempre vietato, accetta. E questa è una lettera che Bolívar scrive a Manuela in questa occasione:

Mi adorada: Tú me hablas del orgullo que sientes de tu participación en esta campaña. Pues bien mi amiga. Reciba usted mi felicitación y al mismo tiempo mi encargo. ¿Quiere usted probar las desgracias de esta lucha? ¡Vamos! El padecimiento, la angustia, la impotencia numérica y la ausencia de pertrechos hacen del hombre más valeroso un títere de la guerra […] Tú quieres probarlo […] Por lo pronto no hay más que una idea que tildarás de escabrosa: pasar al ejército por la vía de Huaraz, Olleros, Chovein y Aguamina al sur de Huascaran. ¿Crees que estoy loco? Esos nevados sirven para templar el ánimo de los patriotas que engrosan nuestras filas. ¡A que no te apuntas! [...] A la amante idolatrada Bolívar

Risposta di Manuela Huamachuco, 16 junio 1824

Mi querido Simón: Mi amado: las condiciones adversas que se presenten en el camino de la campaña que usted piensa realizar, no intimidan mi condición de mujer. Por el contrario. ¡Yo las reto! ¿Qué piensa usted de mí? Usted siempre me ha dicho que tengo más pantalones que cualquiera de sus oficiales ¿o no? De corazón le digo, no tendrá usted más fiel compañera que yo y no saldrá de mis labios queja alguna que lo haga arrepentirse de la decisión de aceptarme. ¿Me lleva usted? Pues allá voy. Que no es condición temeraria ésta, sino de valor y de amor a la independencia (no se sienta usted celoso). Suya siempre Manuela

Questa fu la comunicazione di Sucre: Ayacucho, Fronte di battaglia, 10 dicembre 1824. A.S.E. el Libertador de Colombia, Simón Bolívar [...] Se ha destacado particularmente doña Manuela Sáenz por su valentía; incorporándose desde el primer momento a la división de Húzares y luego a la de Vencedores, organizando y proporcionando el avituallamiento de las tropas, atendiendo a los soldados heridos, batiéndose a tiro limpio bajo los fuegos enemigos; rescatando a los heridos. La Providencia nos ha favorecido demasiadamente en estos combates. Doña Manuela merece un homenaje en particular por su conducta; por lo que ruego a S.E. le otorgue el grado de Coronel del Ejército colombiano.[40]

Quando Simón Bolívar prenderà la decisione di concederle un’onoreficienza, questo gli provocherà gravi problemi con il vicepresidente della Colombia, il generale Francisco de Paula Santander, che, indignato, chiederà a sua volta al Libertador di recedere, considerando denigratorio per i militari che si conceda questo tipo di titolo a una donna. Bolívar rifiuta e risponde:

¿Que la degrade? ¿Me cree usted tonto? Un Ejército se hace con héroes (en este caso heroínas), y éstos son el símbolo del ímpetu con que los guerreros arrasan a su paso en las contiendas, llevando el estandarte de su valor —y continúa— usted tiene razón de que yo sea tolerante de las mujeres a la retaguardia: pero yo le digo a usted S.E. que esto es una tranquilidad para la tropa, un precio justo al conquistador el que su botín marche con él. ¿O acaso usted olvidó su tiempo?[41]

A Bogotà nel 1828, Manuela salvò la vita a Bolívar. Una notte, mentre si trovavano in una delle ampie sale del Palazzo del Governo riservate al riposo e alla privacy, impegnati in una tranquilla partita a carte, il rumore di zoccoli di cavalli, di porte sbattute e passi concitati allarmò Manuelita. Immediatamente si lanciò verso il generale, l’afferrò per un braccio e lo spinse verso il balcone aiutandolo, poi, a calarsi di sotto. Immediatamente dopo, irruppero nella stanza con le armi puntate gli ufficiali realisti, che si fermarono sorpresi nel vedere la donna che faceva un solitario. Decisa e gelida disse che il generale non si era visto a Palazzo. La sua calma e risolutezza disorientarono i soldati che persero minuti preziosi per l’inseguimento di Bolívar, ormai in salvo. Fu questo il gesto che le valse il titolo di “Libertadora del Libertador”.[42] Ma il loro rapporto volgeva al termine, seguendo la parabola del generale, che stanco, malato, deluso, si avviava verso il suo ultimo rifugio a Santa Marta, dove poco dopo sarebbe morto. Oramai sconfitto definitivamente il progetto di un Bolívar che stava morendo, Manuela si autoesiliò in Colombia. Membra della prima generazione di rivoluzionari e patrioti sconfitti, vicini al progetto di Bolívar di sovranità continentale e di giustizia sociale, contro le oligarchie latino-americane e i poteri imperiali internazionali, che finiranno abbattuti, esiliati, assassinati o condannati alla miseria. Anche Manuela fu imprigionata con l’accusa di “immigrazione irregolare” in Colombia. Liberata, si trasferisce in Giamaica ma, dopo tre anni viene esiliata nella regione di Paita, un porto peruviano, accompagnata solo dalle sue fedeli domestiche Nathán e Jonatás, due vecchie schiave nere comprate da suo padre e liberate per lei, che rimasero sempre al suo fianco come compagne di lotta e di vita. Nonostante abbia goduto di un’immagine romantica alimentata dalla sua relazione sentimentale con Bolívar, Manuela Sáenz non visse serenamente gli ultimi anni della sua vita; morì indigente, invalida e sola, sebbene abbia conservato fino alla fine la sua dignità. Alcuni storici identificano la fine della sua attività politica con la morte del suo amante nel 1830. In realtà Sáenz visse quasi trent’anni in più ma per i suoi biografi, questo periodo è solo un tragico epilogo.[43] Nel piccolo porto polveroso del nord del Perù, povera, non più bella, costretta su una sedia a rotelle da malattia e obesità, accoglieva di tanto in tanto qualche visitatore noto e illuminato che consolava la sua triste esistenza: tra questi il patriota italiano Giuseppe Garibaldi, lo scrittore peruviano Ricardo Palma e il suo omologo nordamericano Herman Melville. Morì nel corso di un’epidemia di febbre gialla il 23 novembre 1856, il suo corpo fu gettato in una fossa comune, i suoi effetti personali bruciati per evitare il contagio. Almeno così si suppone: in realtà, i suoi resti non furono mai trovati. In questo momento i suoi presunti o simbolici resti mortali (un pò di polvere tratta da una fossa comune di Paita), sono depositati nel Pantheon Nazionale di Caracas (Venezuela), dove riposano anche quelli del Libertador. Manuela anche in esilio continuò la sua attività politica, che si sviluppò attraverso la stesura di diari e una fitta corrispondenza con amici e conoscenti. La società quiteña, alla quale apparteneva, non comprese la situazione in cui visse e tantomeno i suoi sentimenti, perciò rimarcò, dopo la sua morte, più le sue mancanze che le sue qualità morali e il suo talento. Lo storiografo Alfonso Rumazo González,[44]reagì contro lo stigma che distorse la sua immagine, offrendo un profilo più dignitoso e normalizzato, mentre il poeta cileno Pablo Neruda l’immortalò nel suo Canto General:

¿Quién vivió? ¿Quién vivía? ¿Quién amaba? / ¡Malditas telarañas españolas! / En la noche la hoguera de los ojos ecuatoriales, / tu corazón ardiendo en el basto vacío: / así se confundió tu boca con la aurora. / Manuela, brasa y agua, columna que sostuvo / no una techumbre vaga sino una loca estrella. / Hasta hoy respiramos aquel amor herido, / aquella puñalada de sol en la distancia.[45]

2.1 Gli ideali rivoluzionari di Manuela Sáenz

Manuela Saenz Aizpuru sviluppò il suo pensiero rivoluzionario dopo aver assistito a un’“esecuzione” di patrioti il 10 agosto 1810 da parte del battaglione reale di Lima. Questo evento, lungi dal fermare la ribellione patriottica, alimentò l’odio contro i monarchici in Manuela, che cominciò a incontrarsi in segreto con altri giovani patrioti di Quito. Influenzata dagli scritti di Eugenio Espejo,[46] la proposta politica di Bolívar e i pensieri di Plutarco, Manuela Sáenz crede nella democrazia come regime e forma di governo, crede nell’eguaglianza economica, nei diritti politici di cittadinanza, nei diritti delle donne, nell’unità e nell’integrazione del paese. L’idea libertaria era già presente in Manuela e la portò alla rivoluzione sociale. Le fece tradurre il pensiero in azione, combinando politica, ideologia e strategia militare. Inoltre comprese subito che meticci, indios e neri avrebbero dovuto costituire la spina dorsale dell’indipendenza. Come rivoluzionaria, ebbe l’accortezza di mobilitare la società in settori particolarmente secondari (gli indigeni e i pardos). In uno dei suoi diari di Paita, Manuela scrive la seguente nota:

 

(...) juntos movilizamos pueblos enteros a favor de la revolución, la Patria. Mujeres cociendo uniformes, otras tiñendo lienzos o paños para confeccionarlos y lonas para morrales. A los niños les arengaba y les pedíamos trajeran hierros viejos, hojalatas para fundir y hacer escopetas o cañones, clavos herraduras etc. Bueno yo era toda una comisaria de la guerra y no descanso nunca hasta ver el final de todo (Saá, 2008, p. 82).[47]

 

Uno dei pensieri più importanti e forti che compongono l’idea di unità nazionale è: “Il mio paese è il continente americano. Sono nata sotto la linea dell’Ecuador”.[48] Come stratega politica e militare, Manuela influenzò la creazione di una regione intermedia che potesse consentire un equilibrio periferico tra il sud del continente e la regione equatoriale, e insistette sulla nascita della “nazione Bolívar”, più avanti chiamata Bolivia. In questa nazione cercò di consolidare una certa stabilità politica ed economica, con cui garantire al popolo condizioni di vita adeguate. Subito dopo la vittoria nella battaglia di Ayacucho, Bolívar come i leader di tutte le repubbliche emergenti, affrontò il problema di definire i confini degli Stati, che in precedenza erano semplici amministrazioni all’interno dell’unità coloniale spagnola. Il maschilismo locale e la mancanza di visione unitaria dei popoli favorirono inevitabilmente gli interessi della nascente oligarchia locale e delle avide potenze straniere. In questo contesto, il generale Sucre riceve una comunicazione dall’Alto Perù, l’odierna Bolivia, che lo informa che i rappresentanti locali stavano per definire il destino della regione, allora formalmente parte del Vicereame del Perù coloniale e il Rio de La Plata. Il giovane e brillante Sucre era il membro più stretto e leale del progetto Bolívariano, nonché amico di vecchia data di Manuela. In questa realtà oggettiva, Manuela Sáenz vede l’opportunità politica di creare un nuovo stato, sotto il nome simbolico di Bolívar (che significava per lei amore incontenibile e libertà), un nuovo stato come laboratorio sociale per un progetto di sovranità, giustizia e inclusione, valori sconfitti nel resto del continente. Con una bella metafora, in una lettera d’amore a Bolívar, paragona questo nuovo stato repubblicano a una figlia. Nella lettera si legge:

 

 

 

29 de febrero de 1825

Mi Libertador:

Sabe usted cómo ansío compartir el nacimiento de la vida. Conoce las veces que levanté mi voz airada por las condiciones ingratas que estamos compartiendo, de privación de sentimientos, de distancias y de ausencias reiteradas. ¿Cómo cambiar el sino que nos acompaña? ¿Qué debemos hacer para protestar frente a la realidad, y vencerla? ¿No podré, con usted, caminar llevando de la mano la ilusión convertida en la inocencia de voces infantiles? ¿Es que no fuimos elegidos para ser, además de amantes, hombre y mujer, padre y madre?He interpelado a los Dioses de estas y otras tierras. Mi voz la han escuchado, si existen, los Achachilas de los Andes y el Cristo de la cruz de mis desvelos. Vea usted la fuerza que sale a borbotones del pecho que le da ritmo a su sangre, y que termina convertida en remanso cuando acepto resignada que otros son los mandatos que debo cumplir en este tiempo.Y cuando llego a ese punto de sosiego, otra vez me vienen los rumores que acompañan mis angustias y me mantienen en vela buscando otras respuestas. No utilice su energía para reprender el acto de amor que voy a relatarle.He recogido de usted la necesidad de encontrarle solución política a las diferencias que mantienen los patriotas de Lima y del Río de la Plata. En medio de ellas, están las provincias del Alto Perú, primeras en levantar las banderas de la libertad y las que mayor dificultades están debiendo sortear para alcanzarla.La posición reflexiva del General San Martín en Guayaquilhace tres años, fortalece la necesidad de resolver la situación del Alto Perú con un estatuto político que le faculte a desarrollarse, respetando la decisión que le han hecho saber con insistencia y firmeza sus representantes. Por eso resulta injusta la airada comunicación que le hiciese llegar al General Sucre por la convocación a los diputados del Alto Perú a discutir su destino.Si usted escucha la voz de su experiencia, desde Charcas, La Paz y Potosí, será más fácil establecer una relación positiva con V.E., que desde otras ciudades que mantienen algunas dificultades para resolver sus propias diferencias. Pero, y lo más importante, permitiría la construcción de un nuevo Estado en el que usted podría, desde el inicio, desarrollar la fuerza de la libertad sin las mezquindades que enfrenta permanentemente en la Gran Colombia. Esta república podría servirle para plasmar en ella los modelos democráticos tan caros a sus sueños y alejar las insinuaciones que rechaza tan airado cuando pretenden cambiar su condición de ciudadano por otra similar a la que termina de vencer.Un pueblo agradecido con su espada y su voluntad de usted, puede ser el abono más extraordinario para que fortalezcan la justicia y las instituciones republicanas. He recogido de manera reservada algunas opiniones de la gente que le es fiel, y comparten el entusiasmo de ver nacer un estado con su nombre que tenga de usted el amor irrefrenable por la libertad.Por eso le he puesto tanto empeño a esta encomienda que nadie me dio pero le pertenece, de dar nacimiento al fruto de mi entrega y que sobrevivirán nuestras vidas perpetuando su nombre. Permítame ayudar a multiplicar la libertad y juntos habremos logrado procrear una hija, que sólo usted y yo, sabremos es el producto de este sentimiento que desafía la barrera de los tiempos. Ahora, que ya lo sabe, repréndame con indulgencia y con la dulzura con la que corrige los desvaríos de pueblos que aprenden a vivir su independencia. Su enojo será la mejor prueba que la Historia se construye con locuras de amor y de coraje. Y yo, veré nacer una hija que mantendrá en la eternidad mi tributo de reconocimiento a usted, gestado entre los nueve meses que están pasando desde el triunfo de Ayacucho y el primer aniversario de Junín.

Aliente la multiplicación de la vida y la libertad. Todos esperan su palabra para hacer más fácil el esfuerzo de ayudar a la Historia a reconocer su entrega por la causa de los pueblos.Gozo con la idea como lo hago las veces que estoy en su compañía. 

 Manuela[49]

 

 

 

In Bolivia, Manuela ricoprì cariche pubbliche e divenne anche editorialista di alcuni giornali del tempo. L’idea di una nazione per la regione meridionale dell’America si riflette anche nella sua raccomandazione a Bolívar di partecipare alla riunione di Guayaquil con il generale San Martín, per risolvere alcuni problemi politici legati a tentativi di sabotaggio e cospirazione. La Gran Colombia fu l’esperienza libertaria che diede pieno significato all’intensa vita di Manuela Sáenz, che aveva sempre diffidato di alcuni membri del processo libertario, di cui spesso denunciò le tendenze separatiste e le ambizioni, in particolare quelle del generale Santander, considerato un sovvertitore della causa “grancolombiana”. Così nel paese si costituì una lotta aperta contro il tradimento incarnato dal cosiddetto “Gruppo di P”, Padilla, Paez e Paulo Santander, cospiratori permanenti contro la Gran Colombia. La colonnella Manuela Sáenz, grazie alla sua straordinaria coscienza rivoluzionaria e la sua coerenza con la causa libertaria, fu in grado di eliminare buona parte dei cospiratori: este es el pensamiento más humano: que mueran diez para salvar millones.[50]

 

3.Manuela Sáenz, l’insepolta di Paita: miti e leggende

3.1 Manuela Sáenz e l’idea di Bolivia: lo scontro con Santander

La vita della colonella Sáenz è intrinsecamente legata alla costruzione di una singola nazione in America Latina, che ovviamente portò alla formazione della Grande Colombia come nazione liberata dalla dipendenza spagnola. Una nazione unica, sovrana e indipendente e per questa ragione Manuela dovette affrontare le ambizioni di Santander che, all’opposto, aveva l’obiettivo di formare uno stato nell’America meridionale dipendente dal nord:

 

 

 

Bolívar era intenzionato a spingersi verso sud, magari con un atteggiamento più diplomatico, per completare il suo progetto ambizioso di creare un’unica America. A tal fine esortò Santander ad invitare al Congresso di Panamá, tutte le nuove Repubbliche nate da un movimento rivoluzionario contemporaneo e affine, in poche parole solo le neo-repubbliche latinoamericane. Infine, va ribadito che uno dei temi sul quale il Libertador metteva enfasi era quello dell’uguaglianza sociale. Santander era l’uomo che effettivamente deteneva il potere in Colombia e pur essendo l’uomo di fiducia di Bolívar ben presto si delineò il suo conservatorismo di natura britannica e filo nordamericano. Furono tre gli eventi principali a sancirne il distacco da Bolívar in un crescendo di gravità. In primis, Santander disertando le indicazioni del Libertador, aprì le porte del Congresso di Panamà a Stati Uniti, Francia, Olanda, Gran Bretagna e Brasile. Tale apliamento fu disastroso e causa di numerose defezioni e malumori interni alla Regione.[51]

 

 

 

La forgiatura del paese (la Gran Colombia) richiese l’opposizione a progetti monarchici, che appoggiavano le forze sociali e politiche reazionarie nel processo d’indipendenza; Santander respinse l’ambizione “grancolombiana”, confondendo e paragonando Bolívar a Napoleone. Il Libertador, i suoi generali, i colonnelli e Manuela Sáenz si opposero tenacemente a questo progetto regressivo. Nel libro Manuela: mi amable loca, lo scrittore boliviano Carlos Hugo Molina Saucedo[52] tesse argomentazioni circa la creazione della Repubblica di Bolivia e mostra materiale storico. Molina dice che la Bolivia è figlia di Quito, creatura di Manuela Sáenz. Secondo l’autore, la Bolivia divenne anche figlia prediletta di Simón Bolívar, che accompagnò il Libertador sulla strada della nuova Repubblica. Così gli storici sintetizzano la fase della vita di Manuela Sáenz Aizpuru, tra il dicembre 1825 e il luglio 1826, periodo in cui lei restò in Bolivia. Che cosa è successo in quel periodo? Si ritiene appunto che stesse nascendo la Repubblica di Bolivia.[53]

 

3.2 Manuela nella Storia e nel Mito

 

Il XIX secolo, caratterizzato dalle lotte per l’indipendenza, vide la nascita di nuovi Stati in formazione, nuove nazioni segnate da lotte interne e da una composizione eterogenea della società che creò specifici problemi d’identità e legittimazione della violenza. Così, le nuove nazioni dell’America Latina furono edificate da élite creole alfabetizzate, che mai modificarono la vecchia situazione coloniale in cui generalmente le donne erano tenute lontane dalla scrittura, dalla politica e dalla partecipazione pubblica:

 

 

Il ruolo delle donne nell’indipendenza dell’America – come ce lo presenta la tradizione – si ridusse al compito di confezionare uniformi e bandiere, di accompagnare gli eserciti, di cuoche, di semplici prostitute e, nel migliore dei casi, di infermiere o spie. Quasi mai si sottolinearono altre attività: guerrigliere, guide e dirigenti, come nel caso della messicana Antonia Nava, chiamata la Generala, che reclutò un esercito con il quale lottò e che difese con esemplare coraggio; o la cilena Javiera Carrera, che non solo appoggiò i suoi fratelli ma organizzò anche la prima Junta de Gobierno nel suo paese. Non si mette in evidenza il loro ruolo di consigliere, capaci di opinare e di attuare allo stesso livello degli uomini negli intrighi politici, come è successo nel caso dell’ecuadoriana Manuela Sáenz, che raggiunse la celebrità per essere l’amante di Bolívar, nonostante fosse stata molto più di questo.[54]

 

 

In una società polarizzata (per sesso ed etnia), governata da una gerarchia rigida, s’impose alle donne una dura repressione, sia a livello intellettuale, sia negli atteggiamenti domestici e sessuali. Tuttavia, emersero figure femminili insolite come Manuela Sáenz e Flora Tristán,[55]donne appartenenti a una nobiltà colta e a un élite sociale che permise loro di vivere con idee rivoluzionarie e pratiche liberali, a differenza delle altre donne del loro tempo. Per partecipare attivamente alla vita intellettuale, solitamente dominata da uomini, si adattarono per lunghi periodi alla subordinazione che fu loro imposta. Personaggi come Flora Tristán e Manuela Sáenz de Thorne manifestarono indipendenza, intelligenza e intraprendenza, anche se il loro attivismo le portò in esilio e a vivere palesemente come diseredate. Il riconoscimento ufficiale tardò notevolmente ad arrivare e il loro contributo fu, per anni, occultato o svilito. Sáenz e Tristán, con l’esempio delle loro vite, criticarono l’ordine patriarcale che rese difficile una lettura e una definizione del loro operare nella memoria nazionale e storica. Secondo il parere di P. De Lucia, studiosa della pensatrice Gayatri Spivak, si potrebbe ritenere che il contributo politico di simili gruppi subalterni resista al silenzio storico senza essere incasellato:

 

 

Era il 1988 quando Spivak chiudeva senza spiragli il suo Can the Subaltern Speak? Un’affermazione sconsiderata, dirà quattordici anni dopo nella Critica della ragione postcoloniale. (…)

Può parlare “la piú povera donna del Sud”? Può dire questo soggetto doppiamente marginalizzato dall’economia e dalla subordinazione di genere, braccato da Imperialismo e Patriarcato? La subalterna di Spivak è impossibilitata a parlare, afona, senza voce.[56]

 

 

Sáenz e Tristán, assenti dai discorsi ufficiali, si collocano “in contraddizione” per svelare l’alterità all’interno di una cultura dominante e indicare possibili varchi alternativi. Manuela Sáenz solo nel XXI secolo fu assunta nel pantheon nazionale latino-americano, ma come voce sovversiva dell’ordine simbolico esistente, per riflettere su quale sia il posto delle minoranze e degli emarginati nel mondo, su come pensare il potere tradizionale in una costruzione disomogenea ma dialogica. Non è stato semplice il processo di mitizzazione di Manuelita, giacché non fu una figura conforme alle tradizionali mitologie femminili. Scrive W. Von Hagen:

 

Manuela Sáenz, por decisión de los historiadores, tuvo que hacer sitio al mito. Se suprimieron oficialmente todos los detalles de su vida, desaparecieron los documentos que la mencionaban [...] durante más de medio siglo, los historiadores mantuvieron un acuerdo de caballeros: Manuela no debía ser mencionada nunca.[57]

 

 

Il primo studioso che tentò di salvarla dall’oblio, in Colombia, fu Jean-Baptiste de Boussingault che ricorda abbondantemente Manuelita nelle sue Memorias (1892) e, in Perù, il narratore Ricardo Palma, che la incluse nelle sue Tradiciones Peruanas (pubblicate nel 1863). I due testi sono fonti e testimonianze dirette, in quanto entrambi gli scrittori la conobbero personalmente e ne evidenziarono sia gli aspetti meramente storici che quelli personali:

 

Los dos textos tienen un valor de testimonio directo, ya que ambos escritores la conocieron y durante breves periodos pudieron frecuentarla. Los dos subrayan el carácter autorreferencial e historiográfico para dar más valor a sus palabras, ya que ambos coinciden en contar –no hay elementos que atestigüen un recíproco conocimiento– las mismas increíbles –según los cánones del tiempo– aventuras y episodios que tuvieron como protagonista a la quiteña.[58]

 

Nel suo libro, The Four Seasons of Manuela, Victor W. von Hagen racconta che durante il suo esilio a Paita, Manuela ricevette illustri ospiti: la visita del patriota italiano Garibaldi coincise con quella di Simón Rodríguez, maestro e guida morale di Simón Bolívar; insieme lessero le lettere che parlavano del passato. Manuela incontrò in questo periodo anche Herman Melville, quando il futuro autore di Moby Dick arrivò a Paita, nel 1841, all’età di 22 anni, a bordo della baleniera Acushnet. Le fece visita anche Ricardo Palma, che poi raccolse l’intervista nelle sue Tradiciones Peruanas, e il poeta ecuadoriano, Jose Joaquin Olmedo, autore di Canto a Bolívar. Ricardo Palma scriverà di lei:

 

 

El puerto de Paita por los años de 1856, en que era yo contador a bordo de la corbeta de guerra Loa, no era, con toda la mansedumbre de su bahía y excelentes condiciones sanitarias, muy halagüeña estación naval para los oficiales de marina. La sociedad de familias con quienes relacionarse decorosamente era reducidísima. En cambio, para el burdo marinero Paita con su barrio de Maintope, habitado una puerta sí y otra también por proveedoras de hospitalidad (barata por el momento, pero carísima después por las consecuencias), era otro paraíso de Mahoma, complementado con los nauseabundos guisotes de la fonda o cocinería de don José Chepito, personaje de inmortal renombre en Paita.

De mí sé decir que rara vez desembarcaba, prefiriendo permanecer a bordo entretenido con un libro o con la charla jovial de mis camaradas de nave.

Una tarde, en unión de un joven francés dependiente de comercio, paseaba por calles que eran verdaderos arenales. Mi compañero se detuvo a inmediaciones de la iglesia, y me dijo:

-¿Quiere usted, don Ricardo, conocer lo mejorcito que hay en Paita? Me encargo de presentarlo, y le aseguro que será bien recibido.

Ocurriome que se trataba de hacerme conocer alguna linda muchacha; y como a los veintitrés años el alma es retozona y el cuerpo pide jarana, contesté sin vacilar:

-A lo que estamos, benedicamos, franchute. Andar y no tropezar.

-Pues en route, mon cher.

Avanzamos media cuadra de camino, y mi cicerone se detuvo a la puerta de una casita de humilde apariencia. Los muebles de la sala no desdecían en pobreza. Un ancho sillón de cuero con rodaje y manizuela, y vecino a éste un escaño de roble con cojines forrados en lienzo; gran mesa cuadrada, en el centro; una docena de silletas de estera, de las que algunas pedían inmediato reemplazo; en un extremo, tosco armario con platos y útiles de comedor, y en el opuesto una cómoda hamaca de Guayaquil.

En el sillón de ruedas, y con la majestad de una reina sobre su trono, estaba una anciana que me pareció representar sesenta años a lo sumo. Vestía pobremente, pero con aseo; y bien se adivinaba que ese cuerpo había usado, en mejores tiempos, gro, raso y terciopelo.

Era una señora abundante de carnes, ojos negros y animadísimos en los que parecía reconcentrado el resto de fuego vital que aún la quedara, cara redonda y mano aristocrática.

-Mi señora doña Manuela -dijo mi acompañante-, presento a usted este joven, marino y poeta, porque sé que tendrá usted gusto en hablar con él de versos.

-Sea usted, señor poeta, bien venido a esta su pobre casa -contestó la anciana, dirigiéndose a mí con un tono tal de distinción que me hizo presentir a la dama que había vivido en alta esfera social.

Y con ademán lleno de cortesana naturalidad, me brindó asiento.

Nuestra conversación, en esa tarde, fue estrictamente ceremoniosa. En el acento de la señora había algo de la mujer superior acostumbrada al mando y a hacer imperar su voluntad. Era un perfecto tipo de la mujer altiva. Su palabra era fácil, correcta y nada presuntuosa, dominando en ella la ironía.

Desde aquella tarde encontré en Paita un atractivo, y nunca fui a tierra sin pasar una horita de sabrosa plática con doña Manuela Sáenz. Recuerdo también que casi siempre me agasajaba con dulces hechos por ella misma en un braserito de hierro que hacía colocar cerca del sillón.

La pobre señora hacía muchos años que se encontraba tullida. Una fiel criada la vestía y desnudaba, la sentaba en el sillón de ruedas y la conducía a la salita.

Cuando yo llevaba la conversación al terreno de las reminiscencias históricas; cuando pretendía obtener de doña Manuela confidencias sobre Bolívar y Sucre, San Martín y Monteagudo, u otros personajes a quienes ella había conocido y tratado con llaneza, rehuía hábilmente la respuesta. No eran de su agrado las miradas retrospectivas, y aun sospecho que obedecía a calculado propósito al evitar toda charla sobre el pasado.

Desde que doña Manuela se estableció en Paita, lo que fue en 1850, si la memoria no me es ingrata, cuanto viajero de alguna ilustración o importancia pasaba en los vapores, bien con rumbo a Europa o con procedencia de ella, desembarcaba atraído por el deseo de conocer a la dama que logró encadenar a Bolívar. Al principio doña Manuela recibió con agrado las visitas; pero comprendiendo en breve que era objeto de curiosidades impertinentes, resolvió admitir únicamente a personas que le fueran presentadas por sus amigos íntimos del vecindario.[59]

 

Nel novembre del 1856 il porto di Paita fu devastato da un’epidemia di difterite, che ben presto uccise gran parte della popolazione. Il 23 novembre anche Manuela Sáenz morì; poche ore prima era morta Jonathan, la sua fedele compagna:

 

Manuela conoció en este período a Herman Melville, cuando el futuro autor de Moby Dick arribó a Paita en 1841 a la edad de 22 años a bordo del ballenero Acushnet .También llegaron a visitarla Carlos Holguín, político colombiano con quien ella recordó pasajes de su vida con Bolívar; Ricardo Palma, que recogió posteriormente la entrevista en sus Tradiciones , y el político y poeta ecuatoriano José Joaquín Olmedo, autor del Canto a Bolívar.En Paita, rodeada del mar y de la arena del desierto, todos conocían a Manuela Sáenz, la respetaban y la querían. Ella estaba donde la necesitaban, con la fe y el coraje que caracterizaron su vida. En noviembre de 1856, el puerto de Paita fue asolado por una epidemia de difteria, que pronto se propaló causando la muerte a gran parte de la población. Debido a ello, el 23 de noviembre murió Manuela Sáenz; unas horas antes había fallecido Jonatás, su fiel compañera.

El cadáver de la Libertadora fue incinerado a fin de evitar el contagio, y su casa, y sus pertenencias, quemadas.[60]

 

Palma offre una lettura paternalistica delle azioni di Manuela Sáenz a cui riconosce determinate eccentricità o debolezze femminili, come necessario corollario in una donna notevolmente virile.[61] Tutti i generali dell’esercito, senza escludere Sucre, e gli uomini più in vista del tempo resero omaggio a Sáenz con lo stesso rispetto che avrebbe portato alla moglie legittima del Libertador. La biografa Yolanda Añazco invece parla di juicio cruel riferendosi a un’eccessiva “sessualizzazione” della sua figura o, al contrario, a un’eccessiva “virilizzazione” delle sue qualità politiche, strategiche e militari, facendo sembrare le sue virtù una sorta di oltraggio ai costumi dell’epoca:

 

El juicio que se le hace a Manuel, es por ser adúltera, según la bazofia humana, porque tuvo la valentìa de demostrar su profundo amor a la luz del día; ella no fue como la otras mujeres que ostentaban orgullosas el titulo de casadas, aunque detrás de ese disfrax de mujeres honradas eran más adúlteras que Manuela. El odio desatado contra ella fue por ser mujer política, rebelde, emancipada, diferente a las otras mujeres de la época. Con todo su vigor rechazó el machismo imperante y la mojigatería religiosa de acquellos tiempos. Mojigatería que no dejaba espacios par que las mujeres demuestren su inteligencia y capacitad para actuar y ser ellas mismas en plenitud de su personalidad.[62]

 

Infine l’autore del romanzo storico Libertadora, Toni Klingendrath, parla invece di una donna “sola contro tutti”, di vessazioni di natura sociale e ideologica che cominciarono molto presto nel corso della sua esistenza, giacché Manuela incarnava ideali civici e militari particolarmente osteggiati:

 

Chiedere a Manuela di essere più ragionevole che mai e di stare attenta a quello che faceva era come chiedere all’arrabbiato Rio Urubamba di trasformarsi in un placido fiume. Gli attacchi iniziarono subito: scritte sui muri di Bogotà, manifesti, caricature, articoli sul giornale “El Conductor”. Lei rispose da par suo. La notte faceva strappare dalle sue schiave i manifesti che la insultavano e li sostituiva con altri ove era scritto: “Lunga Vita a Bolívar, Fondatore della Repubblica”. Avvisata che degli indiani stavano distribuendo foglietti offensivi contro di lei, montò a cavallo vestita con una uniforme da ussaro e lungo le strette strade della città li caricò, disperdendoli. Il principale autore degli attacchi era Vicente Azuero, scarcerato lo stesso giorno della partenza di Bolívar e prontamente elevato a ministro dell’interno. Una delle prime cose che questo vecchio nemico di Manuela fece, fu di chiederle la consegna dell’archivio di Bolívar che, secondo lui, apparteneva allo Stato. Manuela rispose che non aveva niente che appartenesse al governo, solo corrispondenza personale fra lei e il Libertador e i libri di lui. La guerra delle parole e dei manifesti strappati continuò. Anche perché Manuela non stava perseguendo solo un progetto di difesa personale, ma un preciso disegno mirato a mettere in difficoltà il governo per accelerarne la caduta. Dietro a lei stava infatti il fedele generale Urdaneta, che in quel caso avrebbe ripreso il potere per riconsegnarlo a Bolívar, come d’accordo. Il culmine dello scontro si ebbe durante la festa del Corpus Domini il 9 giugno. Gli organizzatori fecero preparare due pupazzi in bambù con le sembianze di Manuela e Simón e li riempirono di fuochi d’artificio con l’intenzione di spararli nel cuore della notte. Sotto Bolívar spiccava la scritta “DISPOTISMO” e sotto Manuela “TIRANNA”.[63]

 

Come ricorda il biografo Toni Klingendrath, le uniche che protestarono contro il sistematico svilimento della Sáenz furono le donne della città di Bogotá, in particolare le donne impegnate in attività politiche e culturali. Per la prima volta, nella storia del paese, si crea un fronte “di genere” per la tutela dell’immagine femminile e dell’impegno civico-militare di una figura “chiave” del secolo XIX:

 

Ma gli insulti e le calunnie contro Manuela continuarono e anzi, più lei controbatteva colpo su colpo, più si fecero serrati e vergognosi, tanto che, a un certo punto, ricevette aiuto da quelle che una volta erano le più accanite detrattrici: le donne della città. Su un giornale comparve il seguente manifesto: “Molte persone ritengono che la signora Manuela Sáenz debba essere urgentemente imprigionata o mandata in esilio, ma il Governo dovrebbe ricordare che quando lei aveva un enorme potere, come è noto, lo ha usato sempre per il bene pubblico, prima e anche dopo quella notte del 25 settembre. Noi, le donne di Bogotá, protestiamo contro le ingiuriose scritte che appaiono costantemente contro questa donna sui muri di tutte le strade di Bogotá”. Non cambiò niente. La notte i muri venivano tempestati di manifesti che la mattina dopo Manuela faceva staccare. Però la lotta di questa donna sola che combatteva ostinatamente per gli ideali del suo amato cominciava ad affascinare l’opinione pubblica. Le donne di Bogotá insistettero con un altro manifesto, firmato, stavolta, “Le donne liberali”. “Noi onoriamo, anche se possiamo non essere d’accordo, i sentimenti manifestati da una del nostro sesso… La signora Sáenz, della quale stiamo parlando, non è certamente una delinquente. Insultata e provocata in vari modi da persone che lei non aveva offeso, questi insulti hanno causato a molti grande irritazione, possono averla esasperata fino all’imprudenza. Ma l’imprudenza non è un crimine. Manuela Sáenz non ha violato alcuna legge, non ha attaccato i diritti di nessun cittadino. E se la signora Sáenz ha scritto o gridato ‘Lunga Vita a Bolívar,’, dov’è scritta la legge che lo proibisce? La persecuzione di questa donna ha le sue origini in un ignobile sentimento di vendetta. Sola, senza una famiglia in questa città, dovrebbe essere oggetto di commiserazione o stima, piuttosto che la vittima di una persecuzione. Che eroismo ha dimostrato! Che magnanimità! Noi speriamo che il cielo sia pieno di sentimenti tanto nobili quanto quelli dimostrati da Manuela Sáenz, e che essi servano da esempio a tutti noi!”.[64]

 

Per una piena rivalutazione della figura di Manuelita, dovremmo aspettare il 2007, quando Rafael Vicente Correa Delgado, Presidente dell’Ecuador, nel discorso per la cerimonia militare per il 185° anniversario della Battaglia di Pichincha che sigillò l’indipendenza nazionale dell’Ecuador, dichiarò il suo pieno sostegno alla figura politica e storica di Manuela Sáenz e ai suoi ideali d’indipendenza ed emancipazione femminile, orgoglioso di avere nel suo gabinetto donne altrettanto patriottiche che dirigono i destini del popolo ecuadoriano. Inoltre dichiarò che il più grande omaggio alla figura di Manuelita si esprime in progetti per fornire posti di lavoro e salari di sussistenza alle madri single; nel proteggere le donne vittime di abusi domestici e violenza; nel provvedere a offrire condizioni di dignità umana alle donne che soffrono della privazione della libertà; nella fornitura di microcredito alle donne in difficoltà economica che si ritrovano alla guida di un nucleo famigliare. Parte del lungo discorso del Rafael Vicente Correa Delgado, afferma:

 

 

Tras la muerte del Libertador, y exiliada en Paita, Manuela recibe visitas de Garibaldi, Herman Melville, Simón Rodríguez, González Prada. Su lealtad al Libertador la acompañó hasta los terribles días en que una epidemia de difteria terminó con la existencia física de nuestra Manuela en noviembre de 1856. Pablo Neruda dedicó a Manuela la hermosa y triste elegía: La Insepulta de Paita, en la que dice, en este breve fragmento: Ésta fue la mujer herida. En la noche de los caminos tuvo por sueño una victoria, tuvo por abrazo el dolor, tuvo por amante una espada. Tú fuiste la libertad, Libertadora enamorada.Manuela, estás en el recuerdo de García Márquez, que al contar las últimas horas de Bolívar te describe: Fumaba una cachimba de marinero, se perfumaba con agua de verbena que era una loción de militares, se vestía de hombre y andaba entre soldados, pero su voz afónica seguía siendo buena para las penumbras del amor.Manuela: Eres la luz despierta de los tiempos oscuros. Eres nuestra compatriota y nuestro destino. Hoy eres memoria viva de la Libertad. Hoy eres el espejo en el que otras mujeres se miran y agigantan.El gobierno de la Revolución Ciudadana, confeso en su adhesión a la figura de Manuela, se enorgullece en contar en su gabinete con mujeres patriotas que dirigen los destinos de sus ministerios con la mayor consagración y devoción por el pueblo ecuatoriano. Está con nosotros la memoria de Guadalupe Larriva, inolvidable compañera socialista.Los programas y proyectos del gobierno van dirigidos hacia la mujer, hacia su sobriedad y sabiduría en el manejo de recursos, hacia su condición de madres y protectoras del hogar.El mayor homenaje a Manuela se expresa en los proyectos para dotar de trabajo y salario digno a las madres solteras; en la protección a las mujeres que son víctimas de maltrato familiar y violencia doméstica; en dotar de condiciones de dignidad humana a las mujeres que padecen privación de su libertad; en la entrega de micro créditos para que las madres dirijan la economía y las pequeñas unidades de producción familiar.El tributo a Manuela se manifiesta en la Campaña Nacional de Salud, Solidaridad y Responsabilidad Social, en el que las mujeres y madres son las coautoras del bienestar social; en la Comisión de la Verdad que esperamos informará, al fin, el paradero de los hijos desaparecidos a sus desesperadas madres; en la entrega del Bono de Vivienda; en el orgullo de las madres trabajadoras, con quienes tuvimos el privilegio de desfilar el Primero de Mayo.

 El reconocimiento a la memoria de Manuela se traduce en la mejora salarial de las madres y mujeres que realizan trabajo doméstico; en la malaventura de las madres que han sufrido por las fumigaciones y la desatención del Estado; en las madres Tagaeris y Taromenanis, y demás nacionalidades y pueblos, siempre oprimidos y postergados.

 Este es el mayor manifiesto a la memoria de Manuela: la consagración diaria y permanente a luchar por los desposeídos y por la reivindicación de la mujer, de Matilde Hidalgo, Manuela Cañizares, Manuela Espejo, Nela Martínez, Dolores Cacuango, Alba Calderón, y de todas las mujeres anónimas de nuestra historia pasada y presente.[65]

 

La figura storica e letteraria di Manuela Sáenz da diversi anni, in Ecuador ma anche in tutto il continente latino-americano, è rappresentata e celebrata come musa e ispiratrice del movimento femminista ed emancipazionista latino-americano. Il 13 giugno 2014, in Ecuador, Mariana Libertad Suárez, del Dipartimento di Lingua e Letteratura presso l’Università Simón Bolívar, e coordinatrice della casa editrice USB Equinox, tenne una prima conferenza sul patriottismo femminile latino-americano, lavoro in seguito premiato dalla Casa de las Américas a Cuba, per i Women’s Studies.

4. La figura di Simón Bolívar e il suo progetto di Liberazione delle Americhe

4.1 Origine dell’ideale integrazionista e unionista

Le attuali relazioni nazionali e internazionali tra le varie realtà latino-americane tutt’ora traggono origine dall’esempio e dalle idee del Libertador Simón Bolívar. Il Libertador accarezzò il sogno di unire l’intera regione sotto un’unica bandiera. Come scrive William Bavone:

 

L’icona di Bolívar non ha il medesimo valore per ogni Paese della regione, ma racchiude ugualmente in sé l’idea di unità che oggi sembra riproporsi con l’implementazione (e il confluire) di diversi progetti di integrazione regionale (CELAC, MERCOSUR, UNASUR, etc.).[66]

 

È lecito chiedersi cosa derminò, nelle vicende latino-americane, questo perpetuo avvicendarsi di dinamiche coloniali e neocoloniali, senza subire alcuna interruzione, nonostante il raggiungimento dell’indipendenza, nonostante questa sia avvenuta solo quarant’anni dopo nell’America settentrionale e nonostante sia stata pressocché contemporanea in tutta la mesoarea latina. William Bavone ritiene che per capire ciò sia necessario partire dall’icona-simbolo dell’indipendenza latino-americana e cioè Simón Bolívar:

 

Sarà Bonaparte (1807) a dare il via, indirettamente, ai moti rivoluzionari latino-americani. Infatti l’invasione francese della Spagna mise in discussione la sovranità spagnola che nel 1810 scoprì per la prima volta l’instabilità del suo potere sui possedimenti d’oltreoceano. Il 19 Aprile fu il Venezuela a proclamare la sua indipendenza.[67]

 

 

4.2 Profilo Biografico

Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco, più noto come Simón Bolívar, fu un generale, patriota e rivoluzionario venezuelano, insignito del titolo di Libertador delle Americhe in quanto diede un decisivo contributo all’indipendenza di Bolivia, Colombia, Ecuador, Panama, Perù e Venezuela. Egli ricoprì inoltre l’incarico di Presidente delle Repubbliche di Colombia, Venezuela, Bolivia e Perù, ed è stato uno dei personaggi maggiormente rappresentativi della storia dell’America Latina. Nacque il 24 luglio del 1783, anno della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, a Caracas, in Venezuela, nella ricchezza e nel privilegio, poiché quarto figlio di Juan Vicente Bolívar e Concepción Palacios, entrambi “mantuanos”.[68] Il padre era un proprietario terriero creolo che possedeva piantagioni, miniere e numerosi schiavi. Così è descritta la famiglia:

 

La familia Bolívar es de origen vasco. El primero de todos, que también se llamaba Simón, viajó a América en 1559. Su apellido original se escribía «Bolíbar», del cual luego cambia la “b” por la “v”. Como recuerda Juvenal Herrera Torres en su obra Simón Bolívar, vigencia histórica y política el papá de Simón dejó de herencia a sus cuatro hijos (dos varones, Juan Vicente y Simón, y dos mujeres, Juana y María Antonia): 258.000 pesos en dinero. Dos plantaciones de cacao, cerca de Caracas. Cuatro casas en Caracas, con los esclavos, muebles y joyas correspondientes. Nueve casas en La Guaira. Objetos de plata valorados en 46.000 pesos. Una casa de campo a orillas del mar. Casa y finca fuera del recinto de Caracas. La finca de San Mateo, con más de 1.000 esclavos [es probable que esta cifra sea un tanto exagerada, otros autores mencionan 160 esclavos] y dos trapiches azucareros. Un rancho de producción de índigo cerca de San Mateo, en el valle de Aragua. Tres extensísimos ranchos de ganado vacuno en los llanos, hacia el Orinoco. El valle de Arroa, con minas de cobre, y las minas de Cocorote. Su origen de clase resulta inequívoco, lo vincula a la oligarquía criolla de Caracas, una elite conocida como “mantuana” por los elegantes mantos que usaban sus mujeres. Este sector social había acumulado tanta riqueza que se sentía superior incluso a los españoles recién llegados de la península ibérica, fueran éstos militares o civiles. La inmensa grandeza de Simón Bolívar como individuo consistió en haber sabido superar ese origen histórico de nacimiento, que lo limitaba y lo hundía hacia el mundo mediocre, egoísta y mezquino de la clase dominante, para abrazar de corazón y dar su vida por la causa de las grandes mayorías populares, intentando construir una gran nación latinoamericana, soberana, unida e independiente de todos los imperios, la Patria Grande, un ideal y un proyecto inacabado. Nunca un oligarca lo hubiera podido hacer. Tuvo que despojarse de su origen de clase para entremezclarse con los negros insurrectos, los indígenas rebeldes, los llaneros indómitos y así entrar por la puerta grande de la historia de la lucha revolucionaria latinoamericana.[69]

 

 

Essendo rimasto orfano all’età di tre anni, il piccolo Simón Bolívar fu affidato alle cure dello zio che scelse come suo precettore un noto intellettuale, Simón Rodríguez, fervente discepolo di Rousseau. Educato secondo i principi dell’Emile e lettore di Plutarco, fin dalla giovinezza Bolívar fu avviato alla carriera militare e a sedici anni partì per Madrid per completare la propria educazione. Sposatosi a vent’anni e rimasto vedovo a ventuno, percorse l’Europa con il suo dolore, eroe romantico anzi tempo. Nel corso di quest’odissea da una capitale all’altra, poté attingere alle fonti delle idee del XVIII secolo che fino allora aveva conosciuto solo attraverso i libri. Fu soprattutto il periodo trascorso a Parigi a influenzarlo profondamente. Qui conobbe Fanny du Villars, la donna che divenne la sua prima amante dopo la precoce vedovanza, colta e con idee innovative e rivoluzionarie, lo introdusse negli ambienti legati alla Rivoluzione liberale inglese e francese.

 

 

Dopo appena un anno dal suo matrimonio, morta la moglie, riprese a viaggiare e finalmente nel 1803 si fermò per lungo tempo a Parigi, dove divenne l’amante di Fanny du Villars, che molto contribuì a presentarlo nei salotti più colti della Parigi liberale. Fu questo un periodo certamente importante, che molta influenza ebbe, come avremo modo di vedere, sugli anni della formazione. Bisognerà però subito dire che in questo periodo, Bolívar non fece altro che acquisire concetti e idee generiche e generali, senza un organico preciso disegno culturale ed ideologico. Molto importante fu per lui la conoscenza di Alexander von Humboldt, che ritornava da un lungo viaggio in America Latina. Con lo scienziato discusse a lungo sul futuro delle terre d’oltremare ed entrambi furono d’accordo nel ritenere maturi i tempi per una graduale autonomia delle colonie dalla madre patria.[70]

 

 

 

Fanny du Villars, oltre ad aver introdotto il futuro Libertador nei salotti più raffinati del vecchio continente, intrattenne con lui una romantica e fitta corrispondenza. Un breve articolo di Emmanuel Gónzalez Espinal dice in proposito:

 

Bolívar cuando la visitó como su prima en la capital parisina, ella frisaba los treinta años y el coronel Dervieu Du Villars, su marido, la doblaba en edad. Bolívar apenas llegaba a los veintidós. Allí se presentó el siguiente cuadro: Un hombre hecho, una dama experimentada y un mozuelo valentino tropical, lleno de energía sensual. Todo este escenario de intimidad y las cartas de Fanny destinadas al joven y al ducho Bolívar con sus emotivos recuerdos y cargadas con el éxtasis del amor, no dejaron dudas de haber sido amante del futuro Libertador. Permítanme mostrarle un extracto de una de las últimas cartas que le escribió Fanny Du Villars al Libertador en el año de 1826, cuando Bolívar se encontraba en plena Campaña del Sur.”Dedico esta esquela para nosotros dos. Hace hoy 21 años , mi querido primo, que usted dejó París y que me dio usted una sortija que lleva esa misma fecha 6 de abril; pero en vez de 1826 fue en 1805 cuando este hecho acaeció. Este anillo siempre me ha acompañado trayéndome a la memoria el recuerdo gratísimo de una amistad que usted me aseguró sólo extinguiría con su postrer suspiro; entonces ese sentimiento me parecía demasiado débil. ¿ Recuerda Usted mis lágrimas vertidas,mis súplicas para impedirle marcharse ?... Con orgullo recuerdo sus confidencias respecto a sus proyectos para el porvenir, la sublimidad de sus pensamientos y su exaltación por la libertad… Yo valía algo en aquel tiempo, puesto que usted me encontró digna de guardar su secreto… He tenido y tengo aún la confianza que usted me amó sinceramente… Conserve usted mi retrato, él será más feliz que yo, porque al enviarle mi imagen, no tengo la facultad de prestar mi alma a mi fisonomía; si la tuviera tal vez olvidaría usted mis años”

 Luego con cierta gracia y como para revivir el grado de intimidad que hubo entre los dos, Fanny le manifiesta: “ Usted comprenderá, mi querido simoncito, cuanto gozo yo con tanta gloria que le pertenece… Le envío a usted con que defenderse: un puñal y mi retrato por talismán.Estas consecuentes e ininterrumpidas epístolas las mantiene Fanny durante muchos años y que según ella, sólo en 1.826 le había escrito a Bolívar más de doscientas cartas.[71]

 

 

Sulla formazione di Bolívar in quegli anni pesò molto anche il contributo della cultura liberale e afrancesada[72]di Gerónimo de Uztáriz, marchese di Uztáriz (1735-1809), pensatore politico che spesso ospitò il futuro Libertador nella sua dimora madrilena, ritenuto “uno dei sinceri amici della nostra rivoluzione politica (….) patriota veritiero e deciso”.[73] Economista e politico spagnolo, de Uztáriz a soli quindici anni si trasferì dalla Navarra a Madrid e nel 1686 entrò alla Royal Academy di Bruxelles. Trascorse dieci anni nell’esercito delle Fiandre e ricevette il grado di capitano di fanteria. Il suo pensiero esercitò una forte influenza sulla politica economica durante il regno di Filippo V. Il suo lavoro principale, Teórica y práctica de comercio y marina (1724),[74]anche se si basa su concetti di mercantilismo e idee importate da altri paesi (produzione industriale, sviluppo del ruolo della marina), introdusse comunque concetti innovativi (soppressione delle tabaccherie, riduzione dei monopoli e dei privilegi, riforma fiscale) che sarebbero stati proposti durante tutto il periodo illuminista. Ma il legame dominante, e per tanti aspetti persino congeniale, con Rousseau, attraverso la mediazione dell’amico-maestro Simón Rodríguez, l’interesse per Montesquieu, Voltaire, Locke, il modello istituzionale inglese e le frequentazioni massoniche restano momenti significativi della formazione culturale europea di Bolívar.[75]

4. 3 Il Giuramento sul Monte Sacro

Nel 1805 Bolívar arrivò a Roma da Parigi in compagnia del suo precettore Rodríguez, con il quale aveva deciso di intraprendere un viaggio di studi attraverso l’Italia, com’era consuetudine allora per i giovani di buona famiglia. Sul Monte Sacro di Roma, Bolívar giurò ufficialmente di dedicare la sua vita alla causa dell’indipendenza dei popoli d’America. Tale giuramento, chiamato “Giuramento di Annibale”, recita:

 

¡Juro delante de usted, juro por el Dios de mis padres, juro por ellos, juro por mi honor y juro por mi patria, que no daré descanso a mi brazo, ni reposo a mi alma, hasta que haya roto las cadenas que nos oprimen por voluntad del poder español![76]

 

Il giuramento fu un evento simbolico gravido di conseguenze. Probabilmente in diverse occasioni i due amici parlarono della questione dell’indipendenza del Venezuela ed è possibile che entrambi fossero a conoscenza delle attività di Francisco de Miranda.[77] Il giuramento di Bolívar non nacque all’improvviso, ma fu il risultato di una sopraggiunta consapevolezza. Fu trascritto nei minimi dettagli da Simón Rodríguez in un verbale circostanziato indirizzato a Manuel Uribe Angel, in cui si descriveva la presa di coscienza di Bolívar nei confronti del Nuovo Mondo. Il Libertador è persuaso che il Nuovo Mondo abbia un ruolo “provvidenziale” nei confronti della Storia e dell’umanità: risolvere il grande problema dell’uomo nella libertà. Bolívar era convinto che la comprensione di un’autentica dimensione libertaria potesse verificarsi esclusivamente nel Nuovo Mondo.

 

La civilizaciòn que ha soplado del Oriente ha mostrado aquì todas sus faces, ha hecho ver todos sus elementos; mas en cuanto a resolver el gran problema del hombre en libertad, parece que el asunto ha sido desconocido y que el despejo de esa misteriosa incógnita no ha de verificarse sino en el Nuevo Mundo.[78]

 

 

Joaquin Diaz Gonzalez ritiene che l’evento del Juramento e l’autoinvestitura del giovane a futuro “Libertador” siano in realtà frutto di capillare e profondo lavoro di persuasione da parte del pedagogista repubblicano Simón Rodríguez:

 

 

Esa misma posterioridad de las declaraciones de Don Simón Rodríguez explica hasta cierto punto el tono proprio de las frases que, si bien no fueron escritas por Bolívar, expresan el estado de ánimo del discípulo poseído por el entusiasmo y la inspiraciòn fogosa: es decir, explica el tono demasiado retòrico y premeditado del exordio que se pone en labios de Bolívar antes de que éste pronuncie su solemne Juramento (…).[79]

 

 

Simón Rodríguez si sentì orgoglioso d’essere stato testimone dell’atto simbolico, poiché Bolívar ben presto tornerà in patria in qualità di Libertador ed Eroe d’America per prestar fede al giuramento profetico che pronunciò sul Monte Sacro, ispirato da Roma e chiamando Dio e il suo maestro come testimoni:

 

Sul Monte Sacro, dunque, l’eco delle magiche parole del Giuramento profetico si confondono ora con le frasi conclusive attestate da Bolívar stesso riguardo al compimento della propria promessa: “Il mondo di Colombo ha cessato d’essere spagnolo”; “il titolo di Libertador è superiore a tutti quelli che ha ricevuto l’orgoglio umano”. Confermano tali parole del Libertador ciò che dichiara Don Simón Rodríguez, e cioè che “il ragazzo ha mantenuto la parola”, e ciò che afferma O’Leary, che “Sul Monte Sacro… fece quel voto del cui fedele compimento ne è gloriosa testimonianza l’emancipazione dell’America del Sud”. Qui, come disse nel 1923 il sindaco di Roma Cremonesi, “la nobilissima stirpe latina vede le proprie antiche memorie riunirsi e perpetuarsi con le nuove in un ideale, unione di fraternità e gloria”. In modo che questo celebre colle della libertà non solo è, come disse Malpica nel 1847, “il grande monumento del popolo romano”, ma fa parte della storia della liberazione e dell’indipendenza sudamericana e, quindi, appartiene moralmente anche all’America.[80]

 

 

Si può pertanto affermare che il viaggio in Italia influenzò notevolmente Bolívar sotto il profilo culturale e ideologico, come dimostrano alcuni suoi documenti successivi:

 

…come nel Discorso per l’installazione del Consiglio di Stato ad Angostura, il 10 novembre 1817, in cui afferma che “gli esempi di Roma erano di conforto e guida per i nostri concittadini” o come il discorso inaugurale del Congresso di Angostura, pronunciato il 15 febbraio 1919: “La Costituzione Romana è quella che ha fornito il maggior potere e fortuna più che a qualsiasi altro popolo nel mondo… I consoli, il senato e il popolo erano allo stesso tempo legislatori, magistrati e giudici: tutti partecipavano all’esercizio dei poteri”. È del resto noto come nel pensiero politico di Bolívar sia andato a mano a mano crescendo la presenza del modello romano, dalla Costituzione di Angostura fino a quella di Bolivia, interpretato e caratterizzato da un quadro di grande originalità latinoamericana.[81]

 

  1. Il ritorno in Venezuela

 

Quando tornò in Venezuela nel 1807, dopo un breve soggiorno negli Stati Uniti, Bolívar era un uomo ricco di esperienza e risoluto a mantenere il giuramento che aveva prestato a Roma: liberare il suo paese dal giogo spagnolo. Nel momento del suo ritorno in patria, aveva trovato una popolazione divisa tra la fedeltà alla Corona di Spagna e il desiderio d’indipendenza. Francisco de Miranda aveva tentato, nel 1806, di far cadere il governo spagnolo senza successo occupando la costa nord del Venezuela, e si era accorto che, quando Napoleone invase la Spagna nel 1808 e imprigionò re Ferdinando VII, molti venezuelani avevano rifiutato la fedeltà alla Spagna, affermando l’indipendenza del loro paese. Bolívar, nominato colonnello, svolse una missione a Londra, alla ricerca di riconoscimento e di aiuti. Gli inglesi si mostrarono prudenti. Entusiasta fu, invece, Francisco de Miranda (che Napoleone definirà, invece, “un don Chisciotte sano di mente”), costretto all’esilio in seguito a due falliti tentativi di sbarco, alla testa di spedizioni indipendentistiche, amico del presidente degli Stati Uniti, John Adams. Miranda, noto come “il precursore”, pensa a una sola nazione ispano-americana estesa dal Mississippi a Capo Horn, sotto il nome di “Colombia”. Fu Bolívar che lo convinse a tornare in patria per riprendere la lotta. Di ritorno a Caracas, insistette davanti al Congresso per un’indipendenza senza condizioni, che venne proclamata il 5 luglio 1808. Pochi giorni dopo, Bolívar è al fronte e combatte sotto Miranda, contro i monarchici che si erano sollevati. Questa prima fase della lotta termina con una sconfitta di proporzioni catastrofiche.[82] Perciò Bolívar sarà costretto ad autoesiliarsi in Colombia:

 

 

Lo stesso Miranda, cui i repubblicani hanno affidato il ruolo di “dittatore” ha mostrato tutti i suoi limiti di militare professionista, incapace di comprendere le asprezze di una guerra civile, e ha finito per accettare, non senza ingenuità, una “onorevole riconciliazione” offertagli dal capo monarchico Monteverde: Bolívar, che legge queste scelte come tradimento, lo ha fatto arrestare. In una precipitosa sequenza, entrambi i gruppi cadono nelle mani del nemico che perfeziona il suo piano: Miranda tornerà a essere un pericoloso ribelle, degno di finire i suoi giorni in un carcere di Cadice, il giovane ufficiale sarà presentato come l’uomo che l’ha “consegnato” agli spagnoli, in cambio di un passaporto per l’esilio. Nell’attesa di un pronto ritorno, Bolívar ripara in Colombia.[83]

 

 

 

Nonostante l’esilio, Bolívar in Colombia crea un nuovo esercito, libera città e villaggi e annienta i presidi monarchici in una guerra di movimento.

4.5 Il Disegno politico e ideologico di Bolívar

Teoria del potere e forme di governo: nascita del nazionalismo civico

Durante l’esilio, Bolívar traccia chiaramente il suo progetto: crea una netta divisione politica e ideologica tra amici e nemici, instaurando un elementare principio d’identità nazionale e classe basato esclusivamente sull’adesione o meno al suo programma indipendentista.

 

 

Bolívar ha detto di considerare americani (è il termine che adopera correntemente, per affermare l’appartenenza ideale della sua gente ad un’unica nazione) tutti i combattenti dalla sua parte, a prescindere dal luogo di nascita e dal colore della pelle, e nemici, a prescindere da quei dati, tutti gli indifferenti. Il 6 agosto 1813 entra in Caracas, festeggiato dalla popolazione. Due giorni dopo, proclama la seconda Repubblica.[84]

 

 

 

L’anno 1813 è il più fertile sotto il profilo ideologico: Bolívar teorizza una struttura governativa di tipo centralizzato, diversa dal federalismo di tipo nordamericano. Infatti, egli ritiene che l’America centrale e meridionale, al contrario dell’America del Nord, nasca da strutture coloniali semifeudali, disomogenee ed eterogenee. Onde evitare il riaffermarsi di un sistema arcaico, con la precisa volontà di rendere il nuovo stato forte e stabile, riterrà necessaria una rigida centralizzazione. Nel 1815 Bolívar partì per la Giamaica dove scrisse il famoso documento “Carta de Jamaica”, redatto il 6 settembre del 1815 a Kingston e indirizzato all’inglese Henry Cullen, dove delinea le opinioni sul movimento rivoluzionario e sul governo da adottare. Si tratta del documento che sintetizza, più di ogni altro, i valori sociali e politici del pensiero bolívariano. Per questo, Alberto Filippi sulla “Carta de Jamaica” scrive:

 

 

(…) è il documento più importante e decisivo della maturità intellettuale del Bolívar trentenne che si accinge dopo ripetuti tentativi (e fallimenti anche durissimi) a rivedere l’impianto ideologico e politico della lotta di emancipazione dall’egemonia coloniale borbonica – alla vigilia della svolta, decisiva per la guerra d’indipendenza, del suo incontro con il Presidente della Repubblica di Haiti, Alexander Petion, il 2 gennaio 1816. È l’ultima affermazione di un’ideologia criolla che si va rapidamente trasformando, e radicalizzando, in un pensiero liberale che, superando l’etnocentrismo che lo aveva dominato sino ad allora, saprà comprendere e sostenere l’uguaglianza dei diritti civili e politici indipendentemente dalle condizioni etniche, per cui li difenderà valutandoli in una universalità che includerà anche i mestizos, pardos, e, soprattutto, i negros esclavos.[85]

 

 

La Carta presenta anche un panorama della guerre di indipendenza a cavallo del 1815. I realisti dominavano ancora la maggior parte delle loro antiche colonie (Venezuela), Nueva Granada, Tolgo, Perù, Cuba, Porto Rico. Nonostante questo bilancio negativo, il Libertador esprime la certezza e la fiducia nel trionfo definitivo della causa patriottica patriota. Dice al riguardo:

 

 

¡Con cuánta emoción de gratitud leo el pasaje de la carta de V. en que me dice «que espera que los sucesos que siguieron entonces a las armas españolas, acompañen ahora a las de sus contrarios, los muy oprimidos americanos meridionales»! Yo tomo esta esperanza por una predicción, si la justicia decide las contiendas de los ombre.[86]

 

 

Nella Carta, Bolívar critica duramente il sistema coloniale e dimostra l’incapacità della Spagna a continuare la sua dominazione in America. Nelle sue critiche al sistema coloniale, indica come aspetti negativi la condotta degli spagnoli verso la popolazione indigena, le “assurdità” commesse contro gli amerindi dall’era della scoperta, fino alle “atrocità” commesse durante la guerra d’indipendenza. Per denunciare questi eventi, egli si basa su documenti spagnoli, come le relazioni di Padre Bartolomé de Las Casas, che fu uno dei primi ad accusare il carattere inumano della colonizzazione spagnola. Inoltre emette giudizi che si riveleranno fondati, sulle condizioni economiche, sociali e politiche della metropoli per giustificare meglio il movimento d’indipendenza. E per perorare la sua causa si rivolge alle nazioni straniere affinché aiutino le colonie spagnole a liberarsi. La richiesta di aiuto è diretta, in primo luogo, all’Inghilterra per la sua tradizionale rivalità con la Spagna e per il controllo del commercio coloniale, e, in secondo luogo, agli Stati Uniti.[87] Ma la politica tradizionale dell’Inghilterra era cambiata con l’entrata della Spagna nella lotta antinapoleonica. Perciò il governo inglese aveva ritirato il suo aiuto ai rivoluzionari ispano-americani e, dal 1810, si rifiutava di riconoscere il governo della Giunta Suprema di Caracas. La politica dell’Inghilterra in quegli anni era quella di garantire l’integrità dell’impero coloniale della sua alleata Spagna. E questo è dimostrato anche dal fatto che durante i giorni in cui Bolívar redasse l’importante documento, il suo domestico afro-discendente, Pio,[88]intimidito e corrotto dai realisti che gli offrirono del denaro, tentò di assassinarlo, senza però riuscirvi[89]. John Lynch, così racconta la vicenda:

 

On the night of 10 December, at about ten o’clock, an assassin crept into Bolívar’s room, groped in the dark for the form sleeping in the hammock and plunged his knife into the neck of the victim, who struggled with his attacked until he received a second wound in the side, cutting off his cries and his life. The assassin was taken and found to be a black slave of Bolívar called Pio. The victim, however, was not Bolívar, but a compatriot Félix Amestoy (…).[90]

 

 

Dalla Giamaica, Bolívar partì alla volta di Haiti, ove creò un esercito di afro-discendenti antischiavisti con l’aiuto del presidente haitiano Pétion, figura rilevante nello sviluppo degli ideali antischiavisti ed egualitari di Bolívar.[91] In cambio, Pétion chiese di liberare tutti gli schiavi dei paesi che Bolívar avrebbe affrancato.[92] La Repubblica di Haiti di Pétion, infatti, offrì rifugio a diversi combattenti indipendentisti e unionisti, e lo stesso Bolívar non avrebbe mai potuto vincere le sue ultime battaglie senza il fondamentale supporto del presidente Pétion. Chelsea Stieber così descrive la loro amicizia:

 

Pétion befriended Bolívar, greatly sympathetic to the independence movement, and agreed to provide him with arms, munitions and soldiers—on two conditions. First, that Bolívar agree to abolish slavery in independent Venezuela, as well as any of the future liberated countries in South America, and second, that any slaves seized by privateers be sent to Haiti to be freed. Agreeing to these conditions, Bolívar set out to reclaim Venezuela, proclaiming the abolition of slavery as the main objective of his liberation efforts. After a first failed attempt to retake the mainland, and a return trip to Haiti for more supplies, Bolívar set out again for Venezuela and in 1817 secured critical strongholds that would ensure independence.

Pétion’s contribution to Latin American independence illustrates his commitment to antislavery in the hemisphere. As historian Ada Ferrer notes, Pétion’s aid to Bolívar and to the founding of another country free from slavery show the Haitian leader’s desire to “extend the geographic space of liberty” not only into South America, but into Caribbean and Atlantic waters.[93]

 

 

 

Nel 1817 Bolívar tornò in Venezuela con un nuovo esercito meticcio e antischiavista. Contando sull’aiuto del governo di Haiti, oltre a quello dei mercenari reduci dagli eserciti ormai ridotti dalle guerre napoleoniche, iniziò a vincere battaglie su battaglie. Strinse alleanza con i cavalieri llanero delle pianure, i quali gli fornirono una cavalleria efficace. Nel 1819 Bolívar marciò sulla Colombia e sconfisse le forze spagnole. Qui costituì la prima Repubblica di Colombia che poi fu composta dagli Stati di Colombia, Panama e Venezuela. Divenne il primo Presidente di questo Stato nel 1819. Tuttavia, la lotta contro le forze spagnole e lealiste proseguì sino alla battaglia di Carabobo del 1821. Bolívar adottò da Miranda la prospettiva continentale della “Patria Grande”[94] e cioè una visione unitaria e internazionalista. Infatti, non lottò mai esclusivamente per il suo paese, ma assunse uno sguardo globale sui temi e le problematiche latino-americane. Fu un “nazionalista civico” con uno spirito internazionale, per lui le richieste sociali e le rivendicazioni nazionali erano le stesse in tutto il continente. Prendendo in considerazione una concezione sociale antischiavista, democratica e popolare condivisa, alla fine del 1816 il generale San Martin e Bolívar si riunirono con i capi tribù amerindi pehuenches nell’accampamento de Il Plumerillo. Secondo Manuel de Olazábal, testimone oculare, il generale San Martin chiese il permesso di poter passare dalle Ande del Sud per affrontare le battaglie indipendentiste ai capi tribù amerindi, poiché reali padroni del paese.[95] Questa è la stessa espressione che usa Bolívar nella sua Carta de Jamaica del 1815, dove definisce gli indigeni come i “legittimi proprietari del paese”.[96] Inoltre San Martin lancia in Perù un proclama nelle lingue indigene quechua e aymará oltre che in castigliano, abolendo la tassa indigena. Da qui si evince la politica integrazionista (la rottura delle barriere etniche e linguistiche) ed egualitaria portata avanti da Bolívar. Le ribellioni in America Latina per la prima indipendenza abbracciarono tre secoli, dall’arrivo dei conquistatori e colonizzatori europei fino al secolo XIX. Bolívar incoronò quelle lotte vincendo l’impero spagnolo. Da qui partì la lotta per la seconda e definitiva indipendenza, una seconda epoca che abbraccia più di 200 anni. Come afferma il filosofo Néstor Kohan, l’America Latina entrò in una seconda fase: la ricerca di una definitiva indipendenza.[97]

 

4. 6 Indipendentismo e ideali educativi in Bolívar

Gli indipendentisti di Bolívar furono senz’altro incoraggiati dal felice esito della Rivoluzione americana e francese ma la principale ossessione di Bolívar restò l’idea della “sovranità popolare”, concetto ripreso dalla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1793 che, nel caso di Bolívar, si associa al concetto di “patria”. Perciò Bolívar s’impegnò a dare una struttura statale, anche se embrionale ai territori man mano liberati. Bolívar divenne elemento chiave e fondamentale nella costituzione del discorso nazionalistico e patriottico in Venezuela, dando all’ideologia rivoluzionaria e illuminista una connotazione leggendaria e nazionalista, in modo da legittimare il potere della nascente Gran Colombia. Il discorso nazionalista trascende la posizione ufficiale dei ribelli anticoloniali, e rileva il forte elemento militarista e statalista del suo progetto. Alfredo Musto scrive in proposito:

 

Amava ripetere che “l’unico scopo degno del sacrificio della vita degli uomini è la libertà” e si sentiva tra quegli uomini impegnati di fronte all’universo e alla storia. Probabilmente non fu mai convinto dell’effettiva possibilità di successo del progetto di una America Latina unita, e fu sempre cosciente dell’amara realtà di popolazioni comunque impreparate a questo grande salto in avanti. Ma era incrollabile il suo desiderio, che corrispondeva a concrete azioni politiche, di far progredire le sue genti e il suo continente. Il suo impegno per l’affermazione dell’identità poteva incarnarsi solo attraverso un’opera effettiva che passasse per il rifacimento delle istituzioni e dei principi che le reggevano. Non, dunque, un cammino utopista verso l’unità continentale, ma un nuovo cammino di civiltà che significasse progresso non astratto o individualista ma in nome del superiore interesse collettivo, perché nazioni soggiogate da un assolutismo secolare dispotico come quello spagnolo, si ritrovavano ora nella assoluta necessità di progredire sotto tutti gli aspetti del vivere sociale. E per Bolívar doveva trattarsi di un progresso di uguaglianza e giustizia. Si trovava di fronte un regime sostenuto da mezzi e teorie basati sull’oppressione, che non riconosceva né diritti né garanzie, dove regnava la schiavitù e vigevano profonde disuguaglianze. Un siffatto sistema arido e reazionario era una mortificazione per gli spiriti dell’America. Ormai il rifiuto della Conquista spagnola si palesava in un malessere diffuso pronto a sprigionare forze cui bisognava imporre una guida. L’indigeno opponeva resistenza alle costrizioni e allo spoglio continuo del suo territorio e la forzata integrazione delle popolazioni africane strappate a viva forza dalle loro terre d’origine con la vergognosa tratta degli schiavi, aggravava una situazione di fatto esplosiva che i Borboni seguitavano a ritenere eterna ed immutabile. Il Mondo Nuovo fin lì ingannato da tante promesse era ora arcaico, insufficiente, retrogrado e ingiusto. I meticci, gli indios e i negri discriminati ed emarginati nella loro stessa terra. Bolívar coglierà subito la sintesi razziale del suo popolo ed era deciso a farne una forza sola: “Non siamo ne indiani, né europei, ma una stirpe intermedia tra i legittimi proprietari del paese e gli usurpatori spagnoli, insomma pur essendo americani per nascita e con gli stessi diritti degli europei, dobbiamo rivendicare il titolo di possessori agli abitanti originari del paese e vivere in esso contro l’opposizione degli invasori; tanto è il nostro un caso straordinario e complicato”. Dopo una serie di moti rivoluzionari falliti, constatava la vicinanza della gente alla causa realista e ammetteva che essa non avvertiva al suo interno la rivoluzione che non le interessava e non difendeva. Capì che gli indipendentisti non garantivano assoluta libertà. Sembra di rivedere le tristi meditazioni di Garibaldi. Eppure il sogno Bolívariano continuò, perché egli stesso volle rinnovarlo, nonostante tutto. “Da questo momento … vi sarà una sola classe di uomini, tutti saranno cittadini”. E vennero i giorni dell’abolizione della schiavitù e le simpatie del popolo[98].

 

 

Nel 1940, Hans Kohn fece una distinzione tra nazionalismo civico e nazionalismo etnico. Il nazionalismo etnico corrisponde alla definizione della nazione partendo, in termini organici, da elementi considerati obiettivi: la razza, la storia, le tradizioni, la lingua, elementi che possiamo considerare come “anima collettiva”.[99] Il nazionalismo civico invece ritiene che la comunità si basi sul rispetto dei principi e dei valori politici di libertà, democrazia e uguaglianza. Il nazionalismo organico in cui la nazione è percepita come soggetto fisso e inevitabile che segna i suoi membri al momento della nascita cui non si può sfuggire si differenzia dal nazionalismo volontaristico di tipo civico dove la nazione è un’associazione di esseri umani razionali che entrano ed escono dai confini volontariamente e singolarmente. Assumendo questi criteri, il processo di costituzione nazionale in Venezuela iniziò, almeno ideologicamente, come un processo di nazionalismo civico di cui il padre fondatore fu proprio Bolívar. Il Venezuela nasce per la prima volta come distretto amministrativo della Spagna Coloniale, con la creazione della Capitaneria Generale nel 1776, ma la data di fondazione della Repubblica risale al 5 luglio 1811, data della dichiarazione d’Indipendenza. Il progetto politico della Prima Repubblica era debole poiché l’indipendenza non fu una scelta presa da tutte le province della Capitaneria, che ben presto si orientarono verso un conflitto armato tra fautori del sistema repubblicano e quelli del partito della monarchia. La caduta del governo repubblicano, nel 1812, promosse lo sviluppo di una regola più autoritaria: si creò un regime centralizzato ma confederato per ovviare al problema di uno Stato debole foriero di disordini e anarchia. Un altro documento fondamentale per comprendere il pensiero bolívariano è il discorso del Congresso di Angostura[100]del 1819, congresso in cui fu presentato il progetto di Costituzione che fu la legge fondamentale della “Grande Colombia”, allora appena creata, che comprese fino al 1829 il Venezuela e la Nuova Granata. Nel Congresso di Angostura l’idea di cittadinanza come categoria si ricongiunge all’idea di gruppo sociale che condivide valori e costumi. Il governo repubblicano di riferimento, per tutte le province, sarà quindi quello del Venezuela; la base sarà la sovranità del popolo, la divisione dei poteri, la libertà civile, la proibizione della schiavitù, l’abolizione della monarchia e dei privilegi aristocratici e fondiari. In questo modo Bolívar fonda una nuova società basata sulla tolleranza (sia culturale, sia religiosa) e su una moderna concezione del “potere”, basato sulla ridistribuizione dello stesso secondo precisi principi elettivi e precisi limiti temporali (rotazione delle cariche). Bolívar, durante la sua carriera di statista rivoluzionario, s’ispirò anche alle idee di Fray Servando Teresa de Mier (1763-1827), un sacerdote rivoluzionario dalla vita avventurosa, che non fu solo uno dei pionieri dell’indipendenza latino-americana, ma anche uno scrittore singolare, fautore del pluralismo religioso, linguistico e culturale. Scrisse i seguenti testi: Apología e Relación de lo ocurrido en Europa hasta octubre de 1805, in seguito conosciute come Memorias, e la continuazione di queste “memorie” con il titolo di Manifiesto apologético. Questi testi condannano inesorabilmente la dominazione spagnola, l’istituzione monarchica e i residui feudali della nobiltà creola. Il sacerdote sostenne che la Vergine di Guadalupe Hidalgo aveva issato i colori bianco e blu dell’imperatore azteco e manifestò l’intenzione di adottare quei colori nella bandiera nazionale messicana. Inoltre affermò che “messicano” significa “cristiano”. Naturalmente, il suo entusiasmo non lo portò a nobilitare i suoi compagni indiani in carne e ossa, poiché Mier comunque crebbe in una provincia scarsamente popolata da indiani. A suo avviso, alcune credenze e alcuni rituali indigeni anticipano e precorrono l’arrivo del cristianesimo in America. Fray Servando Teresa de Mier era convinto che il cristianesimo dovesse fruire anche di una genealogia americana. Perciò auspicò una forma di dialogo, se non addirittura di “sincretismo”, tra il pensiero cattolico europeo e le tradizioni indigene. “Le nostre madri erano tutte indiane”. La nonna di Mier era una principessa indiana.[101] Come Bartolomé de Las Casas e Juan de Torquemada cercò di fornire argomenti che esaltassero il glorioso passato indiano anche in Sud America. Perciò divenne un fautore dell’autodeterminazione indigena e dell’autonomia delle colonie. Alberto Filippi così descrive e ricostruisce il pensiero politico e sociale di Bolívar mutuato da Fray Servando Teresa de Mier:

 

 

La tolleranza si estenderà a tutti gli altri culti e, per tanto, l’organizzazione dell’Inquisizione, essendo per ciò stesso divenuta innecessaria, verrà abolita. Le funzioni degli ecclesiastici essendo di natura sacra ed avendo bisogno di studio e dedicazione sono e saranno incompatibili con l’esercizio di qualsiasi altra funzione civile e militare. Tematica questa che riprende ed amplia Fra Servando Teresa de Mier, e che costituirà uno dei fondamenti della nuova concezione politica e diplomatica dello stesso Bolívar, attraverso il rinnovamento del sistema politico-istituzionale dei rapporti tra i nuovi stati repubblicani, la Chiesa Americana e la Santa Sede; rinnovamento che si fonderà in particolar modo sul superamento del Regio Patronato del Re sulla Chiesa, in virtù del quale il Re si considerava potestas precedente e superiore all’auctoritas pontificia ed in possesso quindi di una facoltà inerente alla sua stessa sovranità reale. Fra Servando Teresa de Mier nella sua fondamentale Historia de la Revoluciòn de Nueva España (Londra, 1813) che, dobbiamo ricordare, sarà uno dei libri maggiormente letti da Bolívar nei mesi in cui stava scrivendo la sua cruciale e drammatica “Carta de Jamaica” (1816), denuncia con molta veemenza il Patronato reale, in quanto vincolo basato in modo indebito sull’artificio giuridico della “donazione papale” e questa sua affermazione diventerà uno dei capisaldi della lotta per l’Indipendenza americana dalla corte borbonica e dalla possibilità e necessità di stabilire rapporti liberi e diretti tra il messico e la Santa Sede. Fra Servando non solo enumera cinque ragioni di fondo in base alle quali il “famoso Regio Patronato delle Indie” sarebbe basato su di “un circolo di errori e corbellerie”, ma aggiunge che “quand’anche questa Bolla del Patronato, fondata su tutti questi errori non fosse o valesse nulla di per sé, lo sarebbe comunque per decadimento e superamento (…).[102]

 

 

Bolívar teorizza l’uguaglianza dei cittadini coscienti e consapevoli nelle opinioni politiche e nei costumi pubblici. L’esaltazione dell’unità dei venezuelani fu strumento efficace per indebolire il progetto conservatore dei realisti, che perse potere dopo la guerra d’indipendenza, dimostrando l’incapacità di portare proposte originali. Così l’immagine di Bolívar divenne fattore di coesione sociale, che agisce come superamento nazionale di limiti culturali e ideologici. Bolívar diventa il mito che si proietta nel mondo e nel futuro, mito reso possibile attraverso un processo di costruzione dell’eroe che rappresenta il potenziale della nazione venezuelana. Ciò ha permesso la creazione di una “religione secolare” che sostiene il discorso d’inclusione intorno a una comunità di valori condivisi. “Religione secolare” significa incorporazione, nella cultura e nella prassi politica, di rituali, liturgie e mitologie, compresa e la creazione di un’ideologia civile.[103] Il primo provvedimento bolívariano fu dunque, infatti, la ridistribuzione dei beni e delle terre confiscate ai realisti spagnoli per garantire una base “egualitaria” alla popolazione diseredata.[104] Bolívar ritenne che il dovere fondamentale di un governo fosse creare la maggior quantità possibile di felicità per la sua popolazione, garantire sicurezza sociale e il massimo grado di stabilità politica. S’ispirò, infatti, alla “Dichiarazione della Virginia” e ai testi stessi del primo congresso venezuelano. Per lui l’eccellenza di un governo non si basa sulla sua teoria, sulla sua forma o sui suoi meccanismi, bensì sulla maggiore o minore corrispondenza con la natura e il carattere della nazione che rappresenta. Egli desiderava semplicemente che il governo facesse rispettare la legge e i magistrati: un governo che impedisse la trasgressione della volontà generale e dei dettami popolari. Un altro dei punti fermi della dottrina politica bolívariana è l’idea di equilibrio o, meglio, equilibrio tra i poteri, più che la loro divisione. Il problema, appunto, non è tanto dividere, quanto unire armonicamente i diversi poteri, garantendo reciproco rispetto tra i liberi organismi dello Stato. Nestor Kohan afferma che Bolívar elabora la visione di governo organico, democratico, repubblicano, popolare, che sia efficiente e semplice, moralmente forte, capace di imporsi contro anarchia e tirannide, di difendere e completare l’opera della rivoluzione.[105] Il suo disegno politico, sin dall’inizio della sua carriera di statista, prevede tutto: un supremo magistrato dello Stato, dal quale dipende il potere esecutivo, e che dovrà essere dotato delle qualità morali e intellettuali necessarie. Il Senato, composto da uomini saggi e prudenti, vigila costantemente sull’opera di giudici e magistrati. Il corpo legislativo rappresenta la sovranità del popolo. I legislatori sono i padri della nazione, dalla cui opera nascono prosperità e grandezza della patria.[106] Bolívar cercò anche di risolvere il problema delle finanze dissestate: firmò una serie di decreti che stabilirono il riutilizzo sociale e pubblico dei beni espropriati dall’amministrazione alla chiesa coloniale, oltre alla prescrizione di una severa e proporzionale imposizione fiscale. Istituì un efficiente servizio postale, esentò da ogni forma di tassazione i libri, i giornali e tutte le strutture educative e culturali. Creò infrastrutture per facilitare le comunicazioni e i trasporti e fondò una Società Economica per lo sviluppo dell’economia nazionale.[107] Alfredo Musto, sulle azioni audacemente riformistiche di Bolìvar, improntate sull’interventismo in economia e sul piano giuridico, scrive:

 

 

In Europa il nascente proletariato industriale versava in condizione critiche, in America Latina egli preparava leggi a favore degli indios, mediante norme esplicitamente interventiste e protezioniste che sarebbe riduttivo giudicare come mere manifestazioni di umanitarismo, giacché si trattava di un insieme organico in grado di rendere dignità ai cittadini e lavoratori.

In Europa una certa foga liberale vedeva come meta la semplice libertà individuale e considerava la società intera o qualsiasi forma di associazione, come elementi di restringimento del libero arbitrio e attentati ai “Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, auspicava la fine dello Stato in quanto vecchio mezzo di dispotismo e teorizzava un’entità dove si sarebbe affermato il più forte.

Altrove, invece, nelle nazioni toccate dal sogno Bolívariano, si lavorava per un sistema repubblicano attivo, centralista, democratico e civile.

Ma aveva previsto il destino tragico delle genti per cui si era battuto tutta una vita: “Ho governato per vent’anni ed in questi non ho ottenuto che pochi risultati certi: primo, l’America è ingovernabile per noi nativi; secondo, colui che serve una rivoluzione sta arando nel mare; terzo, l’unica cosa che si può fare in America è emigrare; quarto, questo paese cadrà inevitabilmente nelle mani della folla scatenata, per passare poi in quelle di tiranni quasi impercettibili, di tutti i colori e razze…”.

Con una visione scevra da facili interpretazioni “liberali” e “materialiste”, anni e anni dopo la sua morte, Benito Mussolini, già uomo di Stato, mosso da affinità e convergenze, sintetizzerà così a proposito del Libertador: “Puro eroe, animato da una energia indomabile e talvolta spietata, che ricorda quella dei primi conquistatori della sua stessa nobile stirpe, egli concorse, con un’opera veramente rivoluzionaria perché profondamente creatrice, a gettare le basi dell’odierna America Latina. Con animo e genio di Condottiero condusse i suoi uomini oltre vette ritenute inviolabili; non schiavo di sette né di ideologie, assurse alla concezione dello Stato unitario poggiato sulle grandi forze della nazione liberando le energie sopite della sua razza”(1)

(1)Il Popolo d’Italia 24/04/1934 tratto da “Limes” n.2 2007
 Fonti bibliografiche: “Scritti scelti di Simón Bolívar”, ed. a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri.[108]

 

 

Bolívar, oltre a sancire principi quali la gratuità dell’amministrazione della giustizia per tutti i cittadini, con il decreto del 21 dicembre 1825 stabilì, tra i vari aspetti, la gratuità dell’istruzione pubblica per tutti i cittadini, indipendentemente dalle origini sociali ed etniche:

 

 

Il decreto sull’istruzione pubblica resta forse quello più significativo, ma d’altro canto l’educazione dei cittadini era una costante che chiaramente si armonizzava coerentemente con le dichiarazioni di adesioni ai principi democratici dell’illuminismo. Il decreto dell’11 dicembre 1825 forse attuava quello che in termini “pesantemente moralistici” era stato previsto nella camera di educazione del potere morale che i costituenti di Angostura si erano ben guardati dall’approvare. Il governo doveva provvedere ad educare il popolo la cui istruzione doveva essere uniforme y general; presupponendo sempre che la vita stessa della repubblica dipendesse dal grado di educazione dei cittadini. L’educazione era gratuita e si pensò che questo bastasse a debellare la piaga dell’analfabetismo.[109]

 

 

Bolívar incrementò considerevolmente l’edificazione di nuove opere pubbliche (fece costruire nuovi edifici, monumenti e incrementò comunicazioni e viabilità), fondò nuove scuole e nuove università statali (fu il Fondatore dell’Università di Buenos Aires e dell’Università Centrale di Caracas).[110] Proclamò un’università dalle porte aperte: furono eliminati tutti i limiti di razza o di religione che impedivano ai giovani di accedere al sapere. Attraverso la nomina a rettore di quell’università di José Maria Vargas, promosse lo studio della medicina, dell’odontoiatria, dell’oculistica, della chimica, della botanica, della mineralogia, e di tutte le scienze moderne (fino a quel momento esistevano solo cattedre di religione cristiana e altre materie umanistiche). Infatti, fu Il 24 giugno 1827, durante la sua ultima visita a Caracas, che Simón Bolívar, con José María Vargas e Jose Rafael Revenga, redasse il noto Statuto Repubblicano dell’Università degli Studi di Caracas, che prevedeva piena autonomia dell’istituzione educativa, laicità, un piano di donazioni pubbliche, borse e dispositivi economici vari per promuovere gli studi e la partecipazione democratica. Le donazioni e le borse sarebbero servite come sostegno economico per l’istituzione e i suoi studenti. Queste nuove regole crearono una nuova visione educativa che si avvaleva di nuove sedi e laboratori ed eliminava l’odioso processo di selezione degli studenti per il colore della pelle. Successivi obiettivi furono la riduzione del costo dei titoli universitari, l’aumento dello stipendio dei professori, sopprimere il latino come lingua ufficiale dell’insegnamento e offrire all’università un patrimonio economico immenso, costituito da terreni e proprietà immobiliari.[111] Per lui, nulla poteva essere più pericoloso per la libertà della Repubblica che la mancanza d’istruzione. Per questo in Venezuela nel 1827 nacquero diverse scuole nazionali e si affermò il metodo di Lancaster, che prevedeva gratuità, aconfessionalità, istruzione multiculturale, coinvolgimento degli studenti più meritevoli nell’educazione e formazione degli allievi più svantaggiati, e mutuo insegnamento. Il sistema di Lancaster permetteva infatti all’insegnante di raggiungere un gran numero di studenti, tramite l’assistenza degli studenti più avanzati. In realtà, sotto il profilo educativo, Bolívar si limitò semplicemente a divulgare e attuare le idee e i progetti del suo principale maestro e ispiratore: Simón Rodríguez.

 

[1] E. Galeano, Memoria del fuego II Las caras y las máscaras, Siglo XXI de España Editores, Madrid, 1990, pag. 110, su internet: http://static.telesurtv.net/filesOn...

[2] A. Martinelli, C. P. Sanna, La Lingua Lacerata di Malinalli, La Donna Latino-Americana nella Storia, ERI Edizioni Rai, Torino, 1991, p. 1.

[3] A.V., Manuela Sáenz, pasado, presente y futuro, Fondo Editorial Fundarte, Caracas (Venezuela), 2011, p. 51, su internet: http://www.mindefensa.gob.ve/CIEG/download/manuela-Sáenz-pasado-presente-y-futuro-ecuador.pdf, ultimo accesso 05/05/2017

[5] Ibidem

[6] A.V., Manuela Sáenz, Pasado, presente y futuro, Fondo Editorial Fundarte, Caracas (Venezuela), 2011, p. 23, su internet: http://www.mindefensa.gob.ve/CIEG/download/manuela-Sáenz-pasado-presente-y-futuro-ecuador.pdf, ultimo accesso 05/05/2017

[7] Ivi, p. 135

[8] Paulo Freire (Recife, 19 settembre 1921 – São Paulo, 2 maggio 1997) fu un educatore popolare, fondatore di una nuova pedagogia nota come “pedagogia dell’oppresso”, in cui lo sforzo totalizzante della “praxis” umana rientra come “pratica di libertà”. In una società le cui dinamiche strutturali conducono alla dominazione delle coscienze, la pedagogia dominante è la pedagogia delle classi dominanti. I metodi dell’oppressione non possono ovviamente servire all’educazione e alla liberazione delle masse oppresse. In una società governata dagli interessi di gruppi, classi e nazioni dominanti, l’educazione deve imporsi come pratica di libertà postulando appunto una “pedagogia dell’oppresso”. I percorsi di liberazione dovrebbero essere fondati sull’autocoscienza, la consapevolezza, l’analisi critica della realtà e un percorso di autonomia. L’istruzione dell’oppresso è incompatibile con una pedagogia che è stata per secoli una pratica di dominio. La pratica della libertà trova espressione adeguata in una pedagogia in cui gli oppressi sono messi in condizione di scoprire criticamente la realtà e diventare soggetti attivi del proprio destino storico. La pedagogia degli oppressi è quindi liberatoria sia per gli oppressi sia per gli oppressori, hegelianamente diremmo: la verità dell’oppressore risiede nella coscienza degli oppressi.

 

[9] A. Martinelli, C. P. Sanna, La Lingua Lacerata di Malinalli, La Donna Latino-Americana nella Storia, ERI Edizioni Rai, Torino, 1991, pp. 1-2

[10] Ivi, pp. 135-136

[11] N. Gutierrez, Mujeres Patria-Nación. México: 1810-1920; Ventana, n.12, Guadalajara, 2000, pp. 209-240, su internet:http://148.202.18.157/sitios/publicacionesite/pperiod/laventan/Ventana12/ventana12-7.pdf, consultato il 01/11/2016. La metodologia del nazionalismo è oggetto di dibattito e diverse interpretazioni. Ad esempio, il nazionalismo può essere un’ideologia, un movimento, un sentimento, un ideale, uno stato d’animo, una politica fine a se stessa. Inoltre, il nazionalismo può essere di natura politica, culturale, economica o difensiva. Il nazionalismo si adatta ai movimenti artistici e letterari, alle filosofie e, naturalmente, crea e definisce un’identità nazionale. Il nazionalismo definisce miti e simboli, i miti di partenza e di arrivo, così come l’orgoglio per la sopravvivenza nazionale e i posteri. Pensiamo anche ai simboli femminili che celebrano la continuità, la riproduzione e l’originalità. In queste fasi di creazione e costruzione delle nazioni, le donne hanno occupato ruoli subordinati in strutture patriarcali. Si sono mosse in uno spazio domestico oppure hanno accompagnato eroi e liberatori durante le loro gesta. Anche le donne patriottiche o nazionaliste sono madri, figlie, mogli o amanti. Una seconda categoria comprende le donne che direttamente o indirettamente hanno preso attivamente parte al progetto nazionalista. Il loro ingresso nella vita pubblica si unisce a una vasta strategia d’integrazione nazionale.

[12] M. Sáenz, Carta a la coronela Juana Azurduy, desde Charcas, el 8 de diciembre de 1825; Centro Virtual Cervantes, Mujer y independencias, a cura di M. F. Yriart, su internet: http://cvc.cervantes.es/literatura/mujer_independencias/bados01.htm, consultato il 01/11/2016. Ideas Feministas de Nuestra América, 2011; su internet https://ideasfem.wordpress.com/textos/b/b05/, ultimo accesso 01/11/2016

[13] M. O’Donnell, P. O’Donnell, Juana Azurduy: la tenienta coronela, Planeta, Buenos Aires, 1994, su internet: http://userpage.fu-berlin.de/vazquez/vazquez/pdf/9-AZURDU-texto.pdf, ultimo accesso 01/11/2016

[14] J. Londoño, Manuela Sáenz: Mi patria es el continente de la América,Cuadernos Americanos, núm. 125 (2008), pp. 67-85, su internet: http://www.cialc.unam.mx/cuadamer/textos/ca125-67.pdf, ultimo accesso 01/11/2016

[15] Reviewed Works: Beyond Imagined Communities: Reading and Writing the Nation in 19th-Century Latin America by Sara Castro-Klarén, John Charles Chasteen; Dreams and Realities: Selected Fiction of Juana Manuela Gorriti by Juana Manuela Gorriti, Francine Masiello, Sergio Waisman. A cura di Iona Macintyre; Feminist Review; No. 79, Latin America: History, war and independence (2005), pp. 180-182, su internet: http://www.jstor.org/stable/3874440, ultimo accesso il 28/12/2016

[16] Ibidem

[17] A.V., Manuela Sáenz, Pasado, presente y futuro, Fondo Editorial Fundarte, Caracas-Venezuela, 2005. p.15, su internet: http://www.mindefensa.gob.ve/CIEG/download/manuela-Sáenz-pasado-presente-y-futuro-ecuador.pdf, ultimo accesso il 28/12/2016

[18] Y. Añazco, Manuela Sáenz Coronela de los ejércitos de la Patria Grande, Láser Editores, Quito, 2005, pp. 46-50

[19] La Real Audencia de Quito fu istituita il 29 agosto 1563, da Sua Maestà Don Felipe II, che emise nella città di Guadalajara, in Spagna, il Decreto Reale con lo scopo di concedere a Quito una forma di autonomia rispetto al Vicereame di Lima che appartenne alla Corona spagnola, sin dal 1541; fonte: E. A. Pino, Real Audencia de Quito, Historia del Ecuador, Enciclopedia del Ecuador, Quito, su internet: http://www.enciclopediadelecuador.com/historia-del-ecuador/real-audiencia-de-quito/, ultimo accesso 04/01/2017

 

[20] J. Núñez Sánchez, Rivista Afese, Masonería y independencia, Academia Nacional de Historia, p. 242, disponibile all’indirizzo: http://www.afese.com/img/revistas/revista51/masoneria.pdf; ultimo accesso il 29/11/2016

[21] Ivi, pp. 242 -243

[23] A.V., Manuela Sáenz, Pasado, presente y futuro, Fondo Editorial Fundarte, Caracas-Venezuela, 2005, pp. 124-125, su internet: http://www.mindefensa.gob.ve/CIEG/download/manuela-Sáenz-pasado-presente-y-futuro-ecuador.pdf, ultimo accesso il 28/12/2016

[24] È possibile consultarne il sito al seguente indirizzo: http://ilam.org/index.php/es/museo?id=7096, ultimo accesso 28/12/2016

[25] Y. Añazco, Manuela Sáenz Coronela de los ejércitos de la Patria Grande, Láser Editores, Quito, 2005, p. 20

[26] Ivi, p.31

[27] A.V., Manuela Sáenz, Pasado, presente y futuro, Fondo Editorial Fundarte,Caracas-Venezuela, 2005. p. 122-123, su internet: http://www.mindefensa.gob.ve/CIEG/download/manuela-Sáenz-pasado-presente-y-futuro-ecuador.pdf, ultimo accesso 05/05/2017

[28] P. S. Murray, For Glory and Bolívar: the Remarkable Life of Manuela Sáenz 1797-1856,University of Texas Press, Austin, 2008, pp. 266-272, su internet: https://www.ncsu.edu/acontracorriente/fall_09/reviews/Sobrevilla_rev.pdf, oppurehttps://muse.jhu.edu/book/3118, ultimo accesso il 24/11/2016

[29] Ivi. pp. 266-272

[30] E. Hobsbawm, Viva la Revolución, Il secolo delle utopie in America latina, Rizzoli, 2016, Milano, p. 47

[31] M. Fajardo, Manuela Sáenz, Libertadora del Libertador, tesi di laurea, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma3, 2014, pp. 1-2, su internet: https://scienzepolitiche.uniroma3.i..., ultimo accesso il 12/06/2016.

[32] Rosa Campuzano Cornejo fu una rivoluzionaria, patriota e spia peruviana. Soprannominata “la protectora” per essere stata l’amante del Generale José de San Martín , denominato come “el protector del Perú”. Dal Dizionario Biografico dell’Ecuador. Su internet: http://www.diccionariobiograficoecuador.com/tomos/tomo6/c3.htm, ultimo accesso il 12/06/2016.

[33] A.V., Manuela Sáenz, Pasado, presente y futuro, Fondo Editorial Fundarte, Caracas-Venezuela, 2005, p. 20, disponibile all’indirizzo: http://www.mindefensa.gob.ve/CIEG/download/manuela-Sáenz-pasado-presente-y-futuro-ecuador.pdf, ultimo accesso il 28/12/2016

[34] A. Martinelli, C. P. Sanna, La Lingua Lacerata di Malinalli, La Donna Latino-Americana nella Storia, ERI Edizioni Rai, Torino, 1991, p. 199

[35] V. J. Farinango Correa, El Pensamiento Revolucionario de Manuela Sáenz y su Inicidencia en el Proceso Libertario del Ecuador y América Latina Propuesta: Elaboración de un Ensayo Literario, Universidad Central del Ecuador, Facultad de Filosofía Letras y Ciencias de la Educación, Carrera De Ciencias Sociales, Distrito Metropolitano de Quito, 28 de Noviembre del 2013, pp. 31-40, su internet: http://www.dspace.uce.edu.ec/bitstr..., ultimo accesso il 12/06/2016.

[36] A. Martinelli, C. P. Sanna, La Lingua Lacerata di Malinalli, La Donna Latino-Americana nella Storia, ERI Edizioni Rai, Torino, 1991, p. 199

[37] T. de la Parra, Influencia de la mujeres en la formación del alma americana, Fundación Editorial El perro y la rana, Centro Simón Bolívar, 2015, Caracas - Venezuela, pp. 105-106, su internet: 1010www.elperroylarana.gob.ve/....., ultimo accesso il 12/06/2016.

[38] Y.Añazco, Manuela Sáenz Coronela de los ejércitos de la Patria Grande, Láser Editores, Quito, 2005, p. 82

[39] Ibidem.

[40] M. Fajardo, Manuela Sáenz, Libertadora del Libertador, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma3, 2014, pp. 5-7, su internet: https://scienzepolitiche.uniroma3.i..., ultimo accesso il 12/06/2016

[41] Ibidem

[42] A. Martinelli, C. P. Sanna, La Lingua Lacerata di Malinalli, La Donna Latino-Americana nella Storia, ERI Edizioni Rai, Torino, 1991, p. 201

[43] M. J. Vilalta, European Review of Latin American and Caribbean Studies 93, Published by CEDLA – Centre for Latin American Research and Documentation, Centro de Estudios y Documentación Latinoamericanos, Amsterdam, October 2012, pp. 61-78, su internet www.cedla.uva.nlHistoria de las mujeres y memoria histórica: Manuela Sáenz interpela a Simón Bolívar (1822-1830), p.69. Oppure: http://www.cedla.uva.nl/50_publications/pdf/revista/93RevistaEuropea/93-Vilalta-ERLACS-ISSN-0924-0608.pdf, ultimo accesso il 28/11/2016

[44] Alfonso Rumazo González (Latacunga, 1903 – Caracas, 2002), scrittore, storiografo, saggista e critico letterario ecuadoriano. Per ulteriori dettagli consultare la voce Alfonso Rumazo González nel Dizionario Biografico dell’Ecuador, della Biblioteca Rodolfo Pérez Pimentel, tomo 16, su internet: http://www.diccionariobiograficoecuador.com/tomos/tomo16/r5.htm, ultimo accesso il 15/06/2016

[45] C. Triviño Anzola, Manuela Sáenz, la Libertadora del Libertador, Centro Virtual Cervantes © Instituto Cervantes, 1997-2016, literatura, su internet: http://cvc.cervantes.es/literatura/mujer_independencias/trivino01.htm, ultimo accesso 28/11/2016

[46] E. Espeio fu un avvocato, medico, scrittore, giornalista e ideologo politico dell’Ecuador. È considerato un precursore dell’indipendenza ecuadoriana. Una sua interessante biografia si trova sul sito dell’Università di Alicante, in Ecuador: http://web.ua.es/es/histrad/documentos/biografias/eugenio-espejo.pdf., ultimo accesso il 29/11/2016

[47] V. J. Farinango Correa, El Pensamiento Revolucionario De Manuela Sáenz y su Inicidencia en el Proceso Libertario Del Ecuador y América Latina; Propuesta: Elaboración de un Ensayo Literario; informe final del proyecto socio educativo presentado como requisito para optar por el grado de licenciatura en Ciencias de la Educación mención Ciencias Sociales, Distrito Metropolitano de Quito, 28 de Noviembre del 2013, p. 27; T.d.A., su internet: http://www.dspace.uce.edu.ec/handle/25000/3342 , ultimo accesso il 18/06/2016

[48] Ivi, p. 27

[49] Testo originale tratto da Dermatologia y Arte. Edicion 207. Dermatología y género epistolar. Simón Bolívar y Manuela Sáenz, a cura di R. M. Ramos, 2008, dal sito: http://piel-l.org/blog/wp-content/u...; ultimo accesso: 02/09/2016, il documento si trova anche nel sito del professore, saggista, scrittore e poeta Julio Carmona: http://www.juliocarmona.com/bosque-de-palabras-2/carta-a-simon-bolivar-manuela-Sáenz/, ultimo accesso il 02/09/2016.

[50] V. J. Farinango Correa, El Pensamiento Revolucionario De Manuela Sáenz y su Inicidencia en el Proceso Libertario Del Ecuador Y América Latina; Propuesta: Elaboración De Un Ensayo Literario; informe final del proyecto socio educativo presentado como requisito para optar por el grado de licenciatura en Ciencias de la Educación mención Ciencias Sociales, Distrito Metropolitano de Quito, 28 de Noviembre del 2013, p. 29. Su internet la tesi è disponibile all’indirizzo: http://www.dspace.uce.edu.ec/handle/25000/3342 , ultimo accesso il 18/06/2016.

[51] W. Bavone, Sulle tracce di Simon Bolívar, America Latina: l’indipendenza del XXI Secolo, Anteo Edizioni, Grisignano (VI), 2014, pp. 28-29

[52] V. Villanueva. Manuela Sáenz y su palabra escrita, Cuadernos de Investigación - CEMHAL Año I No 1 Lima, Mayo 2016, pp. 7-26, su internet: http://www.cemhal.org/revista4.html, ultimo accesso il 05/03/2017

[53] V. J. Farinango Correa, El pensamiento revolucionario de Manuela Sáenz y su inicidencia en el proceso libertario del Ecuador y América Latina, Informe final del Proyecto Socio Educativo presentado como requisito para optar por el Grado de Licenciatura en Ciencias de la Educación mención Ciencias Sociales, Universidad Central del Ecuador,
 Facultad de Filosofía Letras y Ciencias de la Educación carrera de Ciencias Sociales, Distrito Metropolitano de Quito, 28 de Noviembre del 2013, pp. 29-30, su internet: http://www.dspace.uce.edu.ec/handle/25000/3342, ultimo accesso il 05/03/2017

[54] M. Fajardo, Manuela Sáenz, Libertadora del Libertador, Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma3, 2014, p.1, su internet: https://scienzepolitiche.uniroma3.it/lmessinafajardo/wp-content/uploads/sites/42/2014/05/MANUELITA-SÁENZ-la-libertadora-del-libertador1.pdf, ultimo accesso il 12/06/2016

[55] Flora Tristán: Scrittrice francese, attivista femminista, nasce a Parigi nel 1803 in piena epoca napoleonica. Figlia di un nobile peruviano e di una borghese francese, vive i primi anni della sua vita nell’agio. Con la morte del padre però, poiché i suoi genitori non avevano formalizzato la loro unione, è considerata figlia illegittima e la sua famiglia è costretta a trasferirsi in un quartiere povero di Parigi dove vive di stenti.Trova lavoro come litografa nel laboratorio di Andrè Chezal che diventerà suo marito e con cui avrà tre figli tra cui Aline , madre di Paul Gauguin. Il suo matrimonio è però una catastrofe e fin dal principio iniziano a svegliarsi in Flora forti sentimenti femministi: il matrimonio inizia ad essere visto come un’istituzione intollerabile, un trattato commerciale perché vede la donna venduta all’uomo e ridotta ad un oggetto per la riproduzione. Per questo, dopo aver subito a lungo maltrattamenti e umiliazioni, decide di fuggire con i suoi figli sfidando la morale dell’epoca.Intraprende quindi una serie di viaggi che influenzeranno molto la sua vita: la conoscenza di nuove culture e la sua personale esperienza la porteranno a scrivere una serie di romanzi, diari e racconti di indagine sociale. Opere più importanti Nel 1838, durante il viaggio in Perù, scrive Peregrinazioni di una Paria in cui mostra uno spaccato della vita peruviana del XIX secolo, una società feudale, violenta e razzista con forti contrasti economici e in cui gli indigeni erano costretti a vivere in condizioni disumane.Nel suo soggiorno a Londra visita tutti i luoghi più marginali della città: le prigioni, i quartieri malfamati, le fabbriche, i manicomi. Così, nel 1840 scrive Passeggiate a Londra, un libro anticapitalista ed antiborghese che evidenzia i problemi della città industrializzata: dallo sfruttamento dei bambini e degli operai, alle condizioni delle donne che si prostituiscono per sopravvivere. Pensiero È nella capitale britannica che iniziano a manifestarsi quelle idee che l’accomuneranno successivamente a Marx: solamente una grande unione dei lavoratori di tutto il mondo potrà cambiare il sistema ed inaugurare una nuova era di giustizia ed uguaglianza. Da queste considerazioni nasce nel 1843 Unione Operaia, dove si auspica una rivoluzione pacifica internazionale basata sugli ideali della solidarietà e generosità del primo cristianesimo, e portata avanti da operai e donne che insieme riusciranno a cambiare la società. Centrale nel pensiero di Flora è l’idea che la donna sia fondamentale per la diffusione della cultura e per l’educazione dell’uomo grazie al suo ruolo di madre e moglie. È per questo che esiste un innegabile legame tra l’emancipazione operaia, e quindi l’educazione morale ed intellettuale, e la conquista dei diritti delle donne. Le donne, come gli operai vittime di discriminazioni, solamente unite potranno lottare per ottenere il diritto all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, alla parità in ogni campo.

 Fonte: Associazione Donne per la Solidarietà Onlus Flora Tristan, scuola per lo sviluppo sostenibile, sito: http://www.donneperlasolidarieta.org/flora-tristan

 Centro de la Mujer Peruana Flora Tristán - Parque Hernán Velarde No 42 Lima 1, Lima-Perú. Tel. (51-1) 433 1457, fax (51-1) 433 9500, E-mail: postmast@flora.org.pe 
ONG con Status Consultivo Especial ante el Consejo Económico y Social (ECOSOC) de Naciones Unidas, sito http://www.flora.org.pe/web2/

[56] P. De Lucia, Immagini in dissolvenza. Lettura “interessata” di Can The Subaltern Speak? di Gayatri Chakravorty Spivak; DEP rivista telematica di studi sulla Memoria Femminile, n. 21 / 2013; pp. 98 – 100, su internet: http://www.unive.it/media/allegato/dep/n21_2013/Ricerche/6_DeLucia-rev.pdf, ultimo accesso il 03/02/2017

[57] V. W. Von Hagen, La amante inmortal, Diana, México, 1972, p. 333

[58] R. M. Grillo, Manuela Sáenz antes y después de Bolívar, Cultura Latinoamericana. Volumen 21, número 1, enero-junio 2015, pp. 68-70, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, ultimo accesso il 28/01/2017

[59] R. Palma, Tradiciones Peruanas, Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes, Septima Serie, su internet: http://www.cervantesvirtual.com/obra-visor/tradiciones-peruanas-septima-serie—0/html/0156a98e-82b2-11df-acc7-002185ce6064_19.html, ultimo accesso il 28/12/2016

[60] S. B. Guardia, El último refugio de la libertadora, Nacion, Costa Rica, Domingo 11 de noviembre de 2007, la autora es escritora y periodista peruana. Dirige el Centro de Estudios la Mujer en la Historia de América Latina, su internet: http://webserver.rcp.net.pe/cemhal/ su internet http://wvw.nacion.com/ancora/2007/noviembre/11/ancora1311608.html, ultimo accesso il 28/12/2016

[61] R. M. Grillo, Manuela Sáenz antes y después de Bolívar, Cultura Latinoamericana. Volumen 21, número 1, enero-junio 2015, p. 70, su internet: http://www.culturalatinoamericanaplaneta.it/es/component/attachments/download/110, ultimo accesso il 28/01/2017

[62] Y. Añazco, Manuela Sáenz Coronela de los ejércitos de la Patria Grande, Láser Editores, Quito, 2005, p. 173

[63] T. Klingendrath, Libertadora!, Stampa Alternativa, Viterbo, 2010, pp. 137-138

[64] Ivi, pp. 130-140

[65] Discurso pronunciado en la ceremonia militar por el aniversario 185 de la Batalla de Pichincha que selló la Independencia nacional y en la que se ascendió póstumamente a Generala de la República a la heroína quiteña, compañera del Libertador Simón Bolívar, Manuela Sáenz Aizpuru, 24 de mayo de 2007

 (Publicado en Visiones Alternativa,s el 25/5/07); Dibujo de Pilar Bustos, el presidente Rafael Correa Delgado proclama a Manuelita Sáenzcomo Generala de la República del Ecuador, su internet: http://www.albicentenario.com/index_archivos/Page4136.htm, ultimo accesso il 29/01/2017

[66] W. Bavone, Sulle tracce di Simón Bolívar, America Latina: l’Indipendenza del XXI Secolo, Anteo Edizioni, Grisignano (VI), 2014, p. 13

[67] Ivi, p. 25.

[68] Il termine “mantuano”, indica l’aristocrazia creola che aveva il privilegio di indossare il “manto”, di cui godevano le donne degli stati sociali più alti della società venezuelana. Per ulteriori approfondimenti consultare il sito della “Real Academia Española”: http://dle.rae.es/?w=mantuano

[69] N. Kohan, Simón Bolívar y nuestra Independencia, una lectura latinoamericana, ed. La Rosa Blindada, Buenos Aires, 2013, pp. 35-36, su internet: http://www.rebelion.org/docs/165601.pdf., ultimo accesso il 30/05/2016

[70] A. Scocozza, Bolívar e la rivoluzione panamericana, Prefazione di R. Campa, Dedalo libri, Bari, 1978, pp. 35-36

 

[71] E.Gónzalez Espinal, Fanny du Villars, Caracas (Venezuela), 2015, su internet: https://ensartaos.com.ve/historia/fanny-du-villars; ultimo accesso il 21/05/2016

[72] Questa parola significa “infranciosato”, in generale; entrò nella lingua spagnola col significato di devoto alla dominazione francese quando, con la lotta nazionale contro l’invasione e il dominio napoleonico, si sentì il bisogno di denominare, per distinguerli dalla quasi totalità degli Spagnoli, coloro che riconoscevano e servivano Giuseppe Bonaparte quale legittimo re di Spagna. Questi Spagnoli che, durante il regno di Giuseppe I (1808-1813), furono, in mezzo a una popolazione di 12 milioni di abitanti, poche migliaia, naturalmente non contando quanti, più o meno passivamente, si rassegnarono per paura o per forza maggiore “all’usurpazione”, non sono da confondersi con tutti gli altri che nutrirono e manifestarono idee liberali e democratiche, di marca più o meno francese: tanto è vero che afrancesados è sinonimo di josefinos “giuseppini” (…). Voce dell’Enciclopedia Treccani, disponibile al seguente indirizzo: http://www.treccani.it/enciclopedia/afrancesados_%28Enciclopedia-Italiana%29/; ultimo accesso il 30/05/2016

[73] J.L.Salcedo-Bastardo, Simón Bolívar, la vita ed il pensiero politico, Istituto della Enciclopedia Italiana –Treccani, Roma, 1983, p.11

[74] Per ulteriori informazioni sul saggio del Marchese Gerónimo de Uztáriz Santesteban, consultare la Biblioteca Virtuale dell’Istituto Miguel de Cervantes, al seguente indirizzo: http://www.cervantesvirtual.com/obra/theorica-y-practica-de-comercio-y-de-marina-en-diferentes-discursos/, ultimo accesso il 28/12/2016

[75] J.L.Salcedo-Bastardo, Simón Bolívar, la vita ed il pensiero politico, Istituto della Enciclopedia Italiana –Treccani, Roma, 1983, pp. 11-12

[76] J.Diaz Gonzalez, El juramento de Simon Bolívar sobre el Monte Sacro, Scuola Salesiana del Libro, Roma, 1958, p. 60

[77] Francisco de Miranda fu il primo capo-militare e leader politico a teorizzare l’unionismo latino-americano, considerato, a tutti gli effetti, il precursore di Simón Bolívar e padre della patria “nuestra-americana”. L’enciclopedia storica latino-americana (in lingua inglese) dice in proposito: A dashing, romantic figure, Miranda led one of the most fascinating lives in history. A friend of Americans such as James Madison and Thomas Jefferson, he also served as a General in the French Revolution and was the lover of Catherine the Great of Russia. Although he did not live to see South America freed from Spanish rule, his contribution to the cause was considerable. Disponibile all’indirizzo: phttp://latinamericanhistory.about.c...; consultato il 18/06/2016

[78] J.Diaz Gonzalez, El juramento de Simon Bolívar sobre el Monte Sacro, Scuola Salesiana del Libro, Roma, 1958, p. 60

[79] Ivi, pp. 61 - 63

[80] J.Diaz Gonzalez, Giuramento di Bolívar sul Monte Sacro, presentazione dell’ambasciatore Rodrigo Oswaldo Cháves Samudio, Coedizione Italo-venezuelana, ed. Massari, Bolsena (VT), 2005, p. 78.

[81] Ivi, p. 8

[82] E.Polito, Bush e l’ombra di Bolívar, Il neo Bolívarismo in America Latina, Edizioni Datanews, Roma, 2002, p.19

[83] Ivi, p. 20

[84] Ivi, p. 21

[85] A. Filippi, Bolívar, Il pensiero politico dell’indipendenza ispano-americana e la Santa Sede, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1997, p. 170

[86] S. Bolívar, Carta de Jamaica, Ed. elaleph.com, Buenos Aires, 1999, p. 5; su internet www.cpihts.com/PDF/Simon%20Bolívar.pdf, ultimo accesso del 29/05/2016

[87] In molte occasioni l’Inghilterra tentò di impadronirsi di territori coloniali spagnoli, e aiutò militarmente ed economicamente i coloni nei loro tentativi d’indipendenza.

[88] J. Lynch, Simón Bolívar; A life, Yale University Press, London, 2006, p. 96

[89] Ivi, p. 97

[90] Ibidem.

[91] D. Bellegarde, Phylon (1940-1956),Vol. 2, No. 3 (3rd Qtr., 1941), Ed. Clark Atlanta University, 2017, pp. 201-202+205-213, su internet: http://digitalcommons.auctr.edu/phylon/, ultimo accesso 20/05/2017

[92] Ibidem

[93] C.Stieber, Pétion and Bolívar, New York University’s Institute of French Studies; su internet: http://islandluminous.fiu.edu/part03-slide03.html, ultimo accesso il 30/05/2016

[94] N.Kohan, Simón Bolívar y nuestra Independencia, una lectura latinoamericana, ed. La Rosa Blindada, Buenos Aires, 2013, p. 21. Disponibile all’indirizzo: http://www.rebelion.org/docs/165601.pdf., ultimo accesso il 30/05/2016

[95] Ivi, p. 112

[96] Ibidem.

[97] Ivi, p. 21

[98] A. Musto, Simon Bolivar: Roma, Libertà, America Latina, Arianna Editrice, articolo del 28/12/2007, su internet: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=15960, ultimo accesso del 29/08/2016

[99] T. Detti, G. Gozzini, Storia contemporanea: L’ottocento, Mondadori, Milano, 2000, p. 116

[100] Liberata la maggior parte degli Stati Uniti del Venezuela (la cui indipendenza fu proclamata nel 1811, nel congresso di Caracas), Simone Bolívar il 10 ottobre 1818 propose al Consiglio di stato, riunito in Angostura, ora Ciudad Bolívar, la convocazione di un congresso, con rappresentanti eletti dal popolo. Esso si aprì il 15 febbraio 1819 e Bolívar presentò un progetto di costituzione che fu la legge fondamentale della “Grande Colombia”, allora creata, che comprese, fino al 1829, il Venezuela e la Nuova Granata. Il “Liberatore”, poi, rassegnò l’autorità civile e militare di cui era rivestito; tuttavia il congresso volle egualmente nominarlo capo supremo della repubblica e delle forze militari. Oltre a sancire la libertà dei negri, già proclamata da Bolívar in Ocumare il 10 aprile 1816, ed a proscrivere la schiavitù, il congresso decise di adottare la forma repubblicana unitaria, sulle basi della sovranità popolare, divisione dei poteri, libertà civile, abolizione dei privilegi. A dir vero, Bolívar riteneva la forma repubblicana federale più perfetta in sé stessa; ma egli credeva pure che essa fosse poco adatta ai nuovissimi stati americani. Contro le sue indicazioni, che proponeva una presidenza vitalizia, una camera popolare e un senato ereditario, si preferì invece il presidente a tempo e la forma elettiva per il corpo legislativo. Il congresso si chiuse nel gennaio del 1820.

 Il riferimento bibliografico è: F. Larrazabal, Vida del Libertador Simón Bolívar, Madrid 1918, II; R. Corlazar e L. A. Cuervo, Congreso de Angostura(1819-1820), Libro de Actas, Bogotá, 1921, da Enciclopedia Treccani, su internet: http://www.treccani.it/enciclopedia...

[101] M. C. Bénassy-Berling, Defensa de Fray Servando Teresa de Mier, actor de la Independencia mexicana,Université de Paris III-Sorbonne Nouvelle, Parigi, p. 235-253. Disponibile su: http://caravelle.revues.org/203, ultimo accesso il 22/06/2016

[102] A. Filippi, Bolívar, il Pensiero Politico dell’Indipendenza Ispano-americana e la Santa Sede, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1997, pp. 45-46

[103] N. Kohan, Simón Bolívar y nuestra Independencia, una lectura latinoamericana, Ed. La Rosa Blindada, Buenos Aires, 2013, p. 20, su internet: http://www.rebelion.org/docs/165601.pdf., ultimo accesso il 30/05/2016.

[104] A. Scocozza, Abbiamo arato il mare. L’utopia americana di Bolívar tra politica e storia, ed. Morano, Napoli, 1990, p. 117

[105] N. Kohan, Simón Bolívar y nuestra Independencia, una lectura latinoamericana, Ed. La Rosa Blindada, Buenos Aires, 2013, p. 20, su internet: http://www.rebelion.org/docs/165601.pdf., ultimo accesso 30/05/2016.

[106] J. L. Salcedo-Bastardo, Simón Bolívar, la vita e il pensiero politico, Istituto della Enciclopedia Italiana –Treccani, Roma, 1983, pp. 125-126

[107] A. Scocozza, Abbiamo arato il mare. L’utopia americana di Bolívar tra politica e storia, ed. Morano, Napoli, 1990, pp. 133-134

[108] A. Musto, Simon Bolivar: Roma, Libertà, America Latina, Arienna Editrice, articolo del 28/12/2007, su internet: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=15960, ultimo accesso 29/08/2016

[109] Ivi, p. 133

[110] A. Scocozza, Bolívar e la rivoluzione panamericana, Prefazione di Riccardo Campa, Dedalo libri, Bari, 1978, p. 117

[111] Per ulteriori approfondimenti, consultare la sezione storica del sito ufficiale dell’Universidad Central de Venezuela, Ciudad Universitaria, Los Chaguaramos, Caracas, 2009, sito: http://www.ucv.ve/sobre-la-ucv/resena-historica.html, ultimo accesso 31/08/2016

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