• AgoraVox su Twitter
  • RSS
  • Agoravox Mobile

Home page > Attualità > La resistenza al vaccino: un’emergenza da affrontare

La resistenza al vaccino: un’emergenza da affrontare

La valutazione etica dell’uso di un vaccino muove, come per ogni atto medico, dall’analisi di due aspetti: il rapporto rischi/benefici, il rispetto dell’autonomia del soggetto da vaccinare, a cui va richiesto il consenso (Hodges F.M., 2002). 

di 

 

“Oggi viviamo in un mondo in cui sta scemando la fiducia nei fatti oggettivi, scientifici ed imparziali. Aumenta il peso delle opinioni soggettive, che rimbalzano, come una grande eco planetaria”

Mario Draghi

Facendo riferimento ad un’etica centrata sulla persona, i criteri di analisi sono la difesa della vita fisica, la promozione della salute, il miglioramento della qualità di vita e il rispetto della scelta libera e responsabile da parte del paziente (Sgreccian E., 2013). Le evidenze scientifiche, acquisite nel corso di ampi trial clinici controllati e di studi post-marketing, hanno dimostrato che le vaccinazioni presentano sia un beneficio diretto per il fatto di essere immunizzati contro una certa malattia, sia un beneficio indiretto derivante dallo stato di immunizzazione generale della popolazione attraverso il meccanismo di herd immunity (Dawson A., 2007).


Che la valutazione del rapporto rischi/benefici di un intervento preventivo non sia facile, è un dato di fatto. Si interviene, infatti, su un soggetto in genere sano, promettendo protezione contro l’eventuale contagio di una malattia (la prevenzione come “un non evento”) e senza poter escludere la possibilità – per quanto remota – di un danno (Skrabanek P., 1990). Nel caso specifico di una vaccinazione, il confronto non va, però, fatto tra la somministrazione e la non somministrazione di un vaccino, bensì tra l’eventuale rischio del vaccino e il rischio di contrarre quella determinata malattia in sua assenza. Gli elementi che possono aiutare nella quantificazione di questo rischio sono due: l’evidenza scientifica; l’evidenza epidemiologica. I vaccini – soprattutto quelli di ultima generazione – presentano, infatti, un buon profilo di sicurezza e tollerabilità. E, anche se non si può escludere del tutto una quota di effetti collaterali, tali risultati hanno portato a ridimensionare il rischio conseguente alle vaccinazioni se confrontato con il beneficio che se ne può trarre.

L’esitazione a vaccinarsi di molti italiani di fronte al covid – 19 è stata rivelata in tutto il mondo da diversi studi. Al fine di preservare l’efficacia delle campagne di vaccinazioni nazionali, gli aspetti concernenti gli atteggiamenti e le credenze della popolazione generale sulla vaccinazione devono essere presi in considerazione e affrontati anche attraverso l’adozione di strategie che facciano leva sulle scienze comportamentali e della comunicazione. In realtà quello del rifiuto nei confronti dei vaccini è un fenomeno molto complesso, le cui motivazioni non sono tutte uguali, non sono riducibili alla semplice mancanza di cultura scientifica e possono cambiare anche nel corso del tempo per una stessa persona.

Delineare una via di uscita per capire da cosa derivi il timore e il rifiuto dei vaccini. Può essere trovata una via più positiva per il reale avanzamento della società e lo sviluppo complessivo dell’uomo?

Il primo passo concreto verso il cambiamento si realizza nell’istante in cui si capisce che il cambiamento è necessario. Solo da questa intima convinzione potrà, poi, avviarsi il processo di innovazione, miglioramento e sviluppo volto a superare gli errori del passato e ad instaurare nuove pratiche e abitudini e a ridurre quei bias cognitivi che, tanto spesso, sviano i nostri giudizi e influenzano negativamente le nostre decisioni. E questo vale sia a livello personale che organizzativo, sia sul piano individuale che su quello collettivo.

Appare evidente come la complessità di tale compito verrà valutata in base a diverse macro aree di indagine quali:

  • la resistenza al cambiamento;
  • il livello e la completezza delle informazioni condivise tra le parti principali;
  • l’incertezza sugli esiti delle azioni poste in essere dagli attori;
  • perché c’è mancanza di fiducia verso le istituzioni;
  • come si può recuperare la fiducia verso le istituzioni.

La comunicazione da parte delle istituzioni sanitarie e del governo deve essere completa, autentica ma, soprattutto, deve saper parlare ai cittadini. La psicologia può dare un contributo importante in questo ambito. In un contesto simile, la priorità deve essere ricostruire la fiducia tra i professionisti medici e le autorità sanitarie pubbliche: la complessità dello scenario richiede che questi ultimi accettino una posizione di vulnerabilità appoggiandosi sulla competenza dei primi. Perché prima di diffondere a gran voce i motivi a favore del nuovo vaccino bisogna mettersi in ascolto e comprendere le ragioni che alimentano preoccupazioni e i dubbi delle persone: anche in una situazione di crisi è importante – prima di agire- creare tempo e spazio per la comprensione e il dialogo. Uno spazio in cui le istituzioni, gli operatori sanitari, i pianificatori della campagna vaccinale possano non solo proporre la loro soluzione ma anche rispondere ai dubbi e alle paure.

L'articolo La resistenza al vaccino: un’emergenza da affrontare proviene da Osservatorio Globalizzazione.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Persio Flacco (---.---.---.68) 6 ottobre 19:12

    Definire "vaccino" una soluzione iniettabile contenente materiale genetico (mRNA/DNA) che stimola le cellule del paziente a sintetizzare la proteina Spike del Sars-coV-2 è improprio e fuorviante.
    Si tratta di un genere di preparati radicalmente diversi e del tutto nuovi rispetto sia a quelli con i quali si inocula il virus inattivato (metodica scoperta da Jenner circa 240 anni fa), sia da quelli con i quali si inoculano proteine virali (vaccino contro Epatite B).

    Tutti i vaccini propriamente detti usati finora appartengono a queste ultime due categorie; contro il Covid in occidente è stato di fatto imposto il "vaccino" genico descritto all’inizio. In Cina invece è stato scelto il vaccino propriamente detto.

    Le criticità maggiori connesse all’uso di massa dei "vaccini" genici riguardano il fatto che il sistema immunitario viene attivata solo contro una delle componenti proteiche del virus: la Spike, appunto, prodotta nell’organismo del paziente inoculato. E la Spike è la componente più variabile del virus (a differenza della Envelope, ad esempio, che è più stabile) il quale muta in continuazione. Questo implica che gli anticorpi attivati contro una certa variante della Spike non riconoscono una variante diversa e non attaccano il virus con la Spike mutata. In conseguenza di questo, un trattamento massivo con questi vaccini genici parziali agevola il diffondersi di varianti del virus.

    La seconda criticità è che la quantità di proteina Spike prodotta dalle cellule del paziente non è determinabile preventivamente (a differenza di quanto avviene con un vaccino classico), essendo dipendente dalle caratteristiche individuali dell’organismo. E oltre una certa soglia di concentrazione sierica in certi organi la proteina, anche senza il virus, è patogena. Danneggia l’endotelio provocando microtrombosi ed episodi di reazioni autoimmuni.

    Sarei curioso di sapere quanti di quelli che si sottopongono al trattamento con questi preparati genici firmano il consenso informato consapevoli di quanto sopra.

Lasciare un commento

Per commentare registrati al sito in alto a destra di questa pagina

Se non sei registrato puoi farlo qui


Sostieni la Fondazione AgoraVox


Pubblicità




Pubblicità



Palmares

Pubblicità