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La piccola borghesia moderata e xenofoba al potere: l’ineluttabile deriva italica

La piccola borghesia moderata e xenofoba al potere: l'ineluttabile deriva italica

“La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini

hanno preferito le tenebre alla luce,

perché le loro opere erano malvagie”

Vangelo S. Giovanni 3,16-21

 

E’ paradossale la meraviglia dei progressisti o presunti tali per la perdurante permanenza al potere di un affabulatore populista e cialtrone.

Dal 1945 al 1981 (36 anni!), si sono susseguiti ininterrottamente al governo del paese esponenti di un solo partito, quello democristiano, soprannominato “la Balena bianca” in riferimento all’inafferrabile cetaceo di Melville.

E anche dopo le esperienze di governo del repubblicano Spadolini (1981) e del socialista Craxi (1983), De Mita e l’immarcescibile Andreotti tennero a galla il partito fino al ciclone di Mani pulite del 1992.

Dinanzi a tali precedenti, il presidente Berlusconi è un pivellino, essendo nato politicamente verso la fine del 1993, con un’esperienza di governo, al momento, di “soli” 7 anni e sette mesi complessivi.

Ad ogni modo l’attuale situazione politica ha caratteristiche precipue che prescindono dalle risorse di tale discutibile personaggio, destinato prima o poi a lasciare la scena per ragioni anagrafiche, caratteristiche con cui la sinistra non sembra aver ancora fatto i conti.

Anzitutto il consenso alla Lega nord. Sorta nella seconda metà degli anni ottanta per raccogliere un ideale testimone dalla parte più retriva e minoritaria di un partito (la DC) che – esaurita la sua spinta propulsiva – si avviava ormai al tramonto, vede ora allargarsi il suo elettorato per effetto della massificazione, dell’appiattimento di classi e ceti sociali (con la mitica classe operaia diventata ormai del tutto marginale, sprofessionalizzata, precarizzata ed in via di esaurimento nei sempre più automatizzati e frammentati processi produttivi) in un tutt’uno indistinto ed amorfo di piccoli borghesi e pseudo-proletariato postindustriale con una propensione irrefrenabile sia all’evasione ed elusione fiscale (favorite peraltro dalla quantità di lacci e lacciuoli burocratici che tarpano le ali soprattutto alle piccole imprese) sia ad un consumismo o quantomeno un’apparenza consumista dettati spesso da puro esibizionismo o da rivalsa verso una storia famigliare di privazioni (com’è noto, l’Italia è il paese col più alto numero di telefoni cellulari e di autovetture per abitanti al mondo, pur non essendo certo il primo paese al mondo per reddito pro-capite, e questo per molti è sicuramente motivo di vanto, anziché di riflessione sulla loro deriva esistenziale).

I voti di questo coacervo di futuro ceto medio , gretto, egoista, individualista, refrattario agli ideali riformistici ed etici , assolutamente indifferente alle disavventure giudiziarie di questo o quel politico, sensibile alle sirene del virulento razzismo anti-immigrati del Carroccio, non dissimile da quello subito, almeno fino alla fine degli anni settanta, dalla nostra emigrazione interna dal Sud al Nord, sono inesorabilmente fagocitati , anche al di là del suo tradizione territorio di coltura, dalla Lega, apparentemente affrancatasi nel frattempo dalle velleità secessioniste in nome di un’inesistente razza padana .

Quanto ai progressisti, sembrano essere afflitti oggi come oggi da entrambi i difetti principali per una classe politica, la disonestà e l’ingenuità (hanno governato per nove dei 16 anni dal 1994 ad oggi senza risolvere il macroscopico conflitto d’interessi di Berlusconi, lasciando oltretutto che coltivasse con cura il proprio culto della personalità: evidentemente Machiavelli non è mai rientrato nei loro piani di studio).

Quanto a candore, del resto, non sono da meno nemmeno i cosiddetti intellettuali progressisti. La domenica delle elezioni regionali, su la Repubblica esce un fondo di Scalfari intitolato: "Una scelta impegnativa di saggia fermezza” che si conclude così: “Invochiamo saggezza e responsabilità e ci auguriamo che sia questo il criterio che gli elettori adotteranno". Viene da chiedersi in che mondo viva Scalfari, se si sia mai guardato intorno. Si rilegga dunque cosa ha scritto Pietro Citati sullo stesso giornale qualche giorno dopo: “Il sentimento più diffuso, oggi in Italia, è la vergogna. Quasi tutto il Paese sente di essere decaduto, corrotto, degradato, giunto al punto estremo della volgarità e della turpitudine; sull’orlo di una stupidità che si allarga ogni giorno senza riparo …”.

Il difetto degli intellettuali alla Scalfari, che si sentono gramscianamente organici ad una forza politica, è che fanno prevalere sempre, fino alla cecità, l’ottimismo della volontà (o dei loro pii desideri) sul pessimismo della ragione. 

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