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La coerenza di Matteo Renzi

Giorni fa Matteo Renzi ha pubblicato un’intervento su la Repubblica nella quale sosteneva che la sconfitta del PD alle politiche è dovuta alla mancata approvazione dello Jus Soli e alle politiche migratorie condotte da Minniti. 

Il leder del PD all’epoca era lui, per cui la cosa andrebbe presa come autocritica o ascriverla alla caratteristica propria del personaggio e cioè secondo la definizione data da Eugenio Scalfari, prima di essere fulminato sulla via di Rignano, l’uscita estemporanea di un “bullo fiorentino”. A me sembra che entrambe le letture che ho ricavato dalle reazioni che sono seguite all’articolo siano superficiali. Penso invece che Renzi sia stato coerente con il suo modo di vedere le cose. Non so quanti hanno avuto il piacere, o per quanto mi riguarda il dispiacere, di leggere “Lo spazio della sinistra, il tempo dell’innovazione” tratto da “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio, Donzelli 2014.

Le questione che riprende nell' articolo fanno implicitamente riferimento a quel capolavoro di filosofia del nulla scritto da Renzi. Per Renzi, superate le categorie del 900 e quindi l’idea della lotta di classe, la differenza tra destra e sinistra è tra alto e basso, fuori e dentro, globale/nazionale, spingendosi fino a sostenere il superamento di uguaglianza e disuguaglianza. Renzi scriveva "Riflettendo sulla teoria, sui principi fondamentali, non so se, invece, non sia più utile oggi declinare quella diade nei termini temporali di conservazione/innovazione”. Per Renzi una forza progressista deve assecondare le elites, l'alto, la globalizzazione, l’innovazione, ecc. 

Il PD che ancora immagina Renzi è una forza politica che si mette in competizione con altre forze politiche per assecondare le elites che guidano l’innovazione. In ciò che sostiene il "bullo fiorentino" ci sono la teoria della sgocciolamento, la moderazione salariale, l' austerità espansiva, la mercatizzazione dell' intero sistema sociale, la precarizzazione, l' abbattimento delle frontiere da intendere come lasciar correre, lasciar passare ossia la deregulation. Ciò che teorizza Renzi non è altro che la forma più spinta del neoliberalismo.

Uno dei passi del saggio filosofico di Renzi assurto a maitre a penser recita: "Di fronte a questo potente mutamento di prospettiva sociale ed economica, culturale e politica, la sinistra deve mostrare di avere coraggio e non tradire se stessa. Deve accettare di vivere il costante movimento dei tempi presenti e accoglierlo come una benedizione e non come un intralcio. È questo straordinario, irrefrenabile movimento che sfonda la vecchia bidimensionalità della diade destra/sinistra e le dà temporalità e nuova forza".

E’ del tutto evidente che secondo questa logica la differenza tra destra e sinistra viene superata e non perché siano state superate le condizioni materiali che hanno portato alla nascita di tali categorie, ma perché il ceto politico è entrato a far parte a pieno titolo di quelle elites che rappresentano l’alto. Ciò che sostiene Renzi non è il prodotto estemporaneo di un giovane ambizioso e privo di scrupoli che pensava di rappresentare il leder politico come descritto da quel grande pensatore fiorentino che è stato Machiavelli.

Renzi è il risultato del processo che ha viso l’adesione acritica dei ceti politici di provenienza PCI e DC al pensiero unico neoliberale. Renzi rappresenta la fase finale dell’adesione del centrosinistra italiano all’idea della Terza Via blairiana. L’influenza disciplinatrice che ha avuto il neoliberalismo sulla trasformazione dei ceti politici che si richiamavano agli ideali dei partiti della Prima Repubblica e ai valori della Costituzione è stata profonda, radicale, antropologica. Non a caso le principali riforme in chiave neoliberale sono state messe in campo proprio dai governi di centrosinistra e dal PD nello specifico quello renziano. Renzi non è un incidente della Storia ma la fine del ciclo politico iniziato nel Regno Unito con Blair. Uso il termine ciclo e non fase non a caso. Oggi la fine di quel ciclo interessa l’Italia, la Francia, la Germania perfino la Spagna dove la recente vittoria dei Socialisti sembra aprire nuovi scenari che a mio parere sono solo illusioni ottiche.

Ritornando a Renzi il 12 luglio u.s. a Milano ha presentato i propri “Comitati civici”. Nel suo discorso introduttivo ha attaccato le fake news attribuendo alla rete e ai social le ragioni della sua sconfitta. In parte ha ragione ad averlo sconfitto è stata la rete ma non per le fake news bensi l’incapacità di capire che il ciclo blairiano era in fase discendente e che il capitalismo alla ricerca di uno sbocco alla propria crisi aveva bisogno di altri interlocutori politici. A differenza di Renzi Alexis Tsipras lo aveva capito facendosi interprete della rivolta del basso contro l’alto, del popolo contro le elites ma non ha avuto la forza o forse solo il coraggio di perseguire la via indicata dagli elettori.

Ricorderete sicuramente la Annunziata quando invitava Renzi a fare come Tsipras e ad indire elezioni politiche anticipate subito dopo il risultato delle elezioni europee che avevano dato al PD il 40% e passa dei consensi. L’Annunziata come tanti opinionisti servi del sistema influenzer della politica per conto delle elites finanziarie non capivano che il consenso a Tsipras proprio come quello a Renzi non chiedeva l’applicazione pedissequa e acritica di politiche neoliberali e di austerità, chiedeva esattamente il contrario.

L’ufficializzazione dei Comitati Civici da parte di Renzi non credo che aiuteranno molto il PD a fare chiarezza al proprio interno. Il PD ha bisogno di una cultura politica capace di tirarlo fuori dalle sue ambiguità politiche. Le dichiarazioni di Zingaretti e C. sono inconsistenti. Per quanto riguarda I Comitati civici di Renzi bisogna capire se sono realmente un’anticipazione di scissione e se tale è non riguarda le politiche ma solo gli apparati. 

Foto: Palazzo Chigi/Flickr 

Commenti all'articolo

  • Di paolo (---.---.---.49) 17 luglio 17:04

    Parole sante Lisco, parole sante.

    Mi permetto di aggiungere che il frullato in salsa neoliberista si è innestato su un ego smisurato avulso da qualsiasi parvenza di autocritica e su un particolare non proprio trascurabile, ossia il pedigree politico e genetico del personaggio in questione.

    Renzi è un democristiano senza dubbio, ma toscano e soprattutto fiorentino. Non è un aspetto secondario in una regione tradizionalmente "rossa" che ha sempre registrato la stessa "sinistra " fiorentina come una anomalia rispetto al resto del contesto regionale; e lo affermo da toscano. Ciò presuppone, oltre alla lingua sciolta e la battuta pronta, tipicamente toscane , una assoluta spregiudicatezza machiavellica nel perseguire i propri interessi, supportato da poderose spinte di ambienti che con la sinistra non hanno mai avuto nulla a che spartire.

    Insomma dire Renzi e dire sinistra è certamente un ossimoro, ma è anche una bomba (vedi appunto "il bomba") innestata per spinte che portano a derive berlusconiane, tanto per intenderci.

    Zingaretti rappresenta una pezzuola bagnata sulla fronte di un moribondo. Ormai il PD è condannato a diventare politicamente marginale perché svuotato dai margheritini ( Prodi in primis) di una identità propria e al suo capezzale si affannano personaggi in cerca di autore alla Calenda, tanto per citarne uno, mentre i vari Bersani, Cuperlo , Fassino, Speranza ecc.. sono solo armamentario bollito.

    Prevedo a breve medio termine una scissione; è l’unica strada che il PD può percorrere, altrimenti rimarrà una " cosa " indefinita senza capo nè coda. E la cosa, da uomo di sinistra, francamente non mi dispiacerebbe per nulla.

    Bellissimo articolo, complimenti.

    saluto

  • Di Persio Flacco (---.---.---.235) 23 luglio 10:29

    Bell’articolo, di grande qualità e spessore.

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