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La caratteristica teatralità dei siciliani - AgoraVox Italia

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La caratteristica teatralità dei siciliani

Come in una gigantesca e pittoresca opera dei pupi, dove il burattinaio che tira le fila è indicato sempre e comunque nel destino dalla maggioranza dei siciliani, i quali ostentano quasi fieramente un più o meno involontario atteggiamento fatalistico e quindi autoassolutorio, dove la colpa di tutto ciò che accade ricade sempre e indiscutibilmente su generici altri, o comunque sul destino beffardo, ma mai su se stessi. “Cu, iu? Iu nenti fici! Iu nun c’era e si c’era durmiva!”. “Chi, io? Io niente ho fatto! Io non c’ero e se c’ero dormivo!” Quest’ultimo atteggiamento malizioso e nel contempo risibile per l’ingenuità che vi traspare nel negare persino l’evidenza, è quanto di più teatrale che si possa immaginare. Ed è proprio qui che il teatro si fa vita e la vita si fa teatro, in un perenne intreccio fra personaggi in cerca d’autore e ribelli che vorrebbero recitare a soggetto la propria vita, ma finiscono per adeguarsi a copioni già scritti da altri: un eterno “Così è, se vi pare”, dove la verità oggettiva sfuma e conta solo come si recita la propria parte.

Un aforisma siciliano recita che: “U tiatru nunn’è autru ca un dispiratu sforzu dill’omu pi dari un sensu a chista vita”, cioè: “Il teatro non è altro che un disperato sforzo dell’uomo per dare un senso a questa vita”. E siccome il teatro è una faccenda universale, come pure universale è l’innato bisogno dell’uomo di dare un senso alla sua esistenza, il significativo contenuto della predetta massima siciliana lo si può senz’altro estendere all’intero genere umano. Molto più caratteristica è invece l’insita teatralità del popolo siciliano, forse perché più peculiare, disperato e gigantesco è sempre stato lo sforzo del siciliano nel dare un senso alla propria vita nel vivere in una società culturalmente unica e nel contempo molteplice di questa regione aspra e nello stesso tempo delicata che è la Sicilia. Una regione da sempre squassata dai suoi violenti contrasti tra luci e ombre, tra colori e grigiori, tra caldi asfissianti e freddi intensi; tra opposte personalità fra corregionali: alcuni dal cuore nobile, altri dall’anima oscura e infida. Tutto questo in un’unica piccola grande regione! Una Sicilia conquistata e liberata, ancora occupata e depredata ma anche arricchita, violentata ma pure accarezzata, imbruttita ma anche abbellita: esteriormente e culturalmente. Mille, diecimila, centomila, milioni di anime sicule e straniere hanno attraversato la Sicilia nei secoli: alcune si sono rivelate subdole, ignoranti e sinistre, altre sincere, colte e affascinanti. E poi uomini che in base alle circostanze indossano una o nessuna o centomila maschere e che perpetrano mille, diecimila e centomila inganni, centomila finzioni, centomila simulazioni. Essi hanno ammannito nei millenni una società e una cultura costituite da mille schizofreniche sfaccettature; tante quante sono le contraddittorie e innumerevoli maschere che hanno indossato. Cosicché una cura, una terapia catartica è diventato, anzi, è sempre stato il recitare drammi e commedie in teatro, come pure assistervi, fin dal tempo della Magna Grecia. L’assistervi era sempre garantito anche ai poveri attraverso prezzi modici dei biglietti d’ingresso, mantenuti tali grazie al sostegno dei ricchi e dello Stato. Perciò sul suolo siciliano della Magna Grecia sorsero decine di incantevoli teatri all’aperto scavati nella pietra, con i suggestivi fronti che guardano il mare e con alle spalle le poleis, per rispondere a un’esigenza del popolo quasi sacra, come sacri erano i luoghi di culto primordiali e come lo saranno in seguito anche le chiese cristiane. Ogni polis in Sicilia aveva il suo teatro; i più famosi e ben conservati, alcuni usati ancora oggi, sono quelli di Siracusa, Taormina, Segesta, Catania, Tindari ed Eraclea Minoa. Fin qui comunque siamo ancora all’interno di un’idea di teatro universale, come luogo di socializzazione, svago e cultura e pure con un’importante funzione catartica. Per comprendere l’unicità e la caratteristica teatralità del popolo siciliano però, bisogna considerare come esse sono state generate dalla peculiare condizione di un abitante di un’isola mediterranea come la Sicilia ma anche la Sardegna, Corsica, Cipro, Creta, Malta, per citare le più grandi, appunto crocevia di tre continenti situati a una relativa piccola e media distanza: l’Africa, l’Asia e l’Europa stessa. Infatti, Vitaliano Brancati definiva la Sicilia così: “L’Europa, che comincia a nord con fiumi gelati e popoli dal pensiero lucido e senza vertigini, dopo il gran salto delle Alpi, si ingolfa, da questa parte, nel Mediterraneo e finisce lentamente con la Sicilia. L’Europa che finisce: ecco la Sicilia.”. Un’isola quindi che è contemporaneamente l’Europa che finisce e l’Africa e l’Asia che iniziano. Un’isola dunque posizionata grosso modo al centro di tale esiziale crocevia di lucrosi ed esotici traffici commerciali stranieri e terra di sanguinose conquiste e spietate spoliazioni. Insomma, un proficuo approdo per avventurieri, pirati e invasori vari. Infatti, fenici, greci, cartaginesi, romani, vandali, goti, bizantini, arabi, normanni e svevi - che per fortuna dei siciliani hanno prodotto anche molti re illuminati, unico fra tutti Federico II di Svevia - e poi francesi, spagnoli, inglesi, tedeschi, austriaci e per ultimo i Savoia, in varie epoche storiche hanno occupato e depredato un territorio importante come quello siciliano, che, come già detto prima, per la sua posizione geografica costituiva un particolare valore strategico e commerciale nel mar Mediterraneo. Molti occupanti hanno lasciato preziose testimonianze architettoniche e culturali; testimonianze però che non rispecchiano l’identità tipica dei siciliani, comunque da sempre mutevole e difficilmente ricostruibile perché smarritasi nei secoli nella fusione di diverse culture. Tutte queste dominazioni nel lungo tempo, insieme all’eterno strapotere di nobili, borghesi isolani e sgherri che gli orbitavano attorno, hanno plasmato il carattere del popolo minuto siciliano in una maniera più unica che rara. Unicità magistralmente colta da Verga e che si esprimeva e continua ad esprimersi in un’inimitabile, fatalistica dignità: un modo di essere che trovava e che trova nella teatralità e nella maschera l’unico, vitale sfogo contro la matrigna storia, trovando nell’ammiccamento e nella gestualità i suoi più sottili strumenti d’intesa. Cosicché lentamente gran parte dei siciliani si sono trasformati in soggetti molto complessi, individualisti e pochissimo solidali con gli stessi corregionali che non fossero strettamente propri familiari e con i quali si instaurava invece un legame familistico indissolubile, condotto fino alle più estreme e a volte traviate conseguenze, divenendo scaltri, diffidenti, omertosi e praticanti un linguaggio in codice, diventando anche molto vendicativi. Ovviamente tutto questo era riservato a tutto ciò che si trovava al di fuori di questa stretta cerchia familiare, quale estrema difesa personale e familistica. In Sicilia la famiglia era, e forse ancora è, al di sopra di tutto; all’interno della quale però vigevano regole molto severe, e quindi guai a chi la tradiva! L’amore più viscerale poteva trasformarsi nell’odio più brutale e vendicativo possibile nei confronti del familiare traditore, che poi è lo stesso odio e la stessa capacità punitiva che il siciliano sapeva riservare ai suoi nemici e che fra l’altro è l’identico meccanismo che regola le famiglie mafiose. Credo che sul pianeta terra nessuna popolazione abbia subito tante invasioni e contaminazioni culturali, dalle più utili a quelle più nocive, come quella siciliana. Culture e lingue straniere a loro sconosciute, ma che, volenti o nolenti, sia per gestire il commercio che per comunicare con l’invasore, venivano in parte maccheronicamente apprese e in parte superate sviluppando e affinando un patrimonio di gesti del corpo e di smorfie del viso assai ricco e comunicativamente efficace, ma anche, all’occorrenza, volutamente criptico. Il tipico ed espressivo gesticolare dei siciliani mentre parlano, ha origine proprio da questa doppia esigenza di farsi capire da tutti, ma, nello stesso tempo, anche di comunicare in modo occulto con i loro pari o i loro familiari in presenza di chi non deve conoscere i suoi pensieri e i suoi piani segreti, con gestualità e sapienti ammiccamenti. Cautele, sempre utili e probabilmente mai eccessive, che venivano ispirate dalla diffidenza nei confronti dello straniero di turno e di tutto ciò che era innovativo, e che fomentavano ed esasperavano quell’omertà e quel misoneismo tanto peculiari nel popolo siciliano. Unendo quindi questa capacità comunicativa gestuale molto articolata, all’esigenza di usare il teatro, sia da attore che da spettatore, quale disperato sforzo di dare un senso alla propria avventurosa vita, non è difficile comprendere la singolare e pregnante teatralità dei siciliani nell’affrontare la quotidianità dell’intera loro esistenza. A volte con bizzarri ed esilaranti effetti da guitti, altre volte invece con l’eleganza dell’attore consumato che ha saputo calarsi con grande dignità e consapevolezza nella tragicommedia dell’esistenza. Come in una gigantesca e pittoresca opera dei pupi, dove il burattinaio che tira le fila è indicato sempre e comunque nel destino dalla maggioranza dei siciliani, i quali ostentano quasi fieramente un più o meno involontario atteggiamento fatalistico e quindi autoassolutorio, dove la colpa di tutto ciò che accade ricade sempre e indiscutibilmente su generici altri, o comunque sul destino beffardo, ma mai su se stessi. “Cu, iu? Iu nenti fici! Iu nun c’era e si c’era durmiva!”. “Chi, io? Io niente ho fatto! Io non c’ero e se c’ero dormivo!” Quest’ultimo atteggiamento malizioso e nel contempo risibile per l’ingenuità che vi traspare nel negare persino l’evidenza, è quanto di più teatrale che si possa immaginare. Ed è proprio qui che il teatro si fa vita e la vita si fa teatro, in un perenne intreccio fra personaggi in cerca d’autore e ribelli che vorrebbero recitare a soggetto la propria vita, ma finiscono per adeguarsi a copioni già scritti da altri: un eterno “Così è, se vi pare”, dove la verità oggettiva sfuma e conta solo come si recita la propria parte.

Angelo Lo Verme

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