La Grande Guerra oltre i monumenti: il 1916 e il racconto umano dei Fanti al fronte
La Prima Guerra Mondiale non è stata solo una sequenza di date e strategie militari, ma la prima grande e drammatica esperienza collettiva in cui gli italiani si sono scoperti cittadini di uno stesso Stato.
A ricordarlo è stato il Professor Gianni Stucchi, Presidente dell’Associazione Nazionale del Fante (ANF), durante la conferenza “La Grande Guerra: 1916-2026” tenutasi l'11 ottobre scorso a Verona.
L’incontro, ospitato al Circolo Unificato dell’Esercito in occasione del 110° anniversario del 1916, è stato organizzato dalla Delegazione INGORTP (Istituto Nazionale per le Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon) e dall’ANF, alla presenza di numerose autorità militari e civili, e anche, di appassionati cultori della storia.
Una storia fatta di dettagli e di uomini
«Non farò un intervento con personaggi "mineralizzati" o resi monumenti su un piedistallo», ha esordito il prof. Stucchi, scegliendo di focalizzare l'attenzione sulla "storia minore", quella fatta di dettagli quotidiani e vissuta da 5,6 milioni di italiani chiamati al fronte, praticamente uno per ogni famiglia.
«Nel 1916 il Veneto si trovava a ridosso della prima linea. Verona stessa era un fulcro strategico fondamentale, poco distante dai teatri di battaglia del Trentino, del Friuli Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia. A partire per prime furono unità fortemente caratterizzate sul territorio, come la Brigata Sassari, composta da contadini e pastori sardi che parlavano una lingua compresa solo tra loro. Si addestrarono proprio tra Brescia e Verona prima di essere mandati a combattere a Monfalcone contro l'Impero Austro-Ungarico».
Chi era il Fante?
La spina dorsale dell'esercito italiano era il Fante: un soldato generico, inizialmente privo di specializzazioni, spesso analfabeta. Uomini abituati a usare la zappa, il forcone o il tornio, che si legavano profondamente ai loro tenenti perché erano gli unici in grado di leggere le lettere che arrivavano da casa, dalle madri o dalle fidanzate.
Il relatore ha ricordato la totale impreparazione del Paese al momento dell'ingresso nel conflitto nel 1915, deciso dal Governo Salandra scavalcando il Parlamento con l'appoggio della Corona: «Si scontava la mancanza di rifornimenti: lo Stato arrivò a pagare i soldati che portavano da casa i propri indumenti personali, compresi i mutandoni di lana. Poi una Strategia lineare: sotto il comando del Generale Cadorna, la tattica prevedeva il bombardamento d'artiglieria seguito dall'assalto frontale dei fanti a piedi per conquistare posizioni che spesso venivano perse il giorno successivo. Il Carso come teatro di guerra: Una pietraia desolata dove l'unica difesa era un muretto a secco, prima di scattare all'assalto al grido di "Avanti Savoia!"».
Le grandi battaglie del 1916: dalla Strafexpedition a Gorizia
Il 1916 fu l'anno della svolta e del sacrificio. In primavera, la massiccia offensiva austriaca nota come Strafexpedition (la Spedizione Punitiva) tentò di dilagare verso la pianura veneta. A sbarrare la strada al nemico fu l'eroica resistenza di diverse brigate: la Brigata Sassari sull'Altopiano di Asiago, la Brigata Liguria sul Monte Zovetto, le brigate Volturno e Milano sul Monte Pasubio, i Granatieri di Sardegna in Val d'Astico e sul Monte Cengio.
Il loro sacrificio bloccò l'avanzata imperiale e permise la successiva controffensiva italiana, culminata ad agosto con la presa di Gorizia. Fu in questo contesto che nacque il Genio Pontieri, necessario per attraversare l'Isonzo su barconi. Tra le imprese di quei giorni si distinse il sottotenente Aurelio Baruzzi che, alla guida di soli quattro uomini, spinse alla resa, con le sole parole, 200 soldati austriaci in un sottopasso ferroviario e issò il primo tricolore sulla stazione di Gorizia, guadagnandosi la Medaglia d'Oro al Valor Militare.
La "Guerra Bianca" e il laboratorio tecnologico
Il prof. Stucchi ha poi spostato lo sguardo sulle vette alpine (Ortles, Adamello, Marmolada, Dolomiti), dove si combatté la cosiddetta "Guerra Bianca". Quassù i soldati dovevano difendersi da un nemico implacabile: la natura. I fulmini in alta quota rappresentavano una piaga costante: attirati dalle linee telefoniche, dai reticolati e dalle armi, facevano spesso esplodere i depositi di dinamite o scaricavano la loro potenza all'interno delle caverne scavate nella roccia, fulminando i soldati o provocando frane interne.
Da questa esperienza condivisa di sofferenza e solidarietà nelle trincee nacquero le prime Associazioni d'Arma, fondamentali per mantenere vivi i legami comunitari: l'Associazione Nazionale Alpini (ANA) nacque a Milano nel 1919, seguita l'anno successivo dall'Associazione Nazionale del Fante.
«La Prima Guerra Mondiale si configurò come il più grande e tragico laboratorio tecnologico della storia umana, ridefinendo i concetti di scontro militare attraverso l'uso industriale della violenza: mitragliatrici pesanti, lanciafiamme e gas tossici che i nostri soldati provarono nel Carso, aerei da ricognizione e da bombardamento, grandi navi corazzate, sommergibili e i velocissimi MAS (Motoscafi Armati Siluranti). Proprio a bordo di un MAS, il comandante Luigi Rizzo compì l'impresa leggendaria di affondare la corazzata austriaca Santo Stefano», spiega il relatore.
I valori e il futuro della memoria nelle scuole
A conclusione della conferenza ha preso la parola il Generale C.A. Francesco Bruno, che ha voluto legare il ricordo storico all'attualità e all'importanza di trasmettere i valori civili e nazionali alle nuove generazioni: «Trentanove anni fa ho fatto giuramento di fedeltà alla Patria, seguendo l’esempio dei miei avi; siamo otto generazioni che hanno servito l’Italia. Gli uomini che espletano ancora questo servizio credono sempre nei valori di fedeltà alla Patria, alla Costituzione, alle leggi della Repubblica. Le Associazioni d’Arma devono tornare nelle scuole e fare ricordare questi valori. Diffondiamo nella società i valori dell’italianità, perché noi siamo una grande nazione, abbiamo dato tanto al mondo come i greci e come loro, siamo scomparsi».
Fare memoria di questi eventi, come emerso dall'incontro veronese, non significa dunque semplicemente celebrare la guerra, ma "portarla al cuore" (ricordare), come ha sottolineato Stucchi.
È un invito a riscoprire e tutelare l'eredità spirituale e civica lasciata dal sacrificio di migliaia di italiani che, pur privi di tutto nelle trincee del 1916, gettarono le basi della nostra identità nazionale.
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