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L’Unione Europea e Salvini: lesa umanità

A Norimberga, quando non fu possibile negare, la strategia difensiva di chi aveva internato, torturato e ucciso milioni di Rom, omosessuali, testimoni di Geova, ebrei e oppositori politici, si fondò su due elementi legati tra loro: 

Esistevano leggi, ispirate peraltro a principi, quali il primato della nazione (prima i tedeschi e i loro valori… prima gli italiani e i valori dalla patria…) e di conseguenza il dovere di eseguire ordini superiori. In questo senso, si disse, è un’intera nazione ad aver compiuto un crimine, non un singolo individuo, perché, fino a quando non intervenga una regola nuova che cancelli quella vecchia, non c’è che l’obbedienza.

Non si può disobbedire al decreto Salvini, si sente dire da un po’ come fosse Vangelo. Occorre obbedire. Pazienza se i diritti umani sono calpestati e si giunge al crimine. C’è chi fa le leggi e chi obbedisce. Si difesero così anche i nostri militari, che nei Balcani, dove infuriava la guerra partigiana, rastrellarono e internarono la popolazione, maltrattarono i prigionieri, bruciarono villaggi assieme agli abitanti e fecero strage di donne, vecchi e bambini.

Bisognava obbedire.
Oggi sappiamo che quelle leggi, quegli ordini, quel presunto primato erano solo il frutto malato di una inaccettabile e colpevole obbedienza, la giustificazione legale e immorale di crimini contro l’umanità. Le regole che vorrebbero imporci Salvini, prima di lui Minniti e la ferocia neofascista dell’Unione Europea non sono altro che questo: la giustificazione legale di un genocidio.
Disobbedire perciò non è solo un dovere, ma il solo modo per non rendersi complici.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Persio Flacco (---.---.---.235) 7 gennaio 11:34

    Il fenomeno dell’immigrazione di massa sta investendo tutta l’Europa (e non solo) e, in tutta Europa, sono sorti movimenti di opinione e partiti politici che chiedono ai governi di porvi un limite. La relazione di causa-effetto credo sia evidente. Secondo la nota equazione adottata dalla Chiesa Cattolica e dai partiti, dai giornali, da intellettuali politologi e editorialisti, etichettati come di Sinistra: chi si oppone e crea ostacoli alla immigrazione è razzista o fascista o nazista (anti immigrazione=fascismo). Ora, se è chiaro in base a quali valori e principi la CC afferma che tutti vanno accolti, non mi è affatto chiaro (sarà un mio limite) in base a quali valori e principi la Sinistra afferma la medesima necessità.
    La Sinistra (quella che conosco io almeno) non ritiene che in ogni migrante vi sia Gesù che chiede di accoglierlo, così che ai degni è promesso il Paradiso e agli altri l’Inferno. La Sinistra, qualunque Sinistra, ha valori e principi diversi da quelli della CC, per cui non "vede" solo l’individuo migrante con i suoi diritti fondamentali, considera anche la Società nel suo complesso, i rapporti di produzione tra soggetti economici e lavoratori, la qualità della coscienza collettiva (un tempo si chiamava "di classe") dei lavoratori, la loro corrispondente forza contrattuale nei confronti del padronato, il patrimonio di diritti conquistati con le lotte sindacali. Secondo lei, quali di questi valori e principi della Sinistra impongono il dovere morale di accettare che masse di sottoproletari vengano immesse senza alcun limite nel contesto nel quale la Sinistra ha costruito con decenni di dure lotte i diritti del Lavoro?
    Se vuole può citarmi qualche pensatore o teorico marxista o di tradizione socialista che affermi questo dovere morale sopra ogni altro.

    • Di Giuseppe Aragno (---.---.---.173) 7 gennaio 21:14

      Se fossi cattolico, quindi, avrei ragione?
      Desidera che citi un pensatore marxista o socialista? Citerò invece un rivoluzionario borghese e le dirò cosa le avrebbe risposto:
      "Siccome l’universo non è popolato da orde selvagge, è accaduto che il commercio e l’umanità hanno collegato tutte le nazioni; che i soggetti di ogni Stato hanno acquisito il diritto di entrare liberamente e di soggiornare nell’ambito degli altri Stati, e per il periodo in cui vi soggiornano vivono sotto la protezione delle leggi e del governo [...] sia per sempre, sia per un periodo più o meno lungo [...]. 
      La giustizia [...] sembra accrescersi e prendere un carattere più augusto, quando protegge i diritti degli stranieri; allora un tribunale particolare sembra diventare il giudice di tutti i popoli, per estendere la legge della benevolenza a tutto l’universo":
      Era il 1786. Duecentotrentun’anni prima del suo ragionamento, che ci conduce indietro di due secoli e mezzo.
      Robespierre ha coscienza storica e quando parla dei diritti degli stranieri, sente pesare in maniera schiacciante le colpe del colonialismo e non può esimersi dall’ammettere responsabilità inconfessabili. In che modo il rivoluzionario Robespierre spiegherebbe la nostra barbarie a bambini che teniamo a forza nel mare in tempesta, negando soccorso e asilo? Glielo dirò, riportando alcune frasi del Discorso sui diritti degli uomini di colore, pronunciato a settembre del 1791.
      Noi, direbbe vergognandosi, "vi abbiamo, è vero, riconosciuto dei diritti; noi vi abbiamo, è vero, considerati esseri umani e cittadini [...] e ciononostante d’ora in poi vi respingeremo nella miseria e nell’avvilimento; e vi ricondurremo ai piedi di quei padroni tirannici, il cui giogo vi avevamo aiutato a scuotere".
      Noi mettiamo avanti a tutto le nostre orribili passioni e i nostri interessi. Avanti ai diritti umani, ai diritti civili. Avanti a ogni diritto. I diritti, "ecco i beni ai quali si dà così scarsa importanza", concluderebbe il rivoluzionario francese. 
      Lei ha chiesto e io ho risposto, ma il suo commento non c’entra nulla con quello che ho scritto nel mio articolo. Non insista. Non risponderò. 

    • Di Persio Flacco (---.---.---.235) 8 gennaio 00:52

      Va bene, non insisto. Mi lasci solo fare un’ultima osservazione: la carità non è mai stata e mai sarà un rimedio allo sfruttamento capitalista, che è la causa principale delle migrazioni. Così come Robespierre non avrebbe cambiato nulla se si fosse limitato a rivolgere ai regnanti una petizione a favore dei diseredati di Parigi invece che guidare il popolo a tirarli giù dal trono.

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